Parasite: la discesa tra i gradini del cinema di Bong Joon-ho | Recensione

Dopo la sua vittoria a Cannes, Parasite di Bong Joon-ho (Memories of Murder, Snowpiercer, The Host), ha fatto parlare tanti e tanto, ha man mano fatto incetta di premi in giro per il mondo e si prepara al fatidico confronto con la giuria dell’Academy con ben sei nomination, tra cui quella per miglior film, e assieme con essa alla possibilità (per quanto possa essere considerata remota) che per la prima volta a vincere questo premio sia un film non in lingua inglese. Personalmente reputo Parasite una pellicola talmente potente e diretta che credo ci sia davvero poco da aggiungere a riguardo (ma che al contempo offre infiniti spunti su cui si potrebbe discutere per ore) se non invitare caldamente tutti quelli che ancora non ne abbiano preso visione (ma anche chi l’avesse già fatto) a correre al cinema, dove Parasite verrà eccezionalmente ridistribuito a partire dal 6 febbraio, proprio in concomitanza della settimana degli Oscar.

Dal mio singolare punto di vista faccio fatica a parlare dell’opera di un regista che adoro e che considero impeccabile praticamente sotto tutti i punti vista, perciò mi limiterò ad addentrarmi in quelle che secondo me sono le motivazioni del perché Parasite e il cinema di Bong Joon-ho in generale siano così rilevanti nel panorama cinematografico odierno e del perché quest’ultima sua opera consacri la sua (fino ad ora) filmografia come quella di un autore con la “A” maiuscola, perfettamente accostabile a nomi di artisti occidentali ben più noti a livello internazionale. E ben venga anche questa rinnovata scoperta del cinema orientale da parte del pubblico occidentale, anche da parte di quello più generalista, e possa tutto ciò contribuire ad una crescita della distribuzione di determinati titoli in tutto il mondo, affinché anche altri autori, non meno importanti, trovino una risposta adeguata da parte di tutto il pubblico, non solo quello orientale o quello dei festival. Basti citare a riguardo, senza spostarsi dalla Corea, altri due nomi enormi, quali Kim Jee-woon (Two Sisters, Bittersweet Life) e Park Chan-wook (OldBoy, Stoker), amico dello stesso Bong e produttore del suo Snowpiercer, di cui quest’anno, ad esempio, è arrivato nelle nostre sale il suo Mademoiselle, con soli tre anni di ritardo rispetto all’uscita nel paese natio, e con una distribuzione davvero troppo limitata (si parla di poche decine di sale in tutta italia).

Tornando a Bong Joon-ho e al suo Parasite, inutile iniziare a disquisirne senza menzionare la portata della sua messa in scena, che oltre ad essere sempre esteticamente grandiosa, raffinata ed elegante, riesce al contempo a rimanere appresso al racconto che si prefigge di portare avanti senza tuttavia mai dimenticarsi di star facendo cinema, mettendo quindi sempre bene in chiaro quello che ha da dire attraverso ogni immagine, ogni composizione, ogni movimento di macchina e ogni quadro che dipinge sullo schermo.

Come in Snowpiercer, e prima ancora in Memories of Murder, Bong Joon-ho porta avanti la sua poetica con un nuovo affresco sullo spaccato sociale della Corea del Sud, in maniera talmente limpida ed universale che inequivocabilmente diventa specchio della società tutta, non solo di quella sudcoreana. Bong Joon continua il suo discorso su quella che di primo acchito potremmo genericamente definire come lotta di classe: è tuttavia per sua stessa ammissione che apprendiamo che la visione di Bong Joon-ho non è caratterizzata da una vera e propria lotta, ma più semplicemente da una sorta di “ecosistema” nel quale convivono tutte le disparità tra ricchi e poveri, e con esse tutti i disagi e i vari meccanismi di causa-effetto che ne derivano. Questa chiave è alla base del cinema di Bong Joon-ho, e viene fuori benissimo in Parasite, così come veniva fuori in Okja, in The Host o nelle pellicole già citate.

Attraverso l’affresco che ci propone, il regista riesce a penetrare nelle vite e nella psicologia di tutti i personaggi non lesinando mai sulla portata delle mosse che compiono, che anzi ci vengono mostrate sempre nel pieno della loro schiettezza e crudezza, lasciando davvero pochi dubbi a ogni possibile interpretazione. Tuttavia, sebbene sia sempre chiara l’entità della singola azione, Bong Joon non parteggia mai per gli uni o per gli altri, ma al contrario, ne ha davvero per tutti, mostrandoci luci e ombre di ognuno di essi: ogni possibile empatia o biasimo che ne potrebbero derivare, viene direttamente dalla trasparenza con cui vengono dipinti i singoli soggetti e non dalle azioni che li contraddistinguono, le quali Bong ci illustra per quello che sono, senza dover necessariamente prendere le parti di chi le commette. Forse per Bong Joon-ho esiste una dicotomia tra bene e male, ma di sicuro, come emerge benissimo fin dalla sua opera prima Barking Dogs Never Bite, non esistono né buoni né cattivi, ma soltanto animali senzienti che si muovono nello squilibrio della giungla in cui vivono. In tutto ciò, come per quasi tutti i titoli già citati, Bong Joon-ho non ci risparmia da ribaltamenti che metteranno in discussione tutti e tutto, raccontando sempre e rigorosamente attraverso le immagini, tutte le continue scorribande, cadute e rialzate dei protagonisti, in questa loro continua ascesa e discesa sullo spaccato sociale che abitano.

Concludendo, la potenza di un’opera come Parasite va rintracciata tanto nella carica narrativa delle immagini che propone quanto nel fatto che questa pellicola è prima di tutto una pellicola fatta di simboli, che Bong Joon-ho utilizza benissimo fin dalle prime inquadrature: memorabile è la sequenza d’apertura nella quale vediamo i nostri futuri parassiti rintanati nel loro minuscolo gabinetto, mentre cercano di “scroccare” la connessione dalla vicina. Lo smartphone, o se vogliamo la rete, è l’elemento con cui il regista molto intelligentemente accomuna tutti, dai più ricchi fino a chi abita i margini più sudici della comunità, e che rappresenta la finestra attraverso la quale i protagonisti si affacciano sul proprio ecosistema. Ecosistema che cercheranno costantemente di risalire, attraverso ogni singolo scalino, della miriade di rampe di scale che metaforicamente riempiono lo schermo.

P.S. Dal 13 febbraio si torna nuovamente al cinema, poiché per la prima volta arriverà nelle sale italiane il capolavoro di Bong Joon-ho, Memories Of Murder.

Illustrazione realizzata da Lorenzo Scipioni

Marchigiano, nasce a San Severino Marche nel 1994. Uscito dal liceo, decide di incanalare la propria passione per il fumetto, il cinema e l'arte sequenziale in generale iscrivendosi alla Scuola Internazionale di Comics di Jesi. Terminati gli studi viene accolto dalla scuderia della casa editrice Hyppostyle per cui realizzerà due volumi della serie distopico-steampunk Blackbox. Attualmente è al lavoro su un progetto horror per edizioni NPE. Se non doveste riuscire a mettervi in contatto con lui, probabilmente si è chiuso in un cinema.