Panini Comics: Venom Collection – Venom si sveglia a mezzanotte | Recensione

Il 2019 è alle spalle, il 2020 è appena cominciato e, assurdo a dirsi, una delle produzioni di maggiore spicco della Casa delle Idee -in quanto a qualità e riscontro di pubblico- è rappresentata da un simbionte: Venom. Si, quell’idea di un nuovo costume proposta da un fan, Randy Schueller, ed acquistata dalla Marvel così da poterlo utilizzare come nuovo outfit del personaggio durante le Guerre Segrete di Jim Shooter, si è evoluta, fino ad arrivare nelle mani capaci di Donny Cates, diventando un personaggio di spicco a tutti gli effetti.

Tutti amano Venom… ora.

Allo stesso modo, tutti dovrebbero ricordare come la produzione legata al simbionte precedente a Cates fosse qualitativamente discutibile, perlopiù senza idee e mordente, ancorata ad uno sviluppo ripetitivo delle storie che lo vedevano protagonista. Un viscido parassita alieno ed un uomo fallito: gli elementi per rendere Venom iconico anche nella scrittura oltre che nell’aspetto grafico -in cui già svettava- c’erano tutti, eppure quasi nessuno ha saputo sfruttarli nel corso degli anni.

Che Venom avesse bisogno di una netta reintepretazione, magari virando verso l’introspezione, andando finalmente a scavare in quel morboso rapporto che legava l’ospite al costume alieno, era chiaro. Lo era per Paul Jenkins, a cui, nel 2003, venne affidato il compito di riportare il personaggio sulle pagine di Spider-Man dopo ben cinque anni di assenza. In concomitanza con il ritorno di Venom, venne rilanciata la serie Spectacular Spider-Man, affidata alla penna di Jenkins, dopo la convincente prova su Peter Parker: Spider-Man durata tre anni, dal 2000 al 2003. Il team artistico della testata venne completato da Humberto Ramos, definitivamente consacrato come disegnatore dell’Arrampicamuri, percorso iniziato proprio sulle pagine di Peter Parker: Spider-Man con i quattro albi di “A Death in the Family“.

Spectacular Spider-Man, nei primi tre archi narrativi, si classificò come una serie estremamente valida, in cui Jenkins ebbe l’opportunità di riproporre villain classici del personaggio -oltre Venom abbiamo il Dottor Octopus e Lizard- approfondendone lati psicologici ed umani. Nel caso di Venom, lo sceneggiatore comprese il potenziale horror del personaggio, unendolo ad un’umanizzazione della figura di Eddie Brock e del simbionte. Nei sei albi di The Hunger, quello scritto dall’autore britannico è un personaggio profondamente differente dal sarcastico e violento Eddie Brock di Micheline e McFarlane o dal più animalesco Venom di Erik Larsen. Brock è giunto al capolinea della propria esistenza, svuotato, devastato, nella mente e nel corpo. Ormai irriconoscibile -complice e funzionale lo stile deformed di Ramos, qui al suo picco massimo- la vita dell’ex reporter è un pendolo che oscilla tra il dolore e la paura e, seppur risulti massiccio e corpulento, Brock non è mai sembrato così piccolo.

Venom

L’ospite scelto dal simbionte dopo il rifiuto di Spider-Man è solo e fragile, abbandonato a sé da quell’unico compagno che, seppur in maniera folle e malsana, lo ha seguito per tanti anni. Ed è proprio da questo che Jenkins inizia a costruire. Il tempo di Venom sta scadendo, siamo agli sgoccioli della vita di Brock e, sembra, anche a quella del costume alieno, qualora non riesca a trovare un ospite per la simbiosi definitiva. Lo sceneggiatore si inserisce nella continuity ragnesca, aggiungendo alcuni elementi che fungono da fondamentale retcon per il primo incontro tra Eddie e l’organismo. La caratterizzazione scelta da Jenkins da, finalmente, una tridimensionalità al personaggio elevandolo a qualcosa di più della classica catchphrase “vogliamo mangiarti il cervello“. Per la prima volta il lettore è portato ad empatizzare con il simbionte, comprendendo la sua condizione di emarginato e del suo istinto animalesco, motivandone le azioni predatorie. Una retrospettiva sul costume e sulla profonda solitudine provata da “uno straniero in terra straniera” diviene elemento centrale nella costruzione della storia e dello stesso personaggio. 

Allo stesso modo, viene reinterpretato l’odio di Eddie Brock in una veste più intima ed articolata rispetto a quella delle origini. Spider-Man diviene responsabile non solo del fallimento dell’intera esistenza di Brock ma anche soggetto della sua invidia, rimanendo ancora, a distanza di anni, la prima scelta della creatura, che nel momento della simbiosi definitiva torna nuovamente dal suo host più celebre. Jenkins esplora tale aspetto in maniera unica, fornendo un contesto al legame parassitario che la creatura instaura con l’ospite: la sopravvivenza è dettata dalla produzione di adrenalina dell’ultimo, sostentamento fondamentale per l’organismo, prodotto in grande quantità da Spider-Man e dallo stesso Brock, seppur per cause più tragiche.

