HOT SHOTS S02E01: Peccatori, Tassisti e Pomeriggi Storti

DEATH SENTENCE. Durata1h 51m. Genere: Thriller.

Su Amazon Prime Video è stato aggiunto uno dei due film più sottovalutati dell’acclamato regista James Wan, autore dei due Insidious, i due capitoli di L’Evocazione, e ovviamente il primo Saw-L’Enigmista. Nel mezzo di tutto questo è riuscito a dirigere anche questo revenge-movie, andando a prendere due attori non più esattamente sulla cresta dell’onda ma sempre bravissimi, come Kevin Bacon e John Goodman (in un ruolo decisamente minore). Nulla di originale nella trama in quanto si tratta del solito schema ‘mi tocchi la famiglia, allora io faccio fuori te e tutti i tuoi uomini’. Eppure Kevin Bacon regala un’oscurità inedita al suo personaggio rendendolo un buono/cattivo con un percorso che lo porterà sin da subito verso gli abissi dell’Inferno tirando fuori in lui una parte psicopatica che probabilmente era sempre stata lì pronta ad uscire.

Il film ha un ritmo altalenante, ma dal secondo tempo in poi si fa parecchio crudo e inizia a incalzare in modo decisamente violento. Non una pellicola memorabile, ma nemmeno da trascurare. Sicuramente ha alcuni passaggi forzati e magari poco credibili, ma presenta una cattiveria rara per un film del genere, psicologicamente malato e cattivo che vi terrà incollati alla poltrona fino alla fine.

 

BONE TOMAHAWK. Durata: 1h 33m. Genere: Western/Horror.

Sempre su Amazon Prime Video si trova un film piuttosto atipico, un vero e proprio piccolo gioiello, intitolato Bone Tomahawk del talentuoso, e in parte incompreso, regista S. Craig Zahler autore di altri piccoli capolavori come lo spietato Cell Block 99 e il lungo e complesso Dragged Across Concrete. Quasi un Nicholas Winding Refn ma meno psichedelico, più orientato verso un crudo realismo.

Siamo dalle parti di un western-horror con un sempre grande Kurt Russell. Il film ha un ritmo molto lento e la trama è piuttosto scarna e lineare, e, paradossalmente, è proprio una delle forze della pellicola in quanto aumenta il senso d’angoscia nello spettatore. Si tratta di una caccia da parte di un manipolo di uomini a dei spietati cannibali che infestano il loro villaggio.

Se tutto il primo tempo, e parte del secondo, si limitano ad essere appunto apparentemente un normale western, dove vengono esplorati i rapporti tra i vari protagonisti in viaggio, ecco che il terzo atto si trasforma in una spietata e violenta carneficina dove irrompe l’horror e il gore nelle giuste dosi, tanto da spiazzare lo spettatore. Merito della riuscita del film va sicuramente ad un azzeccatissimo cast, che oltre il già citato Kurt Russell vede anche Patrick Wilson (ormai particolarmente a suo agio con gli horror), Matthew Fox e Richard Jenkins.

 

A TAXI DRIVER. Durata: 2h 17m. Genere: Drammatico/Azione.

