My buddies Sixx, Mick & Tom
To get caught would surely be the death of us all

I Mötley Crüe hanno colpito gli anni ottanta come un fulmine a ciel sereno. La scena musicale dell’epoca ne aveva già visti di eccessi, ovviamente. Lo shock rock era nato ed ormai affermato, Alice Cooper ed i KISS avevano ridefinito il concetto di “spettacolo”, ponendosi come risposta netta a tutta l’ondata prog/sperimentale che aveva dominato il rock nel decennio precedente. I virtuosismi non avevano appeal per questa nuova attitudine, facepaint e spilling blood erano qualcosa di assodato, Satana era convogliato a nozze con l’hard ‘n’ heavy nel 1970 quando i Black Sabbath avevano capito che spostare l’asticella delle tematiche proposte verso qualcosa di più oscuro ed “esoterico” -per quanto incorretto questo termine- fosse la mossa vincente per proporre qualcosa di totalmente nuovo.

Di pari passo con lo shock rock si era affermato un’altro genere fondamentale per il periodo, gli anni a seguire ed, ovviamente i Crüe: il glam. Anche in questo caso una risposta, altrettanto trasgressiva, a qualcosa che era venuto precedentemente, il movimento hippie. I New York Dolls, Marc Bolan con i suoi T.Rex, gli Sweet e gli Slade, con una manciata di lustrini, tacchi alti, vestiti aderenti e tanta ambiguità sessuale avevano messo a ferro e fuoco un’intera decade. Inutile dire come l’unione tra glam e shock fosse l’evoluzione naturale. Ora l’unico limite era l’immaginazione, il “pudore” era stato pubblicamente crocifisso, non restava altro che abusare di ciò che ne rimaneva. Ed è proprio questo che aveva in mente Nikki Sixx e quel gruppo di sbandati e disadattati conosciuti come Mötley Crüe.

Mötley Crüe

I Crüe erano pronti per fare la propria, sontuosa, entrata in scena. Erano più rumorosi di chiunque si aggirasse sulla Sunset Strip, erano più affamati degli altri, più motivati e con un preciso obiettivo in mente: rendere l’eccesso il proprio senso d’essere. I Mötley Crüe erano pronti, pronti a dar vita qualcosa di unico, pronti a diventare i capostipite del Glam Metal, dell’Hair e dello Sleaze, pronti a diventare uno spartiacque per la musica rock ed un punto fermo per le generazioni future.

Si iniziò a vociferare della produzione di The Dirt successivamente alla pubblicazione dell’omonima, eccellente, biografia su cui sarebbe stato basato. La produzione, esattamente come gli stessi Crüe, è stata turbolenta e travagliata sin dagli inizi. Nel 2006 i diritti per un lungometraggio vennero acquistati dalla Paramount Pictures e dalla MTV Films. Nessuna notizia, ad eccezione di qualche sporadica dichiarazione di Sixx, emerse fino al 2013, quando Jeff Tremaine venne confermato alla regia della pellicola. Nel 2015 i diritti vennero venduti nuovamente alla Focus Features per poi arrivare nelle mani di Netflix nel marzo del 2017.

Era stato promesso un biopic dalla portata eccezionale, con nomi altisonanti  ma di quella produzione, che sarebbe dovuta arrivare nelle grandi sale, è rimasto ben poco… eppure potrebbe non essere stato un male.

Il lungometraggio è indubbiamente arrivato fuori tempo massimo, la scelta migliore sarebbe stata pubblicarlo nel 2015, anno del Final Tour della band, ciononostante è una degna conclusione di una carriera vissuta al limite, seppur con diverse sbavature -Doc McGhee diventerà manager dei Bon Jovi solo nel 1984 e dei KISS nel 1995, Vince Neil conoscerà Sharise Ruddell solo nel 1986, e molti altri piccoli dettagli- ed un finale da dimenticare.

Mötley Crüe

Nel complesso ci troviamo di fronte ad una retrospettiva interessante della “Most Notorius Rock Band“, ma va detto che produrre un film scadente sulla vita dei Crüe sarebbe stato impossibile. Per realizzare il blockbuster definitivo non serviva altro che riproporre su schermo gli eccessi realmente accaduti: dei ragazzotti dal passato tormentato finiscono per incontrarsi e dar vita ad una band che ridefinirà il concetto di “eccesso“, divenendo l’incarnazione in carne ed ossa del motto “sesso, droga e rock ‘n’ roll” con un particolare occhio di riguardo verso i primi due aspetti. The Dirt porta su schermo la disfunzionalità, la dipendenza, la violenza, il dolore ed il disagio di Nikki Sixx (Douglas Both), TommyLee (Machine Gunn Kelly), Mick Mars (Iwan Rheon) e Vince Neil (Pete Davidson), il tutto condito da una giusta dose di follia.

