Doverosa premessa: partendo dal sacrosanto presupposto che Il cinema è narrazione per immagini, personalmente reputo che ci siano determinate occasioni nelle quali questo mezzo riesca ad esprimersi al massimo delle sue potenzialità. Quando l’immagine davanti ai nostri occhi riesce a dire qualcosa che va oltre quello che effettivamente ci sta raccontando sul piano degli eventi, ovvero quando è il significante stesso a generare il contenuto, e quando, al di là della carica del singolo frame, la narrazione sequenziale sia talmente funzionale alla storia in questione al punto che è il racconto stesso ad avere il sopravvento sulla suddetta storia, tanto da diventare esso stesso contenuto: in altre parole, a fare la differenza non è tanto quello che racconti, ma come lo racconti.

Detto questo, il fatto che 1917 fosse stato concepito come un unico piano sequenza (seppur artefatto) costituiva già un piccolo campanello d’allarme: il timore era di ritrovarsi davanti all’ennesimo esercizio di stile, che antepone la tecnica alla narrazione e in cui non è la macchina da presa a seguire l’azione e i personaggi, ma i personaggi ad inseguire la scena con improbabili “balletti” coreografati ad hoc, andando quindi completamente contro quella che è la mia idea di narrazione per immagini di cui sopra. Oltre a ciò, ed il trailer è ingannevole da questo punto di vista, il fatto che venissero mostrate scene con tanti contesti e personaggi diversi, restituiva l’idea di una sequela di scene non troppo affini tra loro, che venivano allacciate l’una all’altra con il mero pretesto di consegnare allo spettatore un piano sequenza unico, senza che l’utilizzo dello stesso fosse mosso da un preciso pretesto narrativo.

Presa visione della pellicola in questione, sono abbastanza sicuro di poter affermare che questo tipo di sospetti riguardo 1917 siano per lo più infondati. Il film segue dall’inizio alla fine gli stessi personaggi, ed il fatto che chi racconta voglia stare col fiato sul collo dei protagonisti, risulta subito ben chiaro dalle prime inquadrature: Mendes pedina avanti e indietro lungo la trincea Tom Blake (Dean-Charles Chapman) e William Schofield (George MacKay) con queste carrellate che per associazione di idee, senza scomodare impensabili paragoni, non possono che rimandare a quelle con cui Stanley Kubrick apriva il suo capolavoro Orizzonti di Gloria.

Se però lo stesso Kubrick  nel suo manifesto antimilitarista sceglieva intelligentemente di non mostrare mai il nemico, che per il regista era costituito più che dalla fazione avversaria, dalla guerra stessa e dai potenti che muovevano le pedine dai loro castelli, Mendes è contenutisticamente molto meno ambizioso da questo punto di vista ma decide a suo modo di lavorare anche lui per sottrazione. A non essere praticamente mai mostrata è la battaglia e anche nel momento in cui la stessa irromperà nelle scene, farà per lo più da sfondo e in ogni caso i protagonisti non vi prenderanno mai parte attivamente. Lo stesso MacGuffin alla base del film non è altro che l’ordine, dato al duo, di raggiungere una zona di imminente battaglia in tempo per avvertire chi di dovere di non intraprendere la battaglia stessa, onde evitare di cadere nella trappola dell’avversario e subire così una pesante e determinante sconfitta. Il fatto che in un film di conflitti bellici, il pretesto narrativo sia evitare (seppur solo nella situazione contingente) il conflitto stesso, è un aspetto non trascurabile nell’interpretazione della pellicola.

Di qui in avanti, Blake e Schofield saranno catapultati in una vera e propria traversata, durante la quale la macchina da presa non smetterà mai di tallonarli. E’ a questo punto che l’idea del piano sequenza (prima ancora della sua messa a punto, ovviamente ottima) trova la sua ragion d’essere, aderendo perfettamente al tipo di narrazione che 1917 si prefigge. Come allo scorrere delle immagini non sono concessi stacchi di montaggio (che ovviamente all’atto pratico ci sono ma sono ben nascosti dall’utilizzo del nero e del digitale) allo stesso modo in questa lotta per la sopravvivenza, non è concesso abbassare la guardia, nè di fronte ai rami del filo spinato, nè tanto meno alla mirabile vista dei rami di ciliegio. Una vera e propria corsa contro il tempo quindi, costantemente in bilico (come letteralmente ci suggerisce una delle immagini più interessanti del film) tra la speranza di riuscire, ed il costante rischio di venire sopraffatti, da un nemico che sì è presente, ma che Blake e Schofield, abituati al muro della trincea, non sono pronti a riconoscere come tale, nel momento in cui è estrapolato dal momento bellico vero e proprio.

Come precedentemente esplicitato infatti, non siamo mai nel vivo dello scontro, al contrario, lo spettatore è chiamato a vivere in prima persona un viaggio all’ombra della guerra, la quale al suo passaggio non fa altro che lasciare una scia di morte e distruzione, sangue e macerie. Si badi bene, perché nessuno di questi termini è scelto a caso: l’ombra che la guerra getta sul percorso dei protagonisti emerge letteralmente in quella che è senza dubbio la sequenza esteticamente più alta di tutta la pellicola. La scena in questione, che si svolge in notturna tra quello che rimane di una chiesa in fiamme post-bombardamento, è illuminata soltanto dal fuoco stesso e dalle luci dei bengala, in un trionfo espressionista del direttore della fotografia, vale a dire il premio oscar (e non mi meraviglierei di una doppietta) Roger Deakins.

Il fatto di avere sempre gli stessi attori davanti ai nostri occhi (con uno screen time da record), il graduale mutare dell’atmosfera (e ancora una volta, il plauso a Deakins) e tutto l’alternarsi di scene più concitate a tempi indubbiamente più morti, sono tutti fattori che contribuiscono alla resa di un flusso narrativo nel quale lo spettatore si ritrova completamente risucchiato, senza che questo trasporto venga minato da ghirigori tecnici.

La messa in scena è ovviamente il punto forte del film, e la bravura di Mendes non va ragionata esclusivamente in termini di piano sequenza: quello che si dipana davanti ai nostri occhi funziona perché è bello davvero, nel senso più schietto e puro del termine, e tutto ciò è il frutto non solo del lavoro di chi sta dietro la macchina da presa (ovviamente), ma di una perfetta sinergia di tutta l’orchestra. Oltre al direttore, a far si che tutto questo castello possa stare in piedi, sono in primo luogo gli attori che riempiono la scena, così come le scenografie, per non parlare poi di chi ha dovuto montare il tutto dovendo lasciare l’impressione che il proprio apporto quasi non esistesse (Lee Smith) e ovviamente, del già citato Roger Deakins.

In conclusione, Sam Mendes confeziona un’opera di grandissima ambizione, che più che far interrogare sul senso che possa o meno avere una tale dedizione nell’apporto tecnico, dovrebbe invitare chi guarda ad abbandonarsi completamente alla bellezza di una narrazione che prende lo spettatore per mano e lo strattona nella devastazione della guerra, senza mai lasciarlo davvero, nè durante, nè tanto meno dopo la visione.