Supergods è un meraviglioso saggio scritto da Grant Morrison che analizza minuziosamente la figura del supereroe, la sua storia, la sua evoluzione e la poetica e filosofia che ha accompagnato la creazione di questi nuovi dei, diventati, di fatto, la rappresentazione moderna delle divinità politeiste. La parte iniziale del saggio tratta la Golden Age, quel periodo d’oro che ha segnato la ribalta per gli eroi in calzamaglia, quando Superman era un eroe socialista, che si scontrava contro capitalisti senza scrupoli e Batman un vigilante dalle tinte gotiche a cui la polizia di Gotham City dava la caccia.

Un’epoca estremamente florida, quindi, per il fumetto che, di punto in bianco, grazie all’avvento dell’Ultimo Figlio di Krypton raggiunse picchi di vendite mai visti. Da qui partì una vera e propria caccia al clone, tutti avevano bisogno di un supereroe da poter proporre all’affamato pubblico di fine anni trenta, è così che nacque Batman, preciso studio di Bob Kane di ciò che il mercato stava in quel momento chiedendo. Nelle pagine di Whiz Comic #2, nel febbraio del 1940, la Fawcett Comics propose la propria, personalissima, versione di Superman, chiamata Capitan Marvel, scritto da Bill Parker e disegnato da C. C. Beck.

Capitan Marvel era, a tutti gli effetti, una copia di Superman… o forse no.

Capitan Marvel non era affatto come Superman. Superman celebrava il potere dell’individuo in ambientazioni disegnate in modo da risultare il più realistiche possibile. Le storie di Capitan Marvel, invece, presentavano un mondo che era inciampato scivolando nell’irrealtà, un mondo in cui la parola era al centro del palcoscenico. Aveva fatto suoi la logica del mondo interiore dei sogni, i tempi delle favole e i giocattoli che prendevano vita. Se Superman era Fantascienza e Batman era Crimine, Capitan Marvel piantò la sua bandiera nell’ampio territorio della Fantasia pura – Grant Morrison, Supergods.

Tuttavia, se l’evoluzione concettuale di Capitan Marvel era quanto di più distante vi potesse essere da Superman, la contaminazione dell’Uomo d’Acciaio nella sua creazione era presente. Questo bastò alla National Allied PublicationsDC Publications dal 1940 in poi e DC Comics oggi- per portare la Fawcett in tribunale e vincere in appello nel 1953, ottenendo la cessione di tutte le pubblicazioni relative alla Shazam Family. Tuttavia dieci anni erano trascorsi dall’esordio di Captain Marvel nella scena fumettistica mondiale ed in questo periodo il personaggio era finito per diventare il supereroe più popolare degli anni ’40, arrivando a vendere più dello stesso Superman, con numeri semplicemente mirabolanti.

Shazam!

Un “semplice emulo” non sarebbe mai potuto arrivare a tanto… infatti Shazam -o Capitan Marvel che dir si voglia- non era un eroe qualunque. A differenza dei concorrenti, come fatto  sapientemente notare da Grant Morrison fa sapientemente notare, Shazam era fantasia allo stato puro. Il giovane Billy Batson, alter ego dell’eroe della Fawcett, era un giovane orfano dal cuore d’oro le cui radici supereroistiche affondavano direttamente nella grandezza e potenza della “parola”: Shazam non era tale per un uomo dalle eccezionali capacità fisiche, allenato in anni ed anni di combattimento, né, tantomento, l’ultimo figlio di un mondo morente che deve i propri poteri all’esposizione di una nana gialla… Shazam è un mago a tutti gli effetti e trova la propria dimensione d’essere nella fantasia. Il suo potere è incanalato nel nome del vecchio saggio che gli ha conferito i poteri e, proprio per sottolineare sia la potenza della parola che l’influenza del pantheon greco, il suo stesso nome non è che un acronimo delle figure da cui prende potere (Salomon Hercules Atlas Zeus Achilles Mercury).

A distanza di tanti anni la popolarità di Shazam è stata fortemente ridimensionata, nonostante delle ottime storie siano state prodotte sul personaggio senza, tuttavia, avere una continuità tale da permetterne una nuova affermazione. In tempi recenti, durante il New 52, la DC ha provveduto a rilanciare il personaggio con un’ottima serie ad opera di Geoff Johns e Gary Frank che ne hanno riscritto le origini in chiave moderna ed estremamente accattivante. In un “lampo” Billy Batson e la Shazam Family sono tornati a vivere nelle pagine di un fumetto che ne valorizzava tutti quegli aspetti che lo avevano reso uno dei titoli più amati e venduti dell’età d’oro dei supereroi, andando ad esaltare il concetto di famiglia che Capitan Marvel aveva inserito all’interno dei fumetti in un periodo in cui Batman e Robin erano ancora degli estranei. Shazam era una sceneggiatura ottima che funzionava egregiamente e che attendeva solo di essere trasportata sul grande schermo. Vien da sé che quando venne annunciata la produzione di un lungometraggio l’idea di vedere un adattamento cinemetografico di quanto fatto da Johns e Frank era uno scenario oltremodo florido, seppur la produzione presentasse dei punti a sfavore sin dalla partenza.

