Panini Comics: God Country – Donny Cates e la paura di dimenticare (ed essere dimenticati) | Recensione

Avete mai avuto paura di dimenticare?

Avete mai sperimentato quel profondo terrore che accompagna i momenti di riflessione? Quei piccoli attimi che ci concediamo per tirare le somme della nostra esistenza, dimenandoci nel vano tentativo di capire se quanto fatto in vita avrà una qualche risonanza e se riuscirà a lasciare una piccola traccia… un eco del nostro passaggio.

Si tratta di paure intrinseche nell’essere umano, quei timori e quesiti che ci accompagnano sin dalla nascita e fino all’ultimo respiro, ognuno con le proprie idee, speranze, pensieri e convinzioni. Si tratta di paure che Donny Cates ha sperimentato in prima persona e che ha voluto esplorare attraverso i suoi personaggi in un racconto struggente che fa della componente emotiva il proprio fiore all’occhiello. Perché God Country è proprio questo, una storia che parla di famiglia, di legami spezzati e paure incontrollate, di ricordi rubiati e della strenua lotta per riconquistarli.

A prima vista la trama della serie che ha consacrato Cates nell’ambito B potrebbe sembrare l’ennesimo titolo di stampo fantasy, in un mondo oberato di produzioni su questa falsariga, per lo più dalla qualità irrimediabilmente bassa. Abbiamo un campione, una spada senziente ed un folle tiranno che la vuole indietro, pronto ad assoggettare e distruggere pur di raggiungere il proprio scopo. Eppure questo “già visto” non è che il pretesto per narrare molto altro, andando a scavare nella complessità dei rapporti interpersonali, in questo caso più complicati e stratificati dell’odissea di turno. I personaggi che si muovo in questa piccola porzione di Texas non sono eroi senza macchia né paura, tutt’altro… ci troviamo di fronte ad esseri umani fatti di carne e sangue, persone plasmate dalle proprie esperienze, risultati delle proprie scelte, dei propri successi e dei propri errori. In tal modo tutto il comparto fantasy diviene un’interessante sfondo in cui muovono mostri ben più terreni e spaventosi. Il vero nemico insormontabile non è il tiranno di una galassia lontana, come verrebbe da credere dopo un veloce colpo d’occhio, ma qualcosa di molto più subdolo ed umano: l’alzheimer.

God Country

Cates tocca un tema estremamente delicato con mano ferma e riesce a trasmettere tutto il disagio ed il dolore causato da un male debilitante, che fagocita chi ne è afflitto e coloro che lo circondano. Ricordi rubati, intere porzioni di vita svanite, la malattia non lascia altro che un guscio vuoto, la cui mente vaga lontano. Una lotta quotidiana nel vano tentativo di aggrapparsi ad un volto, una voce, un piccolo frammento proveniente dal passato. L’alzheimer abbatte toltamente Emmett, l’anziano protagonistia, ormai non più autosufficente, costringendo il figlio a tornare nel deserto del Texas per poterlo accudire e sedare i suoi frequenti attacchi d’ira. Le possibilità di miglioramento sono inesistenti ed il destino di Emmett sembra ormai segnato, questo fin quando l’uomo, senza una vera spiegazione logica -che non arriverà in quanto superflua ai fini della narrazione scelta- entrerà in possesso della prima tra tutte le lame, Valofax, un enorme spadone senziente forgiato da una divinità, dotato di coscienza ed altrettanto divino. Quando impugnata, Valofax restituisce la sanità a l’uomo, allontanando totalmente l’ombra dell’alzheimer. Tale avvenimento darà il la agli eventi che condurranno Emmett Quilan, texano taciturno dall’aria burbera, in battaglia contro dei sconosciuti, nel tentativo di mantenere la propria lucidità e, di conseguenza, la spada.

Ciò che cattura e strugge l’animo del lettore non sono le altisonanti battaglie contro delle figure provenienti da realtà imperscrutabili -che tanto ricordano il Quarto Mondo di JackKirby-, seppur sontuose nella propria rappresentazione grazie a Geoff Shaw, che risplende ad ogni tratto, ma i momenti di raccoglimento, quando uomini e divinità scendono a patto con le proprie vite, affrontando la difficoltà nascosta nella quotidianità, fatta di compromessi e scelte sofferte. Ognuno è costretto a riflettere sulle dinamiche che lo circondano, come Roy, figlio di Emmett -che solo chi ha vissuto questo morbo da vicino può capire- guarda il suo matrimonio e la sua famiglia andare in pezzi, logorata da una malattia che, oltre a rende irriconoscibile la più comune delle figure, assorbe interamente tempo ed energie di chi quella lucidità la mantiene.

