JOKER: c’era un uomo storto che viveva una vita storta | Recensione

Ci sono due matti in manicomio, e una notte, una notte decidono che la vita là dentro non gli piace più. E così decidono di evadere! Allora vanno sul tetto e lì, nello spazio vuoto tra i palazzi, vedono i tetti della città che si estendono al chiaro di luna… che si estendono verso la libertà. Allora, il primo matto, be’, fa un salto e atterra sull’altro tetto senza problemi. Ma il suo amico, lui non ha il coraggio di saltare. Sai… sai, ha paura di cadere. Allora il primo ha un’idea… e gli fa: “Ehi! Ho una pila! Ora la accendo e la punto qua in mezzo. Così tu puoi venire da me camminando sul raggio di luce!”. Ma il secondo scuote la testa. E gli fa… gli fa: “Ma che ti credi? Che sono pazzo? Poi tu la spegni quando sono a metà strada”.

-The Killing Joke, Alan Moore – Brian Bolland

 

Viviamo nell’era delle polemiche.

Si fa polemica sulla qualunque, dalle cose serie alle più futili. Si fa polemica sulle scelte altrui, sulle vite altrui, sui gusti altrui… è facile immaginare cosa possa accadere quando si parla di cinema, letteratura ed intrattenimento.

Si fa polemica in ogni caso, non ci si accontenta più. O forse non lo si è mai fatto.

La cosa interessante, che con l’avvento di internet ha guadagnato una risonanza tutta nuova, sono le “polemiche a priori”. Stiamo parlando di tutti quei discorsi sterili, con giudizi sparati a caso, che non possono avere nessun fondamento critico basato sull’esperienza, in quanto quell’esperienza è fisicamente impossibile da validare. Tutti quei giudizi che, nella vita di tutti i giorni quanto nel web, affondano le proprie radici nell’ignoranza, creando disinformazione basata su supposizioni, per la maggior parte faziose e capziose.

Tutto questo giro di parole per dire cosa? 

Che di Joker si era già ampiamente parlato prima della sua uscita, attraverso polemiche sterili in cui, tuttora, la pellicola viene additata con il male incarnato per le fantomatiche distanze prese dal medium fumettistico. Un processo imbastito su un paio di sbiadite dichiarazioni di cui si è forzato il senso, le quali, se anche così non fosse, risultano sacrosante. 

Joker

Quindi, una volta tanto, cerchiamo di aggiustare il tiro e riportare il focus su qualcosa di tangibile.

Joker, la nuova pellicola di un insospettabile Todd Phillips con protagonista il possibile Premio Oscar Joaquin Phoenix, è finalmente arrivata nelle sale cinematografiche, pronta a strapparsi le vesti solo per gli spettatori… ma cosa c’è sotto il sottile velo?

Un uomo storto.

Una vita storta.

Un pagliaccio. 

Un principe pagliaccio.

Siamo di fronte al perfetto racconto dell’archetipo rappresentato dal Joker, quel Joker nato tra le pagine di un fumetto nella primavera del 1940. Un personaggio tanto iconico da diventare leggendario, forse anche più dell’eroe per cui era stato creato. Todd Phillips realizza l’impensabile se, con tutti i preconcetti del caso si valuta la sua carriera finora, costellata di commedie e film demenziali, i quali ora assumono un gusto tutto diverso, quasi agrodolce.

La vita è una commedia. Così Arthur Fleck definisce la propria esistenza nelle ultime battute del lungometraggio, una commedia decadente. La pellicola si impone come dramma psicologico a più livelli, parlando simultaneamente di più scenari in ogni caso tremendamente tragici, muovendo una critica tristemente attuale nei confronti di una società disumana, pronta a fagocitare chiunque si trovi ai margini per poi risputarlo distrutto e privato di ogni dignità. Perché è proprio questo il punto focale del dramma su schermo, una società abbietta, della psiche danneggiate, brutte giornate e brutte vite. Quando è la stessa umanità ad essere il nemico più grande la pazzia non può altro che essere percepita come “super-normalità” -come già teorizzato da qualcuno-.

Arthur è la rappresentazione di ciò che può accadere quando una vita va nel verso sbagliato. Disturbato, solo, invisibile, triste in modo quasi nostalgico, ripugnante nel suo essere così scarno. Vive una vita ai margini dopo essere stato temporaneamente internato tentando, senza successo, di reinserirsi in una società che preferisce abbandonarlo e guardarlo morire. Arthur, nonostante tutto ed in modo quasi infantile, continua a rincorrere il suo sogno: diventare un cabarettista. Ma per fare il comico si dovrebbe essere capaci di far ridere, come sottolinea Penny Fleck -magistralmente interpretata da Frances Conroy-, madre del protagonista. Ed è qui che la vena tragicomica del Joker si fa sentire in modo marcato, parossistico e paradossale nel suo essere inadatto ma comunque mosso da buone intenzioni. Il tumulto di sottofondo è quello dei primi anni Ottanta, in cui si respira aria di cambiamento. Un cambiamento che arriverà a qualsiasi costo ed in qualsiasi caso, in semplice attesa di un catalizzatore attraverso cui essere veicolato. Proprio per questo “la rivoluzione” violenta innescato dallo stesso Fleck non lo riguarda tanto personalmente quanto marginalmente, visti gli stessi trattamenti riservati dai gothamiti  al “povero pazzo“, non dissimili da quelli di chiunque altro.

