saldaPress: Oblivion Song vol. 2 – Storie di egoismo | Recensione

The song remains not the same.

Così intitolavamo la recensione del primo volume di Oblivion Song. Una recensione entusiastica, figlia di una lettura altrettanto esaltante. Il nuovo lavoro di Robert Kirkman ci aveva convinto, riuscendo a fare a fare centro grazie alla sua drammaticità, espressa attraverso intrecci umani, debolezze e catastrofi.

Ciò che rende Kirkman uno degli autori più noti ed apprezzati di questi anni è proprio la capacità di costruire personaggi ed intrecci in cui il contesto, per quanto assurdo, folle o spaventoso, passi in secondo piano, ponendo sotto l’occhio vigile del lettore le odissee personali dei protagonisti, i quali dovranno venire a patti con la propria umanità e con ciò che li rende tali. Le scelte fatte, le azioni compiute, gli errori commessi: la continua mescolanza di questi elementi ha dato vita a lavori eccellenti del calibro di The Walking Dead ed Invicible, per citare i più noti e longevi.

In questo contesto Oblivion Song si inserisce perfettamente ma lo fa con una prima uscita decisamente più valida rispetto a quella in esame. Che la prima parte del secondo volume avrebbe sofferto del tipico “spiegone” era più che lampante, lo svolgimento della storia non permetteva altrimenti. Un’ottima costruzione aveva portato ad un altrettanto valido climax in cui la verità riguardo Nathan Cole e la catastrofe che aveva colpito Philadelfia finiva con il travolgere violentemente il lettore, eppure è stato proprio questo a portare il tedio nelle prime battute di questo secondo tomo. Una spiegazione eccessivamente dettagliata, era l’unica scelta narrativa coerente verso cui optare avendo una situazione di stallo che vedeva Nathan in manette, con un misterioso macchinario al seguito e molte domande senza risposta. Proprio in conclusione al flashback introduttivo ci si scontra con uno degli aspetti più stranianti di questi albi: delle reazioni umane davvero poco coerenti con il contesto e le azioni compiute.

Kirman, come già sottolineato, ci ha abituati ad un tipo di narrazione in cui ogni scelta compiuta risulta avere un peso specifico determinante. Compiere una determinata azione porterà a precise conseguenze ed il mondo vivo, che si muove intorno al personaggio di turno, ne reagirà, con percezione variabile e reazioni altrettanto sentite. Questo aspetto sembra venire a mancare quasi totalmente, causando un effetto straniante, con una rosa di protagonisti che sembra non dare peso a rivelazioni orribili quanto fondamentali.

Nathan, accompagnato da altrettanti scienziati, è l’artefice della catastrofe di Philadelphia e, indirettamente, anche della morte di oltre ventimila persone. Una simile rivelazione dovrebbe far rabbrividire, oltre che bastare per renderlo il più emarginato dei reietti… eppure non accade. Nathan continua -se non in rare occasioni- ad essere percepito come un eroe, nonostante dalla lettura emerga un personaggio tutt’altro che positivo, come spesso accade con le creazioni kirkmaniane. Da qui, giungiamo all’altro fondamentale snodo della storia, in cui ci vengono presentati i percorsi opposti ma allo stesso tempo speculari dei fratelli Cole. Il primo vuole salvare i superstiti per poter alleviare il senso di colpa -senza realmente curarsi del loro volere-, il secondo si oppone categoricamente, mosso da una repulsione verso la  società, arrivando ad accarezzare l’idea di portare altre persone in Oblivion, condannando ulteriori vite per il proprio interesse personale, tentando di alimentare una distorta visione dell’esistenza pacifica.

Tutto, in questo nuovo corso di Oblivion sembra essere mosso dal puro e semplice egoismo, finendo per offuscare le capacità cognitive degli stessi protagonisti, portando, in modo altrettanto consequenziale, ad una condivisa mancanza di empatia e raziocinio. Ovviamente dovremo comprendere se un simile taglio abbia dei fondamenti per uno sviluppo futuro o se si tratti semplicemente di una caratterizzazione eccessivamente superficiale da parte di Kirkman, in questo caso più preoccupato di dare un eroe in cui credere che un intreccio narrativo valido da seguire.

Fortunatamente molti dei problemi dati da una caratterizzazione poco coerente e dalla scarsa risposta umana ed emotiva sono attenutati dalle eccezionali matite di Lorenzo De Felici. A differenza del percorso svolto da Kirkman con la storia, De Felici propone uno stile grafico perfettamente coerente ed in continua evoluzione. Le creature nate dalla matita del disegnatore romano si fanno ancor più varie e variopinte, tanto da far sperare -prima o poi- in un compendio dedicato esclusivamente alla flora e alla fauna di Oblivion. Lo stile di De Felici riesce ad unire perfettamente il dinamismo dei momenti più concitati con l’espressività dei personaggi che risultano belli e terreni nelle loro imperfezioni e nella loro disarmonia. Parte altrettanto importante viene svolta da Annalisa Leoni ed i suoi colori, con una predominanza di toni freddi, che spaziano dall’ocra al viola, passando per il cobalto.

Oblivion Song è, quindi, solo un piacere per gli occhi. Estremamente soddisfacente da guardare, inaspettatamente deludente da leggere.Pur avendo degli spunti interessanti -il percorso compiuto da entrambi i fratelli Cole, che finisce col porli sotto una luce fortemente critica-tutto si perde in scelte banali e reazioni incoerenti, con una trama ed uno svolgimento che procedono senza alcun particolare guizzo. Speriamo vivamente che Oblivion Song possa riprendersi con il terzo volume, magari grazie al cliffhanger finale che promette di ampliare una sottotrama per il momento ignorata, e torni ad essere l’interessante lavoro che ci era stato inizialmente promesso e che tale si era rivelato.

Oblivion Song

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.