La crossmedialità è sempre stata un elemento centrale in casa Marvel: a partire dai cartoni animati degli anni ’60 in cui i più piccoli potevano ritrovare gli eroi tanto amati nei fumetti, fino al celeberrimo Marvel Cinematic Universe, vera e propria gallina dalle uova d’oro per la Casa delle Idee, entrato così prepotentemente nell’ambiente al punto di influenzare avvenimenti e personaggi presenti nei fumetti, e non viceversa. Con Wolverine – La lunga notte, però, assistiamo a un’operazione di crossmedialità piuttosto desueta e, a modo suo, unica: la sceneggiatura, firmata da Benjamin Percy, venne, infatti, originariamente concepita per un podcast, un radiosceneggiato, se vogliamo essere vintage, con protagonista proprio il mutante artigliato.

Il formato del radiodramma non era stato preso in considerazione da decenni dai vertici Marvel, (più precisamente dal 1974, quando ne uscì uno dedicato ai Fantastici Quattro), data l’obsolescenza che stava rapidamente colpendo il media, ma, con il successo delle piattaforme per ascoltare radio e podcast in streaming, la compagnia ha deciso di tentare di nuovo l’esperimento nel 2018, appunto, con Wolverine – The Long Night, distribuendo le 10 puntate del podcast diretto da Brendan Baker e con Richard Armitage (noto ai più nei panni di Thorin Scudodiquercia nella saga cinematografica de Lo Hobbit) nel ruolo di Wolverine dapprima a pagamento sulla piattaforma Stitcher e poi gratuitamente sul proprio sito ufficiale. Il successo fu tale che un solo anno dopo lo sceneggiatore Benjamin Percy venne chiamato a dare vita alla sua creatura radiofonica anche in versione fumettistica, affiancato dalle matite dal gusto indie e crudo del brasiliano Marcio Takara, in una miniserie di 5 numeri che Panini Comics ha recentemente raccolto in formato cartonato per il mercato italiano.

Ciò che salta subito all’occhio, anche nelle fasi preliminari della lettura, è che La lunga notte non è una classica storia supereroistica, bensì un giallo ben strutturato, con numerosi richiami stilistici a celebri serie televisive di genere, come Twin Peaks e True Detective e, benché, più di nicchia, al cinema di frontiera sceneggiato da Taylor Sheridan, di cui Percy, specialmente nella scelta del setting e dei personaggi, si dimostra grande e colto estimatore.

La nostra storia comincia in Alaska, più precisamente nella cittadina di Burns, quando una coppia di agenti federali, Sally Pierce e Tad Marshall, vengono chiamati ad indagare sul ritrovamento di numerosi corpi massacrati in un peschereccio. La scia di sangue, comprendente anche altri omicidi, in apparenza non connessi l’uno con l’altro, porta inevitabilmente le indagini a convergere su di un solo sospetto: Logan. Percy imbastisce una trama fitta e ricca di dettagli nella quale il lettore dovrà immergersi pienamente per dipanare il fil rouge che lega gli avvenimenti nella cittadina, una Burns in cui, al pari della sopracitata Twin Peaks, nessuno sembra essere completamente innocente, come conferma l’agente Marshall: “Tutti sono colpevoli di qualcosa”. Come anticipato, la trama dell’opera, fitta e coinvolgente, rischia però di collassare su se stessa proprio a causa del suo essere tremendamente intricata, poiché i nodi non sembrano venire al pettine prima della seconda metà dell’ultimo capitolo, causando uno scioglimento fin troppo rapido, a tratti frettoloso, che, pur essendo particolarmente d’effetto, non rende giustizia a quanto messo sul fuoco in precedenza. Eccezion fatta per il finale lievemente tirato, la storia procede con un ritmo serrato e con abbondanza di elementi di sicuro interesse: si mescolano infatti la caccia all’uomo, l’esoterismo dei culti dell’America rurale (accentuati dal contesto chiuso e glaciale dell’Alaska), un’attenta analisi delle sfaccettature sociologiche presenti in qualsiasi cittadina americana medio-piccola, fino al grosso del racconto, costituito dalle parti più spiccatamente noir, che vanno a costituire una detective story accattivante accentuata dai disegni e dai colori di Marcio Takara e Matt Milla, tratteggi sporchi in cui primeggiano il nero e tinte fosche, anche a voler simboleggiare lo stato d’animo degli abitanti di una cittadina in cui non sorge più il sole da troppo tempo. Un plauso particolare va inoltre alle copertine di un sempre straordinario Rafael Albuquerque che intervallano gli episodi nel volume.

In conclusione, Wolverine – La lunga notte è una lettura sorprendente e piacevole, seppur leggermente macchiata da un finale frettoloso, sicuramente consigliata per gli amanti del noir, del giallo e della letteratura a sfondo esoterico, come Il re giallo di Robert W. Chambers, mentre chi preferisce delle storie supereroistiche più classiche e semplici potrebbe non risultarne particolarmente attratto. Importante comunque sottolineare che si tratta di una miniserie autoconclusiva fuori continuity, perfettamente leggibile da chi conosce Logan anche solo marginalmente, quindi se amate i toni particolarmente dark e le crime story non esitate a fiondarvi su questo volume.