In una lunga intervista per Financial Times, Woody Allen ha rivelato Rifkin’s Festival potrebbe essere il suo ultimo film per il grande schermo.

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Non sono certo anni facili per il regista di Io e Annie. Da quando la figlia Dylan Farrow ha mosso le accuse di abuso contro di lui, creando il famoso movimento #MeToo, il mondo del cinema ha cominciato lentamente a voltargli le spalle. Dapprima la madre ed il fratello, Mia Ronan Farrow, poi molti altri attori hanno infatti preso le parti della giovane Dylan. Star dell’ultimo film, Un Giorno di Pioggia a New York, quali Timothée Chalamet Rebecca Hall hanno rinnegato i propri ruoli e attori come Greta Gerwig e Colin Firth hanno rifiutato di recitare nel nuovo Rifkin’s Festival, affermando che non avrebbero mai più lavorato con Allen.

È stato poi il turno della controversa autobiografia del regista new yorkese, “A proposito di niente”, accusata di commenti sessisti su molte delle “muse” di Allen, quali Scarlett JohanssonPenelope Cruz Rachel McAdams. Tali critiche hanno portato numerose case editrici a rifiutarsi di pubblicare il libro, sollevando altre polemiche.

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Ma non sono questi i motivi che potrebbero portare Allen a non fare più film. No, pare infatti che la proverbiale “goccia che fa traboccare il vaso” sia rappresentata dal Coronavirus.

Secondo il prolifico regista, la pandemia ha rappresentato l’ennesimo “chiodo nella bara” per la settima arte. Riferendosi alla chiusura dei cinema, infatti, Allen afferma:

“Potrebbe avere un effetto negativo su di me. I cinema sono tutti chiusi, ora, e non so se molti di loro riapriranno mai… Le persone pensano “Non è così male a casa, posso semplicemente cenare e vedermi un film sul mio megaschermo in alta definizione e con il suono sorround”. Ma siccome non voglio fare film per la televisione, potrei semplicemente decidere di smettere di farne.”

Ma non è solo una questione di sale chiuse. Il Covid-19 ha cambiato anche le abitudini di Allen, rivoluzionando completamente quello che è il suo processo creativo e la produzione di un film:

“Il virus ha fermato tutta la mia routine. Ho 84 anni, presto morirò. Potrei anche scrivere la miglior sceneggiatura del mondo, ma se nessuno può produrre il film e non c’è un posto dove proiettarlo… non sono molto incoraggiato. Solitamente finivo una sceneggiatura, la strappavo dalla macchina da scrivere, correvo dal mio produttore che preparava il budget, sceglievamo il cast e giravamo il film. Ho fatto questa cosa per anni e anni, sempre allo stesso modo, un processo molto semplice. Ma ora non funziona più: cosa ci posso fare?”

Spiega poi di aver terminato di lavorare ad una nuova sceneggiatura, ma che potrebbe passare al teatro dove ha già lavorato in passato con Play It Again, Sam e Don’t Drink the Water nel 1960. Ma per quanto il virus possa essere entrato nella mentalità di ognuno di noi, il regista afferma che non ha intenzione di scrivere qualcosa al riguardo:

“Non è il genere di cose di cui scrivo bene. Un film come quello funzionerebbe meglio come serie tv, in cui si può fare satira o drammatizzare reagendo all’attualità rapidamente. Ci saranno commedie sulla pandemia, alcune saranno orribili e fastidiose, altre invece saranno profonde e splendide. Ma non sarà il mio caso. Ho trovato questa situazione troppo orribile. Mi sono nascosto sotto al letto. Mi sento inutile, mi sembra di sprecare le mie giornate nell’attesa che finisca tutto questo. La cosa che potrei fare meglio è sedermi in camera e lavorare su un vaccino… ma non aspettatevi che riesca a trovarne uno…”

Il suo prossimo film, Rifkin’s Festival, con Elena Ayana Loius Garrel, doveva essere presentato al Festival di Cannes, ma a causa del lockdown la pellicola risulta ancora in post-produzione e debutterà probabilmente a ottobre al San Sebastian Film Festival in Spagna.

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Fonte: Financial Times.