Metal, il maxievento dell’universo DC uscito a cavallo tra il 2017 e il 2018, è senz’altro identificabile come uno dei fumetti più discussi e controversi degli ultimi anni, sul quale la critica si dibatte ancora nel considerarlo una semplice fiera dell’action oppure una produzione letteraria narrativamente valida. Il successo commerciale, però, è stato indiscusso e totale, al punto da generare un ulteriore maxievento sequel (Death Metal) e una miniserie, recentemente raccolta in volume cartonato da Panini Comics, riguardante quello che è probabilmente il personaggio di maggior successo dell’intero evento e tra i più apprezzati degli ultimi anni, vale a dire il Batman Che Ride.

Scritta da Scott Snyder, mastermind dietro gran parte degli ultimi 10 anni di storia editoriale del pipistrello e dello stesso evento Metal e sapientemente illustrata da Jock, la miniserie Il Batman Che Ride si propone con un formato narrativo a metà tra lo spin-off e il sequel, approfondendo a furor di popolo la psiche malata del personaggio omonimo. Dopo gli eventi di Metal, appunto, il Batman che ride, inquietante versione alternativa di Bruce Wayne corrotta dall’omicidio di Joker, è ancora a piede libero, attirando l’attenzione del nostro Batman facendolo incappare nei cadaveri di numerose varianti di se stesso. Il denominatore comune alle suddette varianti, però, è il medesimo, ovvero tutti i Bruce Wayne sono morti felici per un semplice quanto ovvio motivo: hanno smesso, ad un certo punto della loro vita, di essere Batman, dedicando la propria esistenza ad altro, come crescere una famiglia o compiere azioni filantropiche per Gotham.

Questa è l’intrigante premessa che Snyder sottopone ai lettori, pronta a trasformarsi in un’inquietante ed estenuante caccia all’uomo in cui Batman cercherà di evitare i tetri assi nella manica della sua controparte oscura, che sembra essere sempre un passo avanti al Cavaliere Oscuro. Vedremo un Batman duramente messo alla prova, al punto identificarsi il più possibile con la variante omicida fino ad arrivare ad un’uniformità di pensiero quasi totale con essa, cercando di comprenderne la psiche e di anticiparne le mosse. Interessantissimo, inoltre, il numero speciale dedicato al Cavaliere Truce, lo spietato aiutante del Batman Che Ride: la svolta del personaggio rispetto alla sua versione originale avviene ben presto; infatti, il piccolo Bruce Wayne, sconvolto dall’omicidio dei suoi genitori, raccoglie la pistola lasciata cadere dall’assassino Joe Chill e lo fredda, iniziando così un’estenuante lotta al crimine sotto il segno della crudeltà e delle armi da fuoco. Ai testi di Scott Snyder e del suo delfino James Tynion IV si affianca alle matite il grande Eduardo Risso, inconfondibile nel suo tratto ricco di chiariscuri dai toni decisamente pulp nelle parti narrative che portano avanti la trama principale e, in salsa decisamente più inedita, con uno stile pittorico riservato ai flashback riguardanti il Cavaliere Truce.

Idealmente, però, è necessario dividere il volume in due parti (i primi 3 capitoli della miniserie, compreso lo speciale sul Cavaliere Truce, e i restanti 4) in cui possiamo notare tutti i pregi e i difetti di sceneggiatore di Snyder: nel pieno stile dello scrittore, l’intrigante premessa prende il via sviluppandosi con dialoghi risicati e tutt’altro che verbosi e, soprattutto, azione e mistero, incastonandosi perfettamente con la celebre run dello sceneggiatore prima sulla testata Detective Comics e poi su Batman, fornendo così una certa coerenza narrativa. Tutto ciò viene però sacrificato nella seconda metà della miniserie, come, sfortunatamente, accade spesso nelle opere di Snyder: inutilmente ingarbugliata, simile a un cane che si morde la coda, con sequenze aggiunte chiaramente per allungare la narrazione, una minaccia che non sembra essere così letale agli occhi del lettore e un finale che incrocia a più riprese il b-movie d’azione e soluzioni narrative imbarazzanti. Ciò non rende l’opera indegna di una lettura, beninteso, si tratta comunque di un’opera leggibile nel complesso, ricca di azione serrata e riflessioni su come l’orrore e la felicità possano rappresentare due facce della stessa medaglia, va a vanificare, però, un grande lavoro di costruzione e un’ottima premessa che avrebbe senz’altro meritato uno scioglimento migliore.

La grande costante della miniserie è rappresentata dai disegni di Jock, nel suo inconfondibile stile sporco, ricco di ombreggiature e tratteggiature spezzate, ma allo stesso tempo carico di dinamismo, plasticità e incredibile storytelling. Necessario spendere, a questo proposito, qualche parola sui fitti neri onnipresenti nei disegni del pluripremiato artista inglese, che accentuano la tetra figura del Batman Che Ride e, posti in contrasto con le pennellate di rosso usate per il sangue e le labbra, mettono in risalto l’inquietante character design di questa oscura versione alternativa del Cavaliere Oscuro.