Emmett, a più riprese, da un perfetto affresco di quale baratro oscuro rappresenti la sua condizione e di come lo privi della dignità stessa. L’intera esistenza di un uomo viene annientata ed alla luce di questo l’epopea di un vecchio texano assume dei connotati ancora più umani… e nobili, se vogliamo. Emmett combatte per i propri ricordi, Attum per essere ricordato: Cates crea una dicotomia netta tra i due personaggi, lasciando intendere come la battaglia combattuta dal Signore del Regno di Sempre sia stata persa in partenza, quando il sangue di interi popoli venne versato solo per poter realizzare qualcosa di grande, qualcosa per cui essere ricordati. Anche le divinità più ancestrali si ritrovano a dover fronteggiare i propri timori, spaventate dalla possibilità di cadere nel dimenticatoio… ed una divinità dimenticata è una divinità senza potere

God Country

Cates permea il lavoro di un taglio familiare e semplice, attraverso cui tratta tematiche estremamente variegate e composte. L’autore texano riesce a mettere a nudo gli animi umani -e divini- con un semplice dialogo in un patio mentre la luna si staglia alta sugli sterminati paesaggi del Texas. Tutte le opere di Cates hanno cuore, un cuore pulsante che punta a mettere in scena drammi che riguardano piccole porzioni di mondo, inserite in contesti mirabolanti. Non importa quanto folle sia l’ambientazione o se il protagonista impugni un mastodontico spadone, piuttosto che beva sangue per sopravvivere, ciò che interessa a Cates, quello che vuole raccontare, sono le difficoltà in cui ci si imbatte, giorno dopo giorno, nel far funzionare le cose, nel gestire i rapporti interpersonali, nell’affrontare la vita, cercando di trovare una soluzione ai problemi in cui si incappa, tentando, nel frattempo, di apprezzare tutte quelle piccole cose che fanno umano l’uomo. La narrazione è veloce e permeata da un’onestà intellettuale di fondo che sorprende: nessuno dei protagonisti è perfetto, ognuno ha difetti e pregi, e la narrazione pone l’accento su tutti, inserendoli in un contesto in cui non vi è una semplicistica divisione tra buoni e cattivi.

In questa formula rientra anche l’ambientazione, che, come le tematiche estremamente vicine al vissuto di Cates -l’autore ha raccontato della violenta infanzia vissuta dal padre, il quale scelse di rompere il cerchio proprio quando ebbe i suoi due figli-, affonda le radici nel suo passato. Il Texas è il luogo da cui proviene e a cui è profondamente legato, motivo per cui la vita di provincia permeata dei forti valori familiari ha un ruolo centrale nella maggior parte delle storie creator-owned confezionate per Image Comics.

A completare un quadro già eccellente è Geoff Shaw, che riesce fornire lo sprint necessario ad una narrazione già molto scorrevole. Shaw realizza delle tavole che mozzano il fiato nei momenti più concitati, cariche di quell’epica fantasy su cui la storia si muove, riuscendo, tuttavia nell’ardua impresa di trasmettere emozioni anche nei momenti in cui lo spazio maggiore va lasciato ai dialoghi piuttosto che all’azione. Una stretta gabbia a sei vignette orizzontali con inquadrature sui volti dei personaggi è la soluzione utilizzata, la quale risulta funzionale, riuscendo a far concentrare il lettore sui baloon e sulle singole espressioni. Tuttavia i picchi massimi toccati da Shaw vengono raggiunti negli ultimi numeri, in cui il disegnatore spinge sull’acceleratore, dando vita al Regno di Sempre, popolato da creature impossibili dai colori acidi -un plauso enorme va a Jason Wordie per il lavoro svolto con le colorazioni, dove si spazia dalle tinte più calde e rosate delle afose giornate texane, ai colori freddi e dalla connotazione acida dei folli mondi che Emmett si ritrova ad esplorare-.

God Country

God Country è la summa delle potenzialità di Donny Cates, un’opera che ha carattere ma, sopratutto, che ha anima, un lavoro intenso che punta direttamente ai sentimenti, pronto a martoriarli, andando a toccare corde profonde. Cates apre una finestra sulla vita di persone normali, trasportando il lettore nella loro quotidianità e facendogli provare le loro paure, condendo il tutto con una perfetta dose d’azione e delle scelte narrative funzionali. Stiamo parlando di un titolo ottimo, ancor di più se si considera come l’autore texano come un esordiente la cui carriera nel mondo del fumetto è iniziata solo nel 2013. God Country è un perfetto biglietto da visita e leggendolo diventa chiaro cosa la Marvel abbia visto in Cates, arrivando ad offrirgli un contratto in esclusiva ed affidandogli alcune tra le maggiori testate del proprio parco titoli. 

Abbiamo di fronte uno dei grandi autori della nuova generazione fumettistica e tutto parte da queste pagine. Recuperatelo, non ve ne pentirete -anche grazie a Panini Comics, la cui eccelsa cura editoriale contribuisce a dar vita ad un solido cartonato-.

God Country

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.