Il biopic di Jeff Tremaine, creatore di Jackass, è un buon prodotto seppur limitato da ovvi motivi legati alla lunghezza ed una chiusa totalmente sbagliata. Per un maggiore approfondimento ed immedesimazione sarebbero serviti almeno 40 minuti di girato in più, così da rendere il biopic maggiormente comprensibile -sopratutto temporalmente- anche per chi non ha mai sentito parlare dei Crüe, ma è chiaro come un film di quasi tre ore sarebbe risultato poco fruibile. La pellicola riprende i momenti salienti della carriera del gruppo, i primi anni, la dipendenza da eroina di Nikki e la morte della piccola Skylar, figlia di Vince, sono indubbiamente le parti più riuscite, insieme ad alcune delle follie che hanno contraddistinto la band, rendendola iconica.

Ritroviamo su schermo i dettagli più interessanti e scabrosi che i fan dei Mötley speravano di vedere, da Bullwinkle -fidanzata di Tommy Lee, la cui eiaculazione apre, letteralmente, la pellicola- fino alla storica sfida tra Ozzy Osbourne e Sixx  a suon di formiche, inalate come cocaina, ed urina. The Dirt ci restituisce una band al limite, senza morale e senza peli sulla lingua. A differenza di quanto visto in molti altri biopic, i Crüe vengono ritratti per ciò che sono, dei folli egoisti. Ed è proprio questa la forza del lungometraggio e dello stesso gruppo, ovvero mostrarsi alla luce del sole, nella propria splendente decadenza

Mötley Crüe

Crüe sono sempre stati una favola marcescente, nessuno c’è stato per l’altro nel momento del bisogno. Nessuno ci fu per Vince quando uccise Razzle perché troppo ubriaco per guidare, né per Nikki nel suo periodo di dipendenza da eroina. Nessuno di loro si fece vedere quando Skylar morì ad appena quattro anni o quando la spondilite anchilosante di Mars peggiorò rovinosamente negli anni ’90, né, tanto meno, quando Tommy Lee venne arrestato nel 1998. Questi sono i Mötley Crüe, questo sono sempre stati e, probabilmente, proprio per la loro squisitamente putrida attitudine sono riusciti a stregare una così grande fetta di pubblico. Risulta, quindi, impossibile accettare una conclusione melensa come quella proposta. 

Dopo quell’eccellente monolite che fu l’album omonimo pubblicato nel 1994, tutt’ora una delle migliori produzioni della loro carriera, con un eccezionale John Corabi alla voce -mai troppo rimpianto- i Crüe si riunirono a Vince Neil per una ragione più che comprensibile: il denaro. Eppure The Dirt cerca di dirci qualcos’altro, tenta di dare una morale a quella che è stata una storia che la aberrava… in ogni sua forma, tirando in ballo la più sbagliata delle tematiche se accostata alla band, ovvero il concetto di “famiglia”.

I Mötley Crüe sono autocompiacimento, menefreghismo e totale sovversione, vedere come il tutto venga banalizzato e vanificato con una chiusa figlia di un perbenismo tutto hollywoodiano non può far altro che farci gioire al pensiero che la band, al momento, si sia ritirata. Dipingere i Crüe come una famigliola disfunzionale che alla fine si riunisce e si sostiene significa fare un dito medio a tutto ciò che hanno rappresentato in tanti anni di carriera.

Una volta arrivati alla conclusione fatevi un favore, tornate indietro, intorno al quarantesimo minuto, e riguardatevi il siparietto con Ozzy. Una volta finita la scena spegnete il tutto, cristallizzate nella memoria quei fotogrammi ed avrete capito chi e cosa sono stati i Crüe.

Autocompiacimento, menefreghismo e totale sovversione.

F*****o.

I’m so fake
I’m a dirty little bastard
Fake
I was always so plastered
Fake
So you say it’s true
Looks like I’m fake just like you

Mötley Crüe