Arrow: le riflessioni di Stephen Amell sul suo viaggio

Siamo arrivati alla fine di Arrow, con l’ottava stagione che darà una conclusione all’avventura della Freccia Verde televisiva, e Stephen Amell (Tartarughe Ninja – Fuori dall’Ombra) ha avuto modo di parlare a lungo del suo ruolo come Oliver Queen con Entertainment Weekly.
Ecco le cose più interessanti che sono emerse.

EW: Quando hai capito di essere pronto ad appendere il cappuccio al chiodo e terminare il tuo percorso nello show?

Allora, ci trovavamo quasi in fondo alla sesta stagione e chiamai Greg [Berlanti] e gli dissi “Sono sotto contratto anche per la settima stagione, e mi piacerebbe raggiungere una conclusione.” E lui rispose con “Ok, fammici pensare un attimo, ti richiamo in una settimana e poi vediamo come va.” Mi richiamò dopo una settimana e disse “Come va?”, e io “Ok, è l’ora.” E mi convinse, visto che lui è molto più intelligente di me, a tornare anche quest’anno per una stagione più breve, e io penso che questo abbia davvero dato allo show l’opportunità di terminare nella maniera migliore. Sono spaventato. Sono davvero preoccupato riguardo la fine, e sono realmente emotivo e malinconico, ma il momento è arrivato.

Cosa ti spaventa della fine?

Ho 38 anni, e ho trovato questo lavoro quando ne avevo 30. Non ho mai tenuto un lavoro per più di un anno. Il fatto che io ho fatto questo per quasi un decennio, e il sapere che a breve non lo farò più, è un po’ spaventoso. Ma poi mi ricordo che riuscii a trasferirmi a Los Angeles nel 2010 grazie a mio nonno che mi prestò 15.000 dollari, e non avevo la cittadinanza, non avevo nulla. Quindi provi a trasformare il tuo essere spaventato in un’opportunità.

Parlando dei produttori, so che tu fosti la prima persona a partecipare alle audizioni. Cosa ricordi di quella esperienza?

Allora, andai a vedere una partita di hockey con mio cugino Robbie [Amell], era un sabato sera, e mi chiese “Hai già fatto un’audizione per Arrow?” e io “No, cos’è Arrow?” Lui mi spiegò “È basato su Green Arrow. Ho letto l’episodio pilota e mi sono immaginato te per tutto il tempo. Io ho fatto un’audizione, ma in realtà non sono interessato, perché tu sarai scelto per questo ruolo.” Allora andai io stesso per un’audizione, e c’erano David Nutter, Marc Guggenheim, Andrew Kreisberg. Greg era nel suo ufficio perché diceva cose tipo “Se trovate qualcuno di interessante, fatemelo sapere.” Andai dentro, lessi la parte e Nutter mi guardò e disse “Potresti uscire per un paio di minuti?” e io risposi “Sì, certo.” Quando tornai nella stanza, c’erano altre 11 persone dentro, e mi fecero rileggere la mia parte… La mattina del martedì successivo ottenni il lavoro.

Nel leggere la sceneggiatura dell’episodio pilota, inizialmente cosa ti fece comprendere di voler essere parte dello show?

Hai mai indossato un costume da supereroe? Beh, è fot*******te fantastico.

Arrow

Quando fu mandato in onda, Arrow s’impose fra gli altri show di supereroi che erano stati diffusi fino a quel momento. Con la prima stagione, vi rendeste conto di stare facendo qualcosa di nuovo, o vi concentraste soltanto su ciò che andava fatto?

Volevamo soltanto terminare il lavoro. La prima stagione fu davvero, davvero difficile per me. Ogni cosa stava andando bene. Volevano che il mio personaggio fosse stoico e disilluso, giusto? Lo show andò in onda e ottenne buoni voti e fu un successo, e dopo, tutto d’un tratto, mi fu affidato un insegnante di recitazione, perché d’un tratto la serie era un successo e le persone volevano tutte dare la loro. Ce la dovemmo cavare da soli per i primi nove, dieci episodi. Fu molto, molto dura.
Alla fine della prima stagione, quando realizzai che avevo finito, tornai da Vancouver e partecipai al Tonight Show with Jay Leno, c’era Carol Burnett come prima ospite. Andammo a cena subito dopo, con il mio migliore amico e mia moglie, e lui mi disse “Ce l’hai fatta, amico. Hai finito la prima stagione.” E io “Sì, ce l’ho fatta.” Dopodiché mi ammalai pesantemente, mi ritrovai con una polmonite atipica. Rimasi malato fino al quarto episodio della seconda stagione.

