Netflix: The Umbrella Academy – Ovvero: come la diversità sia un valore aggiunto | Recensione

Il fumetto, attualmente, sta vivendo un momento che definire florido risulterebbe riduttivo: la nona arte, per la maggior parte delle produzioni che la compongono, ha lasciato definitivamente la nicchia a cui è stata per molto tempo rilegata ed ha raggiunto la notorietà, una notorietà che, sembra, sia sulla buona strada per condurre tale media verso il giusto riconoscimento artistico che merita.

Proprio per tale motivo il fumetto è diventato il pozzo senza fondo a cui attingere per il nuovo intrattenimento. In un momento storico così singolare la nona arte è divenuto il medium da cui declinare cinema e serie televisive, ma, sopratutto, in QUESTO momento storico ciò che il pubblico chiede più che mai sono i “supereroi”. Inutile sottolineare come non sia casuale, come “la nuova mitologia”, ora più che mai, trovi un proprio senso d’essere, affascinando, conquistando.

C’è bisogno di speranza, di umanità e di qualcuno che ce ne parli, che l’affronti.

In questo panorama si inserisce Umbrella Academy, che secondo la visione originale di Gerard Way dovrebbe essere la risposta ad una domanda mai posta e che, specularmente, pone in bella vista, sotto gli occhi di tutti, una corposa palette in scale di grigio, con un accento sulla disfunzionalità, sulla bizzarria e su come il mondo superi il semplicistico concetto di bene e male, andandosi ad adagiare su una serie di opzioni molto più centrali, che finiscono per confondersi, diventando quasi indistinguibili. 

The Umbrella Academy

Quando Umbrella Academy venne pubblicato, all’apice della popolarità dei My Chemical Romance, si poneva come un possibile progetto fallimentare, l’ennesima incursione di una rockstar in un ambito differente da quello musicale… il fumetto, poi, era la ciliegina su una torta che qualcuno aveva già bollato come “marcia”. Eppure Umbrella Academy è asseribile come un vero e proprio successo, un titolo che ha immediatamente sdoganato Gerard Way come autore, sorprendendo per la varietà di tematiche e di sensibilità con cui queste venivano toccate (senza tralasciare, ovviamente, il gusto squisitamente indie e la parossistica follia che permeava il lavoro).

Come Umbrella Academy nella prima metà dei 2000 si inseriva nel mondo del fumetto ora si inserisce sul piccolo schermo, ponendosi obbiettivi diversi, raggiunti attraverso percorsi decisamente distanti da quelli cartacei ma altrettanto validi.

Si, perché la produzione di una serie televisiva dedicata ad Umbrella Academy poteva spaventare proprio per questo motivo, ovvero la chiara impossibilità di riportare la sagace follia ed eccentricità del prodotto di Gerard Way e Gabriel Bà nella serialità di una piattaforma come Netflix. I motivi di un accadimento simile potevano essere sostanzialmente due: la mancanza di budget per andare a coprire gli aspetti più singolari del prodotto o un’adattamento che non riuscisse a carpire lo spirito dietro questo lavoro.

Entrambi temibili, entrambi tangibili.

The Umbrella Academy

Di produzioni seriali ispirati ai fumetti che hanno peccato da un lato e dall’altro (anche da entrambi contemporaneamente) ne abbiamo viste a bizzeffe. Ciononostante Umbrella Academy sorprende, ma lo fa in un modo tutto personale, rendendosi, sopratutto sotto questo aspetto, fedele allo spirito originale dei due libri a cui si ispira.

L’incipit è lo stesso: in un giorno singolare -ma solo in parte- 43 bambini nascono da madri single che, fino al momento del parto, non avevano mostrato nessun segno della gravidanza. Di questi 43 solo 7 sopravvivono, riuniti sotto lo stesso tetto da Sir Reginald Hargreeves, scienziato che li adotta e li addestra sin dalla tenerissima età a divenire l’ultima difesa del mondo… la difesa contro l’apocalisse. Le origini delle controparti televisive di quella che viene definita come la Umbrella Academy sono le medesime, ciò che, successivamente, garantirà al prodotto uno sviluppo diverso sarà la scelta dello showrunner Steve Blackman nel narrare la storia.

Come già detto, il punto d’arrivo è molto simile, così come alcuni avvenimenti salienti, i quali diventano veri e propri momenti fondamentali nella storia, la differenza è il modo in cui a questi si giunge. Nel tentativo di sopperire all’impossibilità di portare su schermo una trasposizione 1:1 del lavoro di Way e Bà, Umbrella Academy diviene un prodotto più introspettivo, riflessivo ed approfondito di quanto ci saremmo mai aspettati.

La necessità, in questo caso, era di produrre una stagione che, per quanto possibile, racchiudesse i primi due archi narrativi della serie pubblicata dalla Dark Horse e ciò ha dato vita ad un bellissimo prodotto profondamente interconnesso in ogni sua parte. Dal primo accenno di plot che ci viene proposto fino al finale di stagione, tutto risulta perfettamente coerente, con una trama intrecciata, che riparte più e più volte sorprendendo con abili ed inaspettati colpi di coda. In tal modo ogni storyline è importante, fondamentale, sia per la prosecuzione della storia, sia per l’approfondimento dei singoli personaggi e per la loro crescita.

The Umbrella Academy

Sotto i riflettori viene posta la disfunzionalità di questa famiglia che tanto si odia, partendo, ovviamente da una fondamentale presentazione dei protagonisti: abbiamo Luther (Tom Hopper), il classico leader sempre ligio al dovere, pronto a seguire gli ordini fino alla catatonia, dalla forza sovraumana; Diego (David Castañeda), vigilante dai metodi duri con un carattere fortemente ribelle e schivo, in grado di maneggiare abilmente i coltelli curvadone la traiettoria; Allison (Emmy Raver-Lampman), la più amorevole tra i sette fratelli nonché attrice di successo, la quale ha la capacità di modificare la realtà ed influenzare il prossimo attraverso ciò che dice; Klaus (Robbie Sheehan), la pecora nera della famiglia, incline alle dipendenze da alcool e droga, può mettersi in contatto con i morti; Numero 5 (Aidan Gallagher), sagace genio, probabilmente folle, in grado di viaggiare tra spazio e tempo ed infine Vanya (Ellen Page), noiosamente normale, senza nessun apparente potere.

Una famiglia male assortita, che non si rispetta e non ha nessun interesse nel coltivare qualsivoglