Murder Falcon: tutti gli album metal citati nelle variant cover

Daniel Warren Johnson è uno degli artisti in ascesa del panorama fumettistico americano, disegnatore eccezionale dal tratto estremamente dinamico ed influenzato dal fumetto giapponese, nonché sceneggiatore delle proprie opere, ha dato vita ad Extremity, titolo molto interessante edito per Image Comics di cui vi abbiamo parlato qui.

Johnson sarà ospite di saldaPress in occasione di Lucca Comics & Games 2019 e presenterà anche il suo nuovo lavoro, Murder Falcon, in cui lo vederemo ancora una volta in veste di autore completo. Murder Falcon è un titolo folle e sopra le righe che in America ha già riscosso un ampio riscontro. Protagonista della storia è Jake, la cui vita sta andando pian piano in pezzi: niente ragazza, niente band, niente futuro. Almeno fin quando non si imbatte in Murder Falcon, un gigantesco uccello umanoide inviato da The Heavy per distruggere tutto il male presente sulla terra. La missione potrà essere compiuta solo con l’aiuto dello stesso Jake e della sua fidata sei corde, ad ogni accordo suonato il potere del Metal alimenterà i furibondi pugni di Murder Falcon.

Come è intuibile, l’heavy metal è il tema centrale, nonché portante del lavoro. Proprio per celebrare il genere sono state pubblicate 8 cover variant per Murder Falcon, una per ogni numero. Ogni cover richiama uno storico album, andando a pescare dai sottogeneri più disparati. In calce vi proporremo la cover variant e la copertina originale da cui è stata ispirata.

La cover variant del primo numero, disegnata dallo stesso Daniel Warren Johnson, riprende la copertina di Painkiller dei Judas Priest, uscito nel 1990. L’album segnò un vero e proprio punto di svolta per la band britannica, arrivando a quattro anni dal fallimentare -seppur sperimentale- Turbo e a due anni da Ram It Down, vano tentativo di tornare sui propri passi. Painkiller segnò la punta più estrema toccata fino a quel momento dai Priest, arrivando a sfociare nello speed, velocizzando ancor di più le ritmiche, appesantendo sia la batteria che le chitarre. Nell’album sono presenti alcuni dei brani più iconici della band, tra cui la title track, Night Crawler, A Touch of Evil e All Guns Blazing.

Con la cover del secondo numero, realizzata da Andrei Bressan e Adriano Lucas, si continua a citare la NWOBHM. Nel 1986 gli Iron Maiden tornavano sulle scene forti del precedente full lenght -un vero capolavoro- quale Powerslave. Dopo aver raggiunto uno dei picchi più alti della propria carriera i Maiden decisero di cambiare nuovamente le carte in tavola, rientrarono in studio e sperimentarono, dando vita a Somewhere in Time. L’album mostra delle nuove sonorità, per la prima volta nella storia della band vennero inserite le guitar synth -elemento che causò diverse polemiche al tempo- e Adrian Smith affiancò Steve Harris nella stesura dei brani, firmando dei pezzi eccellenti, tra cui Wasted Years e Stranger in a Strange Land.

Tyrell Cannon e Mike Spicer ci portano su lidi molto differenti con la copertina del terzo numero, pur rimanendo in Inghilterra. Questa volta si vira drasticamente verso il death, con i Bolt Thrower, tornando agli anni ’90, con un album d’affermazione come War Master. Il disco segna la conclusione del percorso che portò la band al death metal e la crescita dal punto di vista compositivo è chiaramente percepibile. La struttura dei brani si fa più articolata, portando la componente tecnica ad avere un posto di rilievo, ciononostante venne curata altrettanto minuziosamente anche la parte melodica, abbandonando totalmente le influenze grindcore.

Con il quarto numero si vola molto alti, andando ad omaggiare -grazie a Ryan Ottley e Cliff Rathburn– uno dei gruppi che negli anni ’90 ha dato nuova vita al metal, mettendo a ferro e fuoco la scena musicale del periodo: i Pantera. Il disco citato è Vulgar Display of Power, album che consacrò la band, in cui il sottogenere groove trova la propria massima espressione. I Pantera si erano reinventati giusto due anni prima, dopo aver dismesso lustrini e spandex, abbandondando totalmente l’immagine di sbiadita copia delle band glam degli anni ’80, per lavorare su un sound totalmente personale e nuovo. I semi del cambiamento vennero gettati già in Power Metal del 1988 ma fu con il successivo Cowboys From Hell e con Vulgar Display of Power che la band rinacque, dando via ad un filone totalmente nuovo. L’album è una pietra miliare che contiene alcuni tra i brani più celebri della band, tra cui Walk, This Love, Mouth For War, Fucking Hostile ed Hollow.

