Nella Los Angeles degli anni ’70, ognuno sta cercando di prendersi la propria fetta di successo. Parliamo di una città in cui gente proveniente da ogni angolo degli Stati Uniti si riversa per cercare di realizzare i propri sogni. Rudy Ray Moore, originario dell’Arkansas rurale, è una di queste persone. Ma, si sa, la vita non sempre va come previsto, e Rudy si ritrova ad essere un uomo fuori forma ed, apparentemente, fuori tempo massimo. La sua lunga lista di sogni infranti non sembra fermarlo e, con cieco ottimismo, l’uomo si lancia alla carica con il suo ultimo tentativo: un nuovo personaggio, un eroe nero sfacciato e volgare capace ergersi ad icona del ghetto in cui Rudy si ritrova a vivere. Dolemite, questo è il nome del personaggio, diventa ben presto per il suo creatore il possibile biglietto di uscita dall’ombra dell’anonimato. Dopo aver riscosso uno strepitoso successo nell’ambito delle stand-up comedies, Rudy riunisce una colorita troupe per potersi lanciare in una folle impresa: realizzare un film su Dolemite senza soldi né qualsivoglia capacità in ambito cinematografico. Ed è proprio su questo folle tentativo, ormai passato alla storia della cultura afroamericana, che Netflix sceglie di produrre un biopic intitolato Dolemite is My Name. Per l’occasione, si è scelto di reclutare un’altra leggenda della commedia di colore: Eddie Murphy. Il film riesce a catturare il viscerale entusiasmo e lo stile inconfondibile che hanno caratterizzato il vero Dolemite? Andiamo a vedere!

Dolemite

Nell’iniziare la visione del film, avevo un dubbio in testa: il film riuscirà a presentare il suo contesto in maniera abbastanza chiara per noi che viviamo dall’altra parte dell’oceano? D’altro canto, quello della blaxploitation è un fenomeno fortemente localizzato, una tradizione cinematografica quasi esclusivamente dedicata all’America di colore che difficilmente riesce ad attraversare l’oceano senza il bisogno di un pesante lavoro di traduzione, sia linguistica che culturale. Per questo, vi esorto a vedere il film in lingua originale per poter respirare a pieno l’aria tipica dell’epoca. Perché, ve lo garantisco, mi sono davvero divertito a lasciarmi investire dall’energia emanata dal film. Dolemite is My Name è un film che funziona su molti livelli: non solo si tratta di una pellicola con un’identità ben precisa e studiata nei minimi dettagli, ma è anche una storia capace di parlare più o meno a tutti, o perlomeno a chi non ne vuole proprio sapere di arrendersi, anche di fronte alla montagna più alta. Per quanto distanti dal contesto in cui i personaggi si muovono, è impossibile non tifare per i protagonisti: per quanto folle sia la missione, per quanto il vento sembri soffiare contro, vogliamo a tutti i costi vedere Rudy trionfare. Arrivato alla fine del film, ero genuinamente contento del sapore che le vicende su schermo mi avevano lasciato.

Complice di ciò, il bellissimo cast chiamato a dare vita ai tanti personaggi. Eddie Murphy torna alla carica regalandoci un personaggio completo, sfaccettato ed interpretato con tutto l’entusiasmo necessario per un individuo del genere. Rudy sarà una mente semplice, per certi versi un incosciente il cui punto di forza maggiore è la sua faccia di bronzo, ma non possiamo non tifare per lui: un personaggio preso ripetutamente a ceffoni dalla vita, ma non disposto ad accettare la sconfitta. Insieme a Murphy, ci pensano Craig Robinson, Mike Epps, Keegan Michael-Key e Da’vine Joy Randolph a regalarci il pittoresco entourage di Dolemite. Sorpresa delle sorprese, un Wesley Snipes lontanissimo dalla sua comfort-zone che ci regala uno dei personaggi più interessanti e divertenti del film: il riluttante regista D’urville Martin, un individuo dall’ego spropositato chiamato a partecipare ad un lavoro che non lo entusiasma affatto. A ciò si aggiungono i cameo di Snoop Dogg e Chris Rock, che impreziosiscono non poco lo splendido cast.

Dolemite is My Name è una storia quasi troppo incredibile per essere vera, ma è proprio il suo status di biopic a renderlo una pellicola davvero unica. Il film non è solamente uno spaccato dello show-business nero degli anni ’70 che riesce a parlare praticamente a tutti nonostante il contesto a noi praticamente estraneo, ma è anche un omaggio spassionato ad un modo di fare film che, peccato o per fortuna, non esiste più. E’ un film che parla di menti folli lanciate in una folle impresa, e non dovrebbe essere nulla di diverso.