Confession tapes: Donny Cates – Di “morte, oscurità e famiglia”

Donny Cates è la nuova punta di diamante della Marvel Comics. In appena un paio d’anni Cates è passato dall’essere un’eccellente esordiente a uno dei nomi più importanti del fumetto americano. Da Thanos a Venom, passando per i Guardiani della Galassia, Doctor Strange, e Silver Surfer, Cates sta pubblicando dei titoli ottimi, così come quelli che ha presentato per saldaPress durante il Lucca Comics. Cates, ospite della casa editrice, ha presentato il volume dedicato a Ghost Fleet e gli ultimi volumi di Redneck e Baby Teeth. Grazie alla saldaPress abbiamo potuto fare una chiacchierata in cui si è spaziato dal trittico “morte, oscurità e famiglia” al Texas… con un pizzico di Alan Moore.

Ciao Donny e benvenuto su Fr4med. Nel giugno 2017 esce God Country per Image Comics. Poco prima eri stato contattato dalla Marvel, la quale ti aveva proposto un contratto in esclusiva. Percorso che, ad oggi, ti ha portato ad essere l’autore di punta della Casa Delle Idee. Come hai vissuto questo repentino percorso? come si sei trovato ad arrivare a lavorare con la casa editrice che sognavi?

È f**********e strano, amico! God Coutry uscì a gennaio ed io firmai il contratto con la Marvel a giugno, ed è stato davvero molto strato. Ed è proprio di questo che parla Thanos Vince. Avevo questi piani a lungo termine per me e pensavo: “Okay, ho appena fatto questo libro per la Image e nel giro di cinque anni, o giù di lì, la Marvel mi noterà e inizierò a fare qualcosa”. Invece a giugno stavo già firmando l’esclusiva. Thanos Vince parla di un tizio che vuole tutto e lo ottiene ed è la cosa fottutamente peggiore che gli sia mai capitata. Parla di un tizio che vuole raggiungere la cima della montagna, ma quando raggiungi la cima della montagna scopri solo che ci sono altre montagne da scalare… non c’è nessuna cima, non esiste. Come è stato? È stato difficile per me sentirmi al sicuro, perché è accaduto tutto così velocemente e ci sono state così tante persone definite come i “Golden Boy” della Marvel per qualche anno e poi sono spariti. Non permetto a me stesso di credere che sia vero, non mi aiuta credere che questo possa durare per sempre, ho bisogno di credere che tutto questo possa svanire domani per potermi fare il culo giorno dopo giorno, così che possa essere sicuro di continuare a farlo. È difficile per me riuscire a godermi il momento… ho la parola “Excelsior” tatuata sul polso perché significa “sempre avanti”. Non ho uno specchietto retrovisore nella mia macchina perché l’unica cosa che devo fare è continuare ad andare avanti. Quando lavoro su un libro, mi faccio il culo e finalmente viene pubblicato dico: “Okay, figo. Passiamo al prossimo”. Mi metto a testa bassa e continuo ad andare avanti. È difficile… un giorno mi sveglio e sono in Italia grazie a dei libri che ho scritto, un altro giorno mi sveglio e sono a Singapore grazie a quegli stessi libri. Certe volte prendo il bus e mentre giro per l’isolato qualcuno mi chiede di autografare una copia di Venom o Absolute Carnage e penso: “Quando diavolo è successo? Quando l’ho scritto?”. Questo perché continuo a lavorare a testa bassa.

In Redneck abbiamo una famiglia di vampiri che si erge cercando di limitare la distruzione causata da loro stessi. In God Country abbiamo un’altra famiglia che si erge contro delle divinità e anche in Baby Teeth si parla di famiglia. Nonostante le disparate e folli ambientazioni, il centro focale delle sue opere rimangono i rapporti umani ed interpersonali e l’analisi del nucleo familiare. Come si è sviluppata questa tematica nel corso degli anni?

Ogni libro che ho scritto parla della stessa cosa. I lavori in Marvel, quelli in Image, tutti i miei lavori nel corso degli anni. Non è qualcosa di intenzionale. Quando mi guardo indietro, proprio come ho fatto in questa intervista, riesco a vedere tutte le cose che questi lavori hanno in comune e quello che hanno in comune è questa idea di famiglia ed anche l’idea della fine di questo c***o di mondo, dell’abisso, dell’oscurità. Queste cose sono circolari. F*****o, tu morirai, amico, io morirò… la Terra esploderà e saremo destinati all’oscurità eterna. Il punto è che io scrivo della merda che mi spaventa. Ogni scrittore scrive perché vuole essere immortale… perché non vuole morire. Il modo in cui tutto questo si riflette su di me è che mi ritrovo a scrivere di ciò che mi sta più a cuore, ciò che è importante. E quando sai che tutti quanti moriremo ciò che importa è la famiglia.

