Netflix: Panama Papers, un film senza una direzione | Recensione

Su Netflix è uscito da pochi giorni Panama Papers (in originale The Laundromat), film che vuole porsi a metà strada fra il comico e il drammatico. Purtroppo questa sua indecisione, unita ad altri difetti qua e là, non ha dato il risultato sperato. Attenzione, la recensione contiene diversi spoiler sulla prima parte del film e su altri elementi!

Intanto l’antefatto, il punto di partenza. La Mossack Fonseca & Co. era uno studio legale con sede a Panama, coinvolto nel 2015 nella diffusione su internet di 11 milioni e mezzo di documenti confidenziali dello studio. Ciò portò alla luce il fatto che da anni la Mossack Fonseca garantiva ai suoi clienti l’elusione delle leggi in materia fiscale del paese d’origine, grazie a società offshore (dunque straniere) situate in paradisi fiscali, sia che queste società fossero reali o fittizie, create ad hoc dalla Mossack Fonseca stessa. Con questa fuga di notizie, che prese appunto il nome di “Panama Papers”, si scoprì così che le società offshore a cui si appoggiava lo studio erano ben 214.000, e che a sfruttarne la mancanza di controllo fiscale erano industriali, sportivi, politici e criminali di tutto il mondo.
Con questa premessa, c’erano tutte le carte per tirarne fuori un film drammatico, magari con elementi quasi da pellicola di spionaggio, ma invece la scelta dello sceneggiatore Scott Z. Burns (The Bourne Ultimatum, Contagion), che si è basato sul libro Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite di Jake Bernstein, è stata in parte diversa. E ciò non ha funzionato in ogni caso.

Panama Papers
Il poster originale di “Panama Papers”.

Infatti la materia è spinosa, e sicuramente ha dei punti di dramma. Così pare partire il film stesso, con Ellen Martin interpretata da Meryl Streep (Il Diavolo Veste Prada, Mamma Mia!) che, rimasta vedova in un incidente durante una gita in barca, inizia a capire che, dietro la morte del marito e di altri turisti naufragati insieme a loro, si nasconde una società che fa capo a un’altra società controllata a sua volta da una terza società. La donna inizia a indagare e a cercare la verità.Questa è la parte di trama incentrata sul personaggio di Meryl Streep, alla quale si aggiungono le sezioni dedicate agli altri personaggi. Questi sono, principalmente, i due avvocati a capo della Mossack Fonseca: Jürgen Mossack e Ramón Fonseca; il primo è interpretato da Gary Oldman (Dracula di Bram Stoker, Sirius Black nella saga di Harry Potter), il secondo da Antonio Banderas (Intervista col Vampiro, La Maschera di Zorro).
Uno dei problemi è che, oltre a questi, appaiono in maniera prepotente altri personaggi alle volte in maniera anche prolungata e che, ai fini di trama, non danno realmente sostanza alla pellicola né al progredire della storia. In alcuni di questi casi, hanno una reale attinenza alla Mossack Fonseca o alle vicende di Ellen Martin: pensiamo al Malchus Irvin Boncamper di Jeffrey Wright (Invasion, il prossimo The Batman), prestanome per conto dello studio legale. Però, appunto, in molti altri casi quest’attinenza non c’è e sembra quasi che queste vicende aggiuntive siano state inserite unicamente per allungare la pellicola: Matthew Quirk, interpretato da David Schwimmer (Friends), socio della compagnia turistica dell’incidente dell’inizio del film; Hannah, interpretata da Sharon Stone (Basic Instinct), agente immobiliare contattata dal personaggio di Streep; Charles, interpretato da Nonso Anozie (Zoo), criminale e cliente della Mossack Fonseca.