Arrivato da noi direttamente in home video, con ben due anni di distanza rispetto all’uscita in patria, A Taxi Driver (Corea del Sud, 2017) è un film storico diretto da Jang Hoon che vede protagonista uno squattrinato tassista di Seoul, interpretato da Song Kang-ho (recentemente apparso in Parasite), scortare nella cittadina di Gwangju il giornalista tedesco Jürgen Hinzpeter, a sua volta interpretato da Thomas Kretschmann (che molti ricorderanno per il ruolo del Barone Von Strucker nelle pellicole del Marvel Cinematic Universe). Il 18 maggio 1980 Gwangju fu teatro di una violenta repressione militare, meglio nota con il nome di “Massacro di Gwangju”, durante il quale per nove lunghi giorni molti cittadini osarono sollevarsi contro la dittatura di Chun Doo-hwan, con conseguenti morti di centinaia di civili e militari. Il tutto barricato da posti di blocco che tenevano all’oscuro il resto della nazione riguardo costa stesse succedendo, con i media locali ad alterare completamente la realtà dei fatti presentando gli studenti manifestanti come terroristi. Il film si presenta come un climax attraverso il quale, assieme ai nostri protagonisti, ci addentriamo sempre di più nella tragicità degli eventi di Gwangju. La forza di A Taxi Driver risiede proprio nel riuscire a trasporre perfettamente questa presa di coscienza da parte dei personaggi (e a sua volta dello spettatore) attraverso un graduale cambio del registro narrativo. Si parte con la commedia, e con la spensieratezza del tassista Kim, completamente ignaro di quello che lo aspetta. Intrapreso il viaggio con il giornalista, incominciano le prime tensioni, i due palesemente non si capiscono e queste barriere comunicative sembrano riflettersi perfettamente nel muro di silenzio che separa l’efferatezza della dittatura dall’opinione pubblica, barriere che solo grazie al calore del contatto umano verranno via via scavalcate, più o meno come per i posti di blocco costantemente elusi dai nostri protagonisti. Il registro si fa quindi drammatico, fino al punto in cui alle immagini che scorrono sullo schermo vanno a coincidere le riprese strazianti del nostro giornalista (grazie alle quali il mondo ha potuto far luce sulla vicenda) ed è a questo punto che il cinema riflette su se stesso, sull’importanza e sulla responsabilità che un mezzo così potente possa avere nei confronti di chi guarda. Ma c’è spazio per un altro colpo di coda perché il film sfocerà addirittura nell’action puro, con una messa in scena sempre splendidamente al servizio del racconto corrente, tanto nelle parti slap-stick quanto nel dramma o nell’azione. Un vero e proprio blockbuster che offre uno scorcio su una delle tante pagine nere della Storia: ben scritto, ben diretto, ben recitato e assolutamente da non perdere.

 IL MOSTRO DI ST. PAULI. Durata: 1h 55m. Genere: Drammatico.

Fatih Akin confeziona una pellicola basata su fatti realmente accaduti e, prendendo come base il romanzo di Heinz Strunk, decide di raccontare le gesta del killer Fritz, quasi prendendolo per mano, accompagnando lo spettatore nell’abisso della sua follia omicida, senza tuttavia cercare mai uno schema, senza mai scavare nelle radici del protagonista nel tentativo di delineare una qualche origine del disagio. La narrazione è sempre ben salda al momento presente e il regista ci spiattella in faccia l’efferatezza delle gesta del killer esattamente per quello che è: una scintilla mai ragionevolmente giustificata, bensì sempre generata dall’irrazionalità del momento e alimentata esclusivamente dallo stagnarsi di un degrado sempre più sudicio che pervade il protagonista. Ma la depravazione di Fritz non è altro che la goccia che trabocca da un vaso già marcio, un ecosistema sociale fradicio, come fradici sono gli “zombi” che barcollano nel “Guanto d’oro”, il bar che forse più dell’omicida stesso, fa da perno a tutta la pellicola.


La messa in scena è solidissima e non cerca mai il virtuosismo evidente, ma quello che caratterizza ed eleva più di tutto il resto questa pellicola è la cura con la quale ogni singola inquadratura trasuda sangue, vomito, saliva, sudore, pus, polvere, piscio, in ogni dove, in ogni corpo, in ogni brandello di veste stracciata o carne strappata, fino al punto che la puzza di morte unita a quella dell’alcool, fatica ad andarsene dalle narici anche dopo la visione. 

 

DOG DAY AFTERNOON ( Quel pomeriggio di un giorno da cani). Durata: 2h 30m. Genere: Drammatico.

Siamo nel 1972 quando John Stanley Wojtowicz sceglie di rapinare una banca, riuscendo a smuovere media e FBI in un periodo storico in cui la Guerra in Vietnam stava minando le fondamenta ideologiche di uno dei paesi più potenti del mondo. La vicenda ispira così il regista Sidney Lumet a realizzarne una pellicola con protagonista Al Pacino, facendola debuttare al cinema tre anni dopo. Dog Day Afternoon vince il premio per la Miglior Sceneggiatura Originale agli Oscar del ’76, regalando una delle più imponenti performance di un Pacino perfettamente calato nei panni di un personaggio che somiglia più a una bomba a orologeria che a un essere umano. Un concentrato di emozioni che mettono in costante bilico il razocinio di un uomo che si erge a esempio di un conflitto interiore che molte persone vivevano in quegli anni. A questo punto che sia uno Stato o le quattro pareti di una banca a rinchiudere un uomo, poco importa. Il conto alla rovescia è partito e i media affamati di spettacolarizzazione hanno acceso le loro videocamere e stanno riprendendo la “follia” di un uomo. La pellicola diventa così uno strategico capro espiatorio per parlare di tutto quello che c’era di sbagliato a quei tempi e che, in alcuni casi, proseguono ancora oggi: le violenti repressioni della polizia, l’apparente apatia di un sistema volto al controllo delle masse, l’esplorazione della propria sessualità, la ricerca di una libertà individuale che non riusciamo a tenerci stretta.