Donny Cates

Molte delle tue opere creator owned sono ambientate in Texas, tua terra natia. Quanto è importante per te questa ambientazione e come ti ha influenzato vivere in Texas negli anni ’80?

Ci vivo ancora! Sai, il Texas è casa mia. La risposta più semplice è: Stephen King ha il Maine, io ho il Texas! Mi piace come parla la gente ed è facile per me far viaggiare la mente in quei luoghi. Credo di avere anche una certa responsabilità a causa di molti degli stereotipi negativi. Quello non è il mio Texas, il mio Texas è amore, famiglia ed accettazione… è con questo che sono cresciuto. Per me è pieno di arte, artisti e musica e credo sia mia responsabilità far sì che le persone se ne accorgano. Il Texas è bellissimo e la roba che raccontano non è vera.

Venom è un personaggio particolare. Nasce come villain di Spider-Man grazie a David Micheline e Todd McFarlane e guadagna immediatamente il consenso del pubblico. In anni recenti, esclusione fatta per Agent Venom, l’interesse è molto scemato, eppure tu sei riuscito a riportarlo in auge, con una run eccellente, rendendo i simbionti elementi cardine del Marvel Universe. Come è nata questa idea e qual è il tuo trascorso con Venom.

Sono un fan di Venom da quando avevo quattro anni. Ora ne ho trentacinque e quando ho iniziato a scriverlo si festeggiavano i 30 anni del personaggio, quindi ero lì già agli inizi. Per me è sempre stato fighissimo, è una fottuta ombra con i denti… è f**********e fantastico! Il fatto è che secondo me nessuno si è mai davvero addentrato nel concept del personaggio che, a mio avviso, è sempre stato puro sci-fi horror. È un tizio che se ne va in giro con un fottuto alieno che lo ricopre e denti acuminati che gli spuntano dalla faccia. Io voglio fare ciò che è stato fatto con il Punitore. Il Punitore nasce come cattivo di Spider-Man, ma nessuno lo percepisce più in quel modo perché sono arrivati gli sceneggiatori e gli hanno dato uno spazio in cui muoversi, libero dall’ombra di Spider-Man. Questo è quello che sto cercando di fare anche io. Credo fermamente che Venom possa essere un personaggio capace di reggersi sulle sue gambe e magari tra trent’anni le gente dirà: “Aspetta, Venom è un cattivo di Spider-Man?! C***o, non lo sapevo!”. Questo significherebbe dargli il suo spazio ed ho trovato un posto in Marvel dove poterlo fare meravigliosamente, inserendo tutta questa m***a alla Dark Eldar Gods, alla Cthulhu, molto lovecraftiana, che credo si presti benissimo. Sta dando a Venom la sua mitologia, gli sta dando i suoi nemici, per la prima volta anche una famiglia e qualcuno che lo supporti, come suo figlio. Sto cercando di creare un mondo in cui il mio personaggio preferito possa esistere.

Donny Cates

God Country è un’opera che ti tocca molto da vicino (intendo che è stata ispirata da un problema vissuto in prima persona) e propone tematiche estremamente personali. Cosa ti ha spinto a volerne parlare?

Sono quasi morto! Avevo appena compiuto trent’anni e mi sono ritrovato in ospedale per della m***a. Sai, quando hai trent’anni e rischi di morire non riesci più a guardare le cose nello stesso modo. Tutte queste tematiche, legate alla morte, all’oscurità ed alla famiglia, non erano presenti in Buzzkill e The Paybacks perché quest’evento è stato il punto di rottura. Ho fatto quei bei libri, sono quasi morto e dopo è diventato tutto “morte, oscurità e famiglia”. Questo perché inizi a pensare al tuo lascito ed improvvisamente ti chiedi: “Se morissi oggi cosa mi lascerei dietro?”. Non pensi ai soldi, non pensi al successo, alla fama, ai fumetti… pensi alla famiglia. Quando ti ritrovi a vivere un’esperienza pre-morte e sei un ragazzino del Texas che è cresciuto leggendo New Gods di Jack Kirby quello che avrai sarà God Country.