 

Si cambia totalmente con la variant del quarto numero firmata da Lorenzo De Felici, votata al tecnicismo neoclassico di Yngwie Malmsteen con il richiamo alla copertina di Trilogy. Nel 1984, a soli ventuno anni, Malmsteen pubblicò il proprio disco d’esordio, Rising Force, elevandosi a portatore del manifesto neo-classico che in quel momento inizia ad investire la scena musicale rock/metal. Uno stile chitarristico tutto nuovo, fatto di complessi fraseggi, shred forsennato e meravigliose melodie aprì ufficialmente la strada al virtuosismo, rendendolo il perno centrale, nonché collante, delle composizioni. Un virtuosismo ben lungi dall’essere fine a sé stesso, dove si puòudire tutta l’influenza della musica classica, con ampi richiami a Wagner e Beethoven. Trilogy mischiava nuovamente le carte in tavola, con nuovi cambi tra le fila dei Rising Force -questo il nome scelto da Malmsteen per i musicisti che lo accompagnavano in studio ed in tour-. La voce di Jeff Scott Soto venne sostituita da Mark Boals ed anche Marcel Jacob lasciò la band, venendo sostituito in studio dallo stesso Malmsteen. Trilogy è un album di ottimo livello, ben costruito, probabilmente inferiore ai precedenti che, tuttavia, si fregia di un eccezionale chiusura. Trilogy Suite Op.5 uno strepitoso strumentale di 7 minuti in cui Malmsteen fa sfoggio di tutta la propria bravura e tecnica, creando un brano in cui la chitarra è totale protagonista. Costruzioni complesse, shredding ed una particolare attenzione alla melodia, tra lunghi soli ed incursioni acustiche.

Ci spostiamo verso lidi thrash con la cover di Vanesa R. Del Rey che cita uno dei più grandi lavori dei Megadeth, Rust in Peace, pubblicato nel 1990. Siamo di fronte al terzo lavoro della band, full lenght che segnerà una tripletta d’oro per Dave Mustaine visti i precedenti -ed ottimi- Peace Sells… But Who’s Buying?So Far, So Good…So What!. Rust in Peace è l’apice compositivo dei Megadeth, una formazione stellare, grazie all’aggiunta tra le fila di Marty Friedman (basso) e Nick Menza (batteria), capitanata da un Mustaine in stato di grazia, da vita ad uno dei dischi thrash per antonomasia. Seminale per scrittura e perfezione sonora, Rust in Peace vanta alcuni dei capolavori scritti da Mustaine, quali Holy Wars…The Punishment DueHangar 18Tornado Of Souls e Rust in Peace… Polaris.

Con la settima cover, realizzata da Erica Henderson, si passa al fantasy/mitologico di Ronnie James Dio e del suo album d’esordio con la sua band solista. Dopo aver raggiunto il successo con gli Elf, aver creato i Rainbow insieme a Ritchie Blackmore ed essere diventato il nuovo cantante dei Black Sabbath -sfornando due album eccezionali come Heaven & Hell e The Mob RulesDio scelse di fare il passo successivo. I rapporti con i due membri fondatori rimasti dei Sabbath, Tony Iommi e Geezer Butler, si erano deteriorati, fino all’incisione del Live Evil, nel 1982. L’ampio uso di droge fatto dal duo Iommi/Butler e la voglia di intraprendere una carriera solista di Dio portarono alla scissione. Dio e Vinnie Appice -il secondo batterista dei Sabbath- fondarono la band che accompagnerà Ronnie per il resto della sua carriera e, nel 1983, Holy Diver arrivò sugli scaffali dei negozi di musica, stravolgendo la scena rock, macinando consensi tra pubblico e critica. L’album d’esoridio della band si rivelò essere un capolavoro, costruito perfettamente tra riff granitici e testi di stampo fantasy, creando immediatamente un immaginario unico per il gruppo, facendo crescere la popolarità della band in pochissimo. Il disco presentava una tracklist estrememamente variegata, su cui spicca, senza dubio, la tripletta Holy Diver, Don’t Talk to Strangers e Rainbow in the Dark.

Il numero conclusivo si fregia di una cover ad opera di Paul Pope & Mike Spicer, la quale arriva direttamente dal Sunset Strip, la quale richiama la copertina di Shout at the Devil, il secondo, intramontabile, album dei Mötley Crüe. Dopo un esordio scoppiettante che aveva reso la band -già conosciuta- ancor più famosa in quel di Los Angeles, il gruppo formato da Nikki Sixx, Mick Mars, Vince Neil e Tommy Lee era pronta al grande salto. Le influenze punk degli inizi vengono abbandonate, il gruppo matura sia a livello sonoro che di songwriting, gettandosi ancor di più nel glam con un disco estremamente aggressivo. Un album che trasuda rabbia ottantiana da ogni poro, corredata di ritornelli catchy e riff monumentali, con un Mick Mars maiuscolo alle chitarre. L’album nasce da uno dei periodi più folli e malati vissuti dalla band, quando ancora vivevano insieme in un lurido appartamento losangelino, adibito a sala prove e mecca di festini a base di droga, sesso e rock ‘n’ roll -esattamente in quest’ordine-. Lo stile di vita al limite si riflette perfettamente nell’album in una sorta di quintessennza della sregolatezza, dando vita ad un’attitudine che da quel momento avrebbe fatto storia. Glam, Hair, Sleaze, tutto si mescola in un lp che contiene solo classici dei Crüe, dalla title track, passando per Too Young Too Fall in Love, Looks That Kill, Red Hot, chiudendo con Knock ‘Em Dead, Kid e Ten Second to Love.

Tutti gli album citati nelle magnifiche ed interessantissime cover di Murder Falcon sono capolavori della musica metal, con un enorme varietà di genere, passando dagli approcci più catchy a quelli più estremi. In ogni caso ci troviao di fronte a pietre miliari di differenti decadi che, magari proprio grazie a queste copertine variant, dovrebbero essere ascoltate almeno una volta nella vita. Queste sono le operazioni commerciali che ci piacciono, variant che non vengano pensate esclusivamente come feticcio per collezionisti ma che risultino essere delle chicche in linea con il lavoro presentato.

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.