Shazam!

Il fatto che la Warner e la DC tendano puntualmente a sabotare i propri progetti per le varie ip cinematografiche lasciava propendere per l’ennesimo fallimento, con una storia tragicomica e dai risvolti parossistici. A ciò va anche aggiunto come, effettivamente, Shazam! arrivi fuori tempo massimo, con l’intero universo cinematografico di cui dovrebbe far parte ormai sgretolatosi. L’idea che la pellicola potesse essere un ulteriore tassello di un disegno più grande che probabilmente rimarrà incompleto era, ed è, legittima.

Eppure, nei suoi limiti, Shazam! riesce ad andare oltre, oltre il “limitato” budget di 80 milioni di dollari -se paragonato ai 160 milioni di Aquaman-, oltre alle sterili critiche ad un Zachary Levy immediatamente considerato inadatto al ruolo e riesce nell’obbiettivo, sguazzando nel materiale di Johns e Frank, divertendo lo spettatore e portando un po’ di quella fantasia e magia del personaggio sul grande schermo, risultando solido e piacevole, seppur con i suoi difetti. Shazam! fa del ritmo e della costruzione dei personaggi principali il proprio punto di forza, la pellicola scorre velocemente nella sua leggerezza con un incidere del fantastico che si fa strada in ogni sequenza, riportando su schermo tanto di quel “sense of wonder” andato perduto dopo anni di cinecomics.

Billy Batson, un quattordicenne problematico alla ricerca della propria madre, incline alla fuga ed allergico all’autorità riuscirà a far riscoprire la genuina emozione dietro l’idea stessa del supereroe con una origin story che, pur non mostrando guizzi particolari, riesce ad intrattenere per tutta la sua durata. A risaltare maggiormente sono le interpretazioni di Zachary Levi -perfetto nel ruolo di supereroe teenager, con un entusiasmo ed una carica che caratterizzano perfettamente lo Shazam cinematografico- Asher Angel e Jack Dylan Grazer -Freddy Freeman-, spalla davvero ben costruita, tanto da arrivare ad avere la stessa importanza del protagonista. Il Dr Sivana, villain del lungometraggio, risulta eccessivamente semplicistico nella sua scrittura speculare, ma opposta negli intenti, al protagonista,  riuscendo, tuttavia, a trarre forza dall’interpretazione di un Mark Strong sempre magistrale.

Shazam!

L’aspetto più spiacevole, divenuto una costante nella maggior parte delle pellicole DC/Warner, è, indubbiamente, un CGI pessima che mostra il fianco in quasi tutte le sezioni di combattimento e volo, trovando il proprio culmine nei Sette Peccati Capitali -veri burattinai di Sivana-, rappresentati su schermo come dei cattivi di serie Z presi di peso da un pellicola low budget anni ’90. 

In definitiva Shazam è una di quelle pellicole che si guarda sempre con piacere, un film che punta ad un target nettamente più giovane, ma che riesce a far breccia anche nei più navigati grazie ad un’onestà di fondo che non può far altro che essere premiata. La crescita del nostro protagonista e la chiusa finale sulla famiglia e su come “home is where the heart is” per molti risulterà scontata, melensa e già vista, tuttavia si incastra perfettamente nelle corde del personaggio, dove la tematica familiare ha sempre rappresentato un aspetto fondamentale, risultando pertinente e non così banale come potrebbe apparire. Si tratta di temi e messaggi che riescono a far breccia, sopratutto se contestualizzati con il giovane pubblico di riferimento e, probabilmente, se uscito in un periodo meno saturo, Shazam sarebbe davvero riuscito ad imporsi in modo ancor più netto.

David Sandberg imbastisce una buona commedia, che, seppur non risulti un lungometraggio memorabile, diverte ed intrattiene egregiamente facendo il suo sporco lavoro, riuscendo laddove molte pellicole dello stesso genere hanno fallito completamente. Shazam! vi terrà impegnati per un paio di ore in sala, facendovi divertire, lasciandovi senza pensieri e con un bel sorriso, cosci che magari un po’ di magia possa davvero nascondersi là fuori.