Uno dei tuoi ultimi lavori in Marvel è Silver Surfer: Black. Un titolo che si è rivelato un successo di critica e pubblico. Ad affiancarti su questo lavoro hai avuto Tradd Moore, un’artista molto differente da quelli con cui ti abbiamo visto lavorare. Come è stato collaborare con lui? 

Tradd Moore è differente da qualsiasi altro artista o essere umano esistente (risate nda). Sono andato al college con Tradd, lo conosco da oltre dieci anni.

Anche con Geoff Shaw, giusto?

Si, anche con Geoff! Con Tradd siamo amici da sempre, volevamo lavorare insieme da tanto, ma non riuscivamo mai a far incastrare i nostri impegni. Poi un amico comune, Declan Shalvey, mi ha detto che Tradd era libero e voleva fare un libro su Silver Surfer. Non ho dovuto far altro che contattare C.B.,l’Editor in Chief, e dirgli che Tradd voleva fare questo lavoro e lui mi ha dato il via libera. Non abbiamo mai davvero detto alla Marvel quello che stavamo facendo, era un esperimento… un esperimento artistico. Sono stato molto fortunato, perché, come ti dicevo prima, è complicato per me godermi il successo e cose come questa, l’essermi guadagnato la fiducia della Marvel, mi ha fanno capire di star lavorando bene. Sono andato da loro ed ho detto: “Faremo questo libro, non vi daremo una singola traccia, non posso davvero dirvi di cosa parlerà perché non lo so. Io e Tradd faremo quello che c***o ci passa per la testa e vedremo cosa uscirà fuori”. Così chiamavo Tradd ogni lunedì e gli chiedevo cosa volesse disegnare. Sapevamo quali fossero i temi, lo sapevamo dall’inizio e sapevamo di cosa volevamo parlare. Lo abbiamo fatto proprio come Stan Lee e Jack Kirby realizzavano i fumetti tanti anni fa. Inizialmente il titolo non era Silver Surfer: Black, lo abbiamo chiamato così solo dopo la morte di Stan Lee perché il nero è il colore che indossi quando sei in lutto. È stato il primo libro su Silver Surfer pubblicato dalla sua scomparsa, quindi volevamo che fosse grande, strano e folle abbastanza da poter rendere fiero Stan. Non ci interessava il parere di nessun altro.

Donny Cates

Questa è la tua prima esperienza in Italia ed il Lucca Comics è una fiera davvero molto grande. Com’è vedere così tante persone che si ritrovano in fila per ore solo per poterti salutare?

È incredibile per me… posso camminare in una qualsiasi fumetteria del mondo e qualcuno verrà da me e mi farà: “Hey, Donny?!”. E questo è f**********e stupendo, perché da bambino che è cresciuto in una piccola cittadina in Texas, dove davvero nessuno leggeva fumetti, mi sono sempre sentito molto solo non avendo nessuno con cui parlare di quella roba. Ma c’era una fumetteria e quella fumetteria la sentivo come se fosse casa mia, mi sentivo sempre come se fossi in famiglia… ed ora è così in ogni fumetteria o fiera del mondo! È come Krakoa per gli X-Men! In qualsiasi fumetteria io vada posso incontrare quella stessa famiglia. I fumetti mi fatto questo regalo, non importa dove io sia nel mondo, sono sempre con la mia famiglia. Ed è f**********e bello, amico!

Domanda scontata ma sapevamo che sarebbe arrivata: Venom è migliore di Watchmen. Sei riuscito a farlo capire anche ad Alan Moore?

Certo, è ovvio (risate nda). Seriamente, tutti credono che gliene abbia parlato da quando postai la foto su Twitter… per giunta in questi giorni ho incontrato della gente convinta che quella foto non fosse reale!

Lo avranno pensato perché Moore sorride!

Giusto, sta sorridendo (risate nda)! Ci ho scherzato su ed ho scritto che abbiamo stabilito come Venom sia eccezionale. Ovviamente non ho parlato con il fottuto Alan Moore di Venom. Che razza di s*****o dovrei essere per parlargli di Venom (risate nda)? No, abbiamo parlato di Miracle Man sopratutto. Secondo la mia opinione, Miracle Man rimane tutt’ora il pezzo d’arte più pregiato mai prodotto in ambito fumettistico. Credo che l’idea della decostruzione del superuomo sia stata meglio esplorata in Miracle Man piuttosto che in Watchmen.

Grazie Mille Donny, è stato un vero piacere!

Grazie a voi!

Donny Cates

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.