Eddie Brock è malato.

Una malattia di quelle da cui non si può sfuggire… e d’improvviso il simbionte non è il nemico più grande.

Venom

Il cancro è uno dei punti focali del racconto di Jenkins, che muta, inserendo gli elementi più disparati in una narrazione mainstream seriale. Il lettore, attraverso incursioni mirate, viene trasportato nel tormento quotidiano di un malato terminale. Brock è uno spettro che si palesa di tanto in tanto, totalmente sopraffatto dal dolore e dal volere del simbionte, utilizzato come riserva di adrenalina a cui attingere durante la ricerca del legame definitivo. Lo sceneggiatore inglese riesce a raccontare la malattia attraverso soggetti insoliti ma estremamente funzionali, simbionte e cancro diventano sinonimi: entrambi legati a Brock, ne spolpano mente e corpo, rendendo l’uomo poco più di un guscio vuoto. Ed è proprio questo che spaventa e tormenta il protagonista, totalmente soverchiato da due mali così differenti, che, tuttavia, sortiscono un effetto comune, privando l’ex-reporter del proprio Io. Brock lo definisce “anima“, ponendo un marcato accento sulla concezione religiosa e cattolica della stessa, elemento che Jenkins utilizza per sottolinearne la distorta concezione di divino e misericordioso, con un timorato di Dio dagli impulsi violenti ed omicidi, come quello stesso Mangiapeccati da cui tutto partì.  L’autore si spinge in una rivisitazione di tutti gli elementi alla base della caratterizzazione di Eddie Brock, reinterpretandoli con un taglio più tragico e maturo. 

Jenkins presenta dei personaggi dalle sfumature molto accentuante, che oltre a dare un forte equilibrio alla narrazione, contribuiscono all’esplorazione di un’ampio spettro emotivo dove ognuno ha i suoi punti d’ombra. Lo stesso Spider-Man, altrettanto protagonista, è presentato sotto una luce molto più cinica rispetto alla più classica visione. È dubbioso, titubante su come affrontare Venom ed in che modo venire a capo di svariati problemi personali (The Hunger si incastra subito dopo l’allontanamento di Peter da Mary Jane in seguito ad un momento di crisi) tra cui un Flash in stato semi catatonico come nuovo inquilino.

The Hunger, oltre alle ambientazioni più horror in cui viene mostrato tutto il claustrofobico potenziale del costume, è permeato di una profonda componente nostalgica, una netta nota malinconica che si erge nei momenti di maggiore riflessione, sempre coincidente con momenti crepuscolari. Gran parte dell’impatto e della riuscita è dovuto ai colori dello Studio F, i quali riescono a cogliere perfettamente la componente emotiva. In un ottimo comparto narrativo, coadiuvato da colori altrettanto di livello, si muove Humberto Ramos, al picco massimo del suo stile deformed. Anatomie impossibili e pose innaturali in cui l’influenza del Giappone riecheggia altisonante, rendendo ancor più unica la dinamicità dell’artista messicano. Uno stile deformed che, con gli anni a venire, si andrà ridimensionando e perdendo, “normalizzandosi” fortemente. Nell’essere totalmente fuori da ogni scherma, i personaggi di Ramos esprimono al meglio la componente emozionale di una run come The Hunger, espressivi, tormentati. Brock ne è la perfetta dimostrazione: Ramos dipinge sul volto dell’ex-reporter paura e dolore, rimorso e rabbia di un uomo solo che, arrancando, si trascina verso il crepuscolo della propria vita.

Venom

Ramos brilla, ovviamente, anche nei frangenti più concitati, offrendo alcuni scontri memorabili con il simbionte, in una delle sue rappresentazione più iconiche, sia che si tratti dell’alieno o della sua gargantuesca unione con Brock. Il simbionte acquista volume, riempe le vignette, si insinua, viscido e vischioso. Il disegnatore propone una delle vesti graficamente più potenti di Venom, che nulla ha da invidiare ai vari Todd McFarlane, Mark Bagley ed Erik Larsen.

Venom Si Sveglia a Mezzanotte -questo il titolo dell’adattamento italiano- è una storia ottima, da recuperare per scoprire l’ennesimo interessante lavoro di Paul Jenkins, a cui, nonostante abbia prodotto materiale estremamente valido su Spider-Man, non viene tributato il giusto riconoscimento. Panini Comics ha riproposto questa run del 2003 in un pregiato formato cartonato all’interno della Venom Collection, un modo perfetto per recuperare la storia se non si vuole puntare alla ricerca degli albi spillati o del brossurato “Spider-Man: L’attacco di Venom“, pubblicato in concomitanza con l’uscita di Spider-Man 3.

Dolore, malattia, paura e solitudine, è questo il mantra di una run che riuscì a far brillare Venom con netto anticipo, una lettura matura che non risentente nemmeno per un momento dei diciassette anni che porta in spalla.

Venom

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.