Panama Papers

Ora, per parlare dei personaggi e della dispersività della trama, ho parlato di sezioni, quasi che ogni personaggio avesse delle vicende totalmente slegate dagli altri. Ecco, ne ho parlato in questi termini proprio perché è così: Panama Papers è suddiviso in parti ben distinte, episodi singoli (intitolati Segreto 1, Segreto 2, ecc.). Ho apprezzato quest’idea, soprattutto perché legata a una grafica caratteristica, una sorta di sigla che introduce ogni capitolo; ma purtroppo, visto il balzare delle scene da una parte all’altra del mondo, oltre che da un personaggio all’altro, il rischio è solo quello di confondere lo spettatore. Così come sarebbe stato più utile all’economia del film che alcuni minuti in più (vista anche la lunghezza della pellicola, di poco sopra l’ora e mezza) fossero stati dedicati allo sviscerare determinate terminologie del lessico economico (bond, offshore, ecc., per citare alcune delle più facili). Ancora meglio, sarebbe stato da considerare il poter creare un capitolo conclusivo più lungo quando invece, così com’è, Panama Papers termina in maniera abbastanza netta e anticlimatica: nel bel mezzo del progredire della storia, arriva la fuga di notizie di cui parlavamo all’inizio, e da lì la fine del film. Peccato.

Dicevamo all’inizio che la pellicola non imbocca nettamente una strada netta fra i vari generi cinematografici. Questo purtroppo si sente e, nonostante Panama Papers resti comunque un film godibile, fra piccole battute, situazioni insolite e, all’opposto, sequenze da film action dei primi anni 2000, si avverte al termine della visione un senso d’incompiuto, d’incompleto.

Panama Papers

Nonostante i difetti, Panama Papers resta comunque un film godibile, se avete un’ora e mezza da trascorrere in tranquillità. A suo favore abbiamo sicuramente il cast che con Meryl Streep, Gary Oldman e Antonio Banderas, riesce benissimo a tenere sollevata la pellicola dall’implacabile insufficienza anche solo grazie al loro carisma e alla loro presenza scenica: le capacità innate di Streep di passare dalla gioia al dolore, l’accento tedesco di Oldman, le occhiate di Banderas, sono sicuramente una delle cose più azzeccate del film Netflix. Accanto a queste possiamo elencare una scelta narrativa interessante, nulla di eccezionale ma comunque interessante, cioè l’affidare la parte iniziale di ciascuna sezione a Oldman/Mossack e Banderas/Fonseca che si rivolgono direttamente allo spettatore sfondando la quarta parete, così da spiegare come si sono svolti i fatti, le motivazioni delle loro azioni e perché loro non sarebbero più colpevoli di molti altri mai smascherati né indagati. E addirittura, a un certo punto questo sfondamento della quarta parete arriva persino alla svestizione stessa dei personaggi, che interrompono la loro esistenza e rimangono soltanto gli attori che li interpretano, circondati da oggetti di scena e green screen; restano solo loro e il messaggio del film. Sicuramente sì, queste sono le parti migliori del film, per quanto anche in questo caso vi sia una pecca, ovvero l’eccessivo effetto “spiegone”, l’eccessiva prolissità e pignoleria nel voler a tutti i costi far capire quale sia il proprio messaggio.

E arriviamo, in fondo a questa recensione, a un giudizio sulla regia di Steven Soderbergh (Ocean’s Eleven, Magic Mike). Questo giudizio è stato volutamente lasciato in fondo proprio perché, come quasi ogni altra cosa del film, si pone in una mediocrità piatta. Infatti in alcuni punti, la regia si lascia andare a qualche scelta lievemente più ricercata, con i piani sequenza che seguono i personaggi e la telecamera che, oltre alle carrellate, si lascia andare anche all’essere portata a spalla. Però, al di là di questo, la regia del film non si prende alcun diritto, tenendosi in disparte e risultando, alla fine dei conti, come una regia media di un film medio caratterizzata da inquadrature piuttosto semplici.

Nota finale: musica non pervenuta.

Questo film avrebbe potuto sicuramente essere molto di più, fare molto di più, dare molto di più allo spettatore. Invece è stata scelta una via a cavallo fra il rimanere in carreggiata e il finire fuori pista, diventando solamente uno dei molti film dimenticabili che nascono e muoiono su Netflix.

Classe 1989, Simone ha sempre cercato il mezzo d'espressione perfetto: forse il fumetto (come quell'"House of M" targato Marvel), o magari il cinema (con "Jurassic Park" come primo film di cui ha memoria), oppure il videogioco (la prima epica sessione, 5 ore davanti alla PlayStation)? Quando non pensa a questa insensata gara, si diverte a scrivere racconti e poesie. E i suoi studi umanistici riflettono un po' il suo animo, fra una tesi sul rapporto fra storia degli Stati Uniti e fumetti di supereroi, e un glossario della lingua videoludica (che è riuscito anche a pubblicare).