The Lodge: Quando l’inferno è vuoto | Recensione

Veronika Franz e Severin Fiala sono la coppia di registi austriaci che nel 2014 era rimbalzata tra i riflettori dei più svariati festival internazionali grazie al loro Goodnight Mommy, horror psicologico a bassissimo budget che riscosse immediatamente un grande successo, riuscendo ben presto ad emergere dall’ombra del cinema indipendente. Il richiamo più evidente fu sicuramente Funny Games di Michael Haneke (e prima ancora il cinema di Polanski, se vogliamo), con il quale Goodnight Mommy non condivide solamente la nazionalità, ma anche l’impostazione narrativa, quasi esclusivamente circoscritta tra le quattro mura di un nucleo familiare. Grazie ad un’attenta costruzione del climax e della tensione, assistiamo alla lenta ma inesorabile distruzione dello stesso nucleo, a seguito dell’irruzione di un elemento estraneo.

Goodnight Mommy (2014) – Regia di Veronika Franz e Severin Fiala

Per il loro Goodnight Mommy, i due registi austriaci apportavano a questo tipo di struttura alcune sostanziali novità: innanzitutto l’elemento apparentemente estraneo faceva già parte della famiglia in questione, e in secondo luogo, ed è qui che risiede la vera forza del film, assistevamo ad un vero e proprio capovolgimento degli equilibri, al punto che quella che inizialmente reputavamo una minaccia finiva per diventare la vittima, e viceversa. L’altra implicita punta di diamante della pellicola era costituita dal fatto che questo capovolgimento non ci veniva propriamente rivelato da un colpo di scena (il quale, se così vogliamo definirlo, veniva esplicitato soltanto alla fine del film) ma dalle azioni stesse dei personaggi, che finivano man mano per rivelarci la vera natura degli stessi, più di quanto la nostra percezione avesse potuto fare fino a quel momento. Percezione è il termine che più di ogni altro a mio avviso, descrive la chiave di volta del cinema di Veronika Franz e Severin Fiala: tutta la pesantezza dell’atmosfera che caratterizza le pellicole in questione, anche nelle sue parti più oniriche, è completamente da riferirsi alla percezione che abbiamo delle situazioni, che nel caso di Goodnight Mommy è quella dei due gemelli, attraverso gli occhi dei quali è narrato tutto il film, costantemente “ad altezza bambino”.

Il 16 gennaio, dopo aver viaggiato anch’esso tra vari festival, arriva nelle sale italiane The Lodge, il lungometraggio che vede il duo austriaco nuovamente coinvolto nella regia, oltre che nella scrittura, dove sono affiancati da Sergio Casci. Tutti gli elementi sopracitati, ritornano prepotentemente in questa loro nuova pellicola, a partire dall’elemento della casa, la “Lodge” che dà il titolo al film. Anche in questo caso a dare l’avvio alla vicenda è un forte trauma (questa volta mostrato sullo schermo) che spacca completamente la famiglia in questione (tra i quali spiccano una Alicia Silverstone in perfetta forma e Jaeden Martell, recentemente apparso nei due It e in Knives out). A coincidere con questo trauma è ovviamente l’ingresso di un elemento esterno, la “futura matrigna” dei protagonisti, interpretata da Riley Keough (Mad Max: Fury Road). Da qui, iniziano tutta una serie di avvenimenti bizzarri e non poco inquietanti che risucchieranno i protagonisti (i due fratelli da una parte, la compagna del padre dall’altra) in una spirale di tensione che porterà inevitabilmente all’implosione del nucleo stesso. Tutte meccaniche non nuove quindi per chi è già spettatore del cinema sopracitato, prima tra tutti la stessa opera dei due registi. Ma ancora una volta sono proprio alcune variazioni sul tema a caratterizzare la forza di questo ultimo film.

Innanzitutto il tema della casa, o della cosiddetta “Loggia” assume un ruolo chiave e, per meglio decodificare il film, occorre analizzare questo termine sotto diverse sfaccettature, tutte suggerite dal film stesso. Come già detto, la vicenda si svolge tutta all’interno di una dimora, più precisamente la casa delle vacanze. Ma il termine Lodge, loggia appunto, rivela ben presto un’altra sua importante connotazione: il personaggio interpretato da Riley Keough proviene infatti da una comunità religiosa di fanatici, dalla quale capiamo subito essere scappata in seguito ad una macabra vicenda, che vediamo riaffiorare sotto forma di flashback non meglio identificati. Il fatto che la stessa si ritrovi in una nuova “casa” dopo aver preso le distanze dalla propria, rimarca quello che è inevitabilmente il perno del film, ma non è tutto: questo suo allontanamento è sottolineato da una sua continua negazione della fede, la quale apparentemente non fa che manifestarsi attraverso vari segnali, che costantemente rifiuta. E’ qui che entra in gioco la novità che caratterizza questa pellicola: la religione, la fede, o in sintesi Dio, getta l’ombra sui protagonisti fin da una delle prime inquadrature, che mostrano questa grandissima croce di una chiesa, inquadrata dal basso, incombere sui corpi dei protagonisti. La fede è, se vogliamo, l’ennesima rappresentazione della “Casa”, che nelle situazioni più avverse e al limite dell’umano, finisce per richiamare a sé anche chi ne aveva coscientemente preso le distanze. I simboli religiosi sono onnipresenti, la stessa storia è ambientata sotto le feste natalizie.

Se in Goodnight Mommy, tutto il comparto onirico e sovrannaturale  era in qualche modo plausibile agli occhi dei bambini, in The Lodge l’inspiegabile è poco contemplato, poiché i protagonisti questa volta sono mediamente più adulti e svezzati: quando si è adulti e accadono cose apparentemente prive di una spiegazione razionale, si finisce per accettare come unica risposta possibile qualcosa o qualcuno ben aldilà della nostra comprensione. In altre parole… Dio. Ancora una volta è la percezione che si ha delle cose a farla da padrone e, ben presto, appare chiaro come la Lodge non sia altro che un contenitore inanimato, all’interno del quale si sciorinano le interazioni dei personaggi e le proprie psicologie. Questo concetto Franz e Fiala lo mettono subito in chiaro, fin dalle primissime (e ricorrenti) inquadrature di questa casa delle bambole di “Asteriana” memoria (Hereditary): quello che però non ci è dato sapere è chi è che muove i pupazzi, se sia qualcuno di nostra conoscenza o se a tirare i fili sia qualcuno ben al di sopra delle nostre vite.

Ovviamente le risposte arriveranno, assieme a vari ribaltamenti e colpi di scena, anche se, ribadisco, non li definirei propriamente tali: i due registi non cercano di sbigottire lo spettatore da questo punto di vista. Più semplicemente non fanno altro che alternare false piste a importanti rivelazioni. Tutti gli elementi per arrivare ad avere un’idea chiara sulla situazione sarebbero già nelle nostre mani fin dalle prime scene, quello che ci confonde tuttavia è proprio il continuo cambio di prospettiva sulla vicenda, che fa continuamente cambiare la percezione di quello che sta succedendo. Il fatto che in una scena vediamo alla televisione La Cosa di Carpenter, seguito da Jack Frost, denota ancora una volta come elementi quali la neve e il freddo siano in fin dei conti neutri, e che sia la percezione che abbiamo di essi a fargli assumere una valenza terrificante, piuttosto che rassicurante.

Dal punto di vista tecnico, il duo austriaco ribadisce una mano ispiratissima: la messa in scena è solida e al contempo asciutta, pochissimi, lenti e a volte impercettibili movimenti di macchina, contribuiscono ad una resa perfetta dell’atmosfera oltre che ad una crescita costante della tensione, tale da riuscire a rendere inquietante anche una carrellata su un pupazzo di babbo natale. Anche la fotografia, nella sua non scontata sobrietà, fa la sua buona parte nella costruzione dei quadri, desaturando tutti i toni in favore della brillantezza tagliente del ghiaccio, che penetra direttamente nelle ossa dello spettatore. Ovviamente anche il sonoro gode di un ruolo importantissimo nella resa del climax. Il tutto, a fronte di un budget sicuramente maggiore dell’opera precedente, ma comunque contenuto.

Concludendo, Veronika Franz e Severin Fiala si riconfermano una garanzia del genere dietro la macchina da presa, confezionando un prodotto che di sicuro non sfigura se posto al fianco del precedente. Sicuramente più complesso e ambizioso di Goodnight Mommy, che forse rimane più compiuto nella sua immediatezza e semplicità, The Lodge sa essere cinico e schietto, e scava nella psicologia umana mostrandoci la natura dell’uomo per quello che è, lasciando davvero poco spazio a libere interpretazioni.

Marchigiano, nasce a San Severino Marche nel 1994. Uscito dal liceo, decide di incanalare la propria passione per il fumetto, il cinema e l'arte sequenziale in generale iscrivendosi alla Scuola Internazionale di Comics di Jesi. Terminati gli studi viene accolto dalla scuderia della casa editrice Hyppostyle per cui realizzerà due volumi della serie distopico-steampunk Blackbox. Attualmente è al lavoro su un progetto horror per edizioni NPE. Se non doveste riuscire a mettervi in contatto con lui, probabilmente si è chiuso in un cinema.