La pellicola ci mostra l’inquietante quantomai spietato potere esercitato dai media, in grado persino di annullare il peso minatorio di una rapina a mano armata, svilendo così gli stessi protagonisti di qualsivoglia simbologia volessero rappresentare. Sonny (Pacino) e Sal (John Cazale), nella loro ambivalenza, sono delle vittime sacrificali di un Paese che non riesce neanche a prenderli seriamente. Li illude, per poi farli soccombere nell’anonimato. Un film estremamente d’impatto che, scena dopo scena, si arricchisce e fornisce nuove prospettive. Sidney Lumet fornisce così un affresco di una realtà confusa e smarrita che spiazza quando meno lo si aspetta, lasciando un inevitabile retrogusto amaro in bocca.

Dog Day Afternoon ci ricorda come siamo solo a un pomeriggio storto di distanza dall’abbracciare le nostre follie. 

SEVEN. Durata: 2h 8m. GenereDrammatico/Thriller.

Per gli amanti del genere noir e hard-boiled non credo ci siano bisogno di grandi presentazioni. E se, quando uscì, non riscosse cosi tanto successo, oggi la pellicola risulta più attuale che mai. Se in molte analisi si parla di una “visione pessimistica” a contornare il film, ritengo che non ci sia nulla di pessimista nell’osservazione della semplice natura umana.

In Seven, David Fincher ha trasposto un già allora evidente conflitto tra bene e male, in cui l’idea che a trionfare sia sempre il bene, con quel pizzico di speranza, può solo che rimanere un’illusione. Il film è un thriller psicologico con un intreccio affascinante, giocato con attori (Morgan Freeman, Brad Pitt, Gwyneth Paltrow…)  al tempo non così gettonati come ora. Dietro questo lavoro c’è una profonda riflessione filosofica sul dualismo interiore che governa l’esistenza dell’essere umano. Un serial killer, estremamente spietato, che vuole punire l’uomo peccatore, mettendolo di fronte a orrendi omicidi rappresentativi dei sette vizi capitali, diventa un messaggero della fragilità umana dinanzi al nemico più insidioso: le emozioni.

Una fotografia figlia dei tempi ma allo stesso tempo potente ci trasporta negli angoli più bui di una mente malata e contorta, per poi porci dinanzi a una scenario di disperazione ed estremo realismo. Una bellissima sequenza finale con una continua alternanza di primi piani, che ben ricercano la suspense, ci tiene incollati allo schermo, riuscendo con pochi dialoghi a generare dei brividi memorabili. Seven non è gentile con il suo spettatore, e la parte più interessante è proprio questa. Vuole essere sporco, facendoci immergere in una cittadina qualunque con vicoli minacciosi e una pioggia incessante.

Uno dei migliori film che abbia mai visto.

N.B. Si consiglia di non controllare il cast del film per intero onde evitare spoiler. Inserite il dvd e mettete play. Amen.

 

 

Nato nel lontano 1984 a Torino, la sua esistenza è stata da sempre stata caratterizzata da 4 elementi fondamentali: disegno, fumetti, cinema e musica. In una crescita fondamentalmente caratterizzata dal disagio, riesce comunque a trasformare queste passioni in qualche specie di lavoro. Ha disegnato per Manfont e Leviathan Labs, la rivista di cinema 8 ½ ,oltre a varie collaborazioni con diverse realtà del fumetto e della grafica. Scrive di film per il sito Lloud, e disegna ovunque sia possibile. Si dice non abbia un carattere facile, ma potrebbero essere solo voci di corridoio.