Joker

Una Gotham disturbante e disturbata, marcia e corrotta che perfettamente rientra nella cosmologia fumettistica, ergendosi a mostro dai mille tentacoli, pronto ad imprigionare i propri cittadini in una morsa fatta di violenza, disperazione e miseria. In questo quadro decadentista Fleck, senza anticiparvi quando e come -possiamo dire solo che si tratta di trovate geniali, che richiamano le fumose origini del Principe Pagliaccio del Crimine-, realizza che grande e grossa barzelletta sia il crudele mondo in cui vive, seguendo un percorso evolutivo per molti versi analogo al lavoro di Alan Moore, The Killing Joke. Un’evoluzione psicologica in questo caso molto più frammentaria rispetto a quella del bardo di Northampton, in cui il punto di rottura è rappresentato da due tragici eventi. In questo caso la psiche ed il fisico del Joker sono sottoposti ad una pressione costante, fino a raggiungere la rottura definitiva, in un continuo crescendo che tiene col fiato sospeso, la mascella slogata, ed il cervello sempre in moto.

Phillips si reinventa con una regia d’autore, fatta di movimenti di macchina lenti, di scene grottesche quanto iconiche -destinate a diventare simbolo del cinema contemporaneo- ed inquadrature claustrofobiche in cui lo spettatore sente tutto il malessere del protagonista pesare sulle proprie spalle, finendo col crollare lui stesso sotto la dilaniante mole di eventi. Tutto è certosino, dalla fotografia ai costumi, passando per quella che probabilmente, potremo definire come una delle migliori colonne sonore dell’ultimo decennio, curata dalla compositrice islandese Hildur Guðnadóttir e arricchita da brani a dir poco perfetti, in cui si spazia da Jimmy Durante ai Cream, passando per Frank Sinatra e Gary Glitter. 

Oltre la regia ineccepibile, a rendere il lungometraggio il lavoro acclamato che si sta rivelando è l’interpretazione, sofferta, dannata e nostalgica, a tratti romantica e naïf di Joaquin Phoenix che si riconferma come uno dei più grandi attori di questa generazione. Il Joker di Phoenix, novello Fred Astaire, esiste più vivo e terrificante che mai. L’interpretazione dell’attore spaventa ed intimorisce lo spettatore in modo viscerale -e totalmente positivo- restituendo una figura grottesca, dalla mentalità profonda e stratificata, con una componente fisico/emotiva eccezionale. Il dimagrimento dell’attore è ai livelli -disturbati- di Christian Bale ne L’Uomo senza Sonno. La fisicità diventa un mezzo espressivo attraverso cui comunicare l’insofferenza ed il malessere di una vita braccata… di un uomo che non ha mai conosciuto la felicità, oltre che una caratteristica volta a delineare la figura ad un livello puramente visivo. La risata di questo Joker scuote le viscere e fa riflettere lo spettatore. Impietosa si abbatte sulle più disparate situazioni, incontrollabile avvisaglia di quella personalità, di quella pazzia che si annida nell’animo di tutti gli uomini e che il mondo tenta di soffocare. In questa dimensione Joker diventa, come già detto, l’espressione massima della lucidità ed è proprio intorno a questa che Phoenix costruisce la sua magistrale prova attoriale. Brillano altrettanto le interpretazioni di Robert De Niro nei panni di Murray Franklyn, incarnazione dell’ipocrisia dilaniante, e Brett Cullen con il suo Thomas Wayne, mostrato sotto una luce reazionaria e capitalista.

Joker

Philips, pur richiamando il cinema di Scorsese e lo stesso Taxi Driver Re per una Notte, con cui sono già stati fatti troppi paragoni, riesce a creare un gioiello che brilla di luce propria, rimanendo fedele al personaggio ma dando comunque la propria, personalissima, interpretazione. Questo Joker agisce diversamente, in maniera singolare per esprimere appieno la propria psiche ed è ridicolo anche solo doverlo specificare. La sua connessione con l’Universo DC è presente, come riecheggia anche lo sbattere d’ali di un pipistrello. Tuttavia la grandezza è proprio nell’esplorazione della “maschera” umana, dello stato mentale, che riesce a reggersi perfettamente sulle proprie gambe. 

Ritornando per un momento alla polemica iniziale: Joker è, ad oggi, una delle pellicole maggiormente legate ai fumetti. Non essere in grado di riconoscere quanto questa pellicola sia debitrice alla nona arte e fedele al personaggio creato da Bill Finger, Bob Kane e Jerry Robinson significa non aver compreso le innumerevoli storie scritte sul personaggio, significa aver ignorato anni di caratterizzazioni, da Moore a Morrison, da Miller a Englehart.

In breve: riponete i forconi, tornate a dormire sonni tranquilli, indignatevi meno e mettete su una faccia felice!

Light up your face with gladness
Hide, every trace of sadness
Although a tear may be ever so near

-Jimmy Durante, Smile

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.