Ricordi il momento in cui realizzasti che la serie era un successo?

Le persone pensano che il successo dello show sia quando viene mandato in onda, o quando il mio busto è alto quasi 30 metri su Sunset Boulevard. Non è così. Il successo si forma nel corso degli anni, con le persone che diventano grandi fan grazie alla mole di contenuti che tu gli dai. Non realizzai che la serie era un successo fino al 2017, quando mi trovavo su di un’isola chiamata Panarea, nel mare della Sicilia. È un’isola così piccola, non ci sono neppure le auto. Entrammo in questo ristorante che sembrava chiuso, e uscì questa donna. Noi chiedemmo “Siete aperti?” e lei “Sì, Arrow.” E io ero, tipo, mi stai prendendo per il c**o?

Ci sono degli attori che non conoscono molto delle loro stesse serie. Per te te è stato così, oppure hai lavorato attivamente per diventare un esperto dello show?

Io semplicemente ne sono molto interessato. Arrow, per gran parte della mia vita, è stata la cosa più importante. Poi mi sono sposato, ed è diventato una delle due cose più importanti della mia vita. Poi io e mia moglie abbiamo avuto una figlia, e Arrow è sceso in terza posizione. Ma io me ne preoccupo ancora, c**zo. Davvero, lo faccio davvero. Ci penso tutto il tempo.

Quando pensi che Arrow abbia dato il meglio di sé? Cioè, qual è l’episodio ideale di Arrow?

Il 5.23. Non potevo credere al fatto che, quando l’isola era esplosa, non fossero morte più persone. Ho amato l’episodio 2.20, quando Moira (Susanna Thompson) è morta. O l’episodio 1.16, quando Tommy scopre che io sono Green Arrow. L’episodio 2.14, quando mi sono confrontato con Laurel riguardo il bere. Nick Copus diresse quell’episodio, e lo fece direttamente con la cinepresa fra le mani. Sono molto, molto orgoglioso di quella scena. E amo l’episodio 3.09. Ma quand’è che la serie è stata al suo meglio?
Per me è stato durante la stagione due, quando appare Sara.

Come ti senti a entrare nella stagione finale, soprattutto senza la presenza di Emily Bett Rickards come Felicity?

Non bene. Penso che Arrow come lo abbiamo conosciuto sia finito con l’episodio 7.22. È uno show differente, nella stagione 8. È come se stessimo suonando le nostre hit migliori.

Com’è stato vedere che Arrow ha dato il via a un intero universo?

È stato fantastico. Sono così orgoglioso di Grant [Gustin] e Melissa [Benoist], e ho amato il fatto che Caity [Lotz] è diventata il leader che doveva essere. Sono gasato per Ruby [Rose]. È bello vedere uno show che porta alla luce altre serie.

Arrow

Quando ho parlato con Marc [Guggenheim], ha detto che si è svegliato una mattina e ha scritto la scena finale. Sai già come andrà a finire?

Sì, lo so. Me lo ha raccontato ieri, e ho pianto. Ho pianto mentre me lo raccontava. Ci sono un sacco di cose, di ostacoli, da superare per creare quella scena finale.

FONTE: Entertainment Weekly

Classe 1989, Simone ha sempre cercato il mezzo d'espressione perfetto: forse il fumetto (come quell'"House of M" targato Marvel), o magari il cinema (con "Jurassic Park" come primo film di cui ha memoria), oppure il videogioco (la prima epica sessione, 5 ore davanti alla PlayStation)? Quando non pensa a questa insensata gara, si diverte a scrivere racconti e poesie. E i suoi studi umanistici riflettono un po' il suo animo, fra una tesi sul rapporto fra storia degli Stati Uniti e fumetti di supereroi, e un glossario della lingua videoludica (che è riuscito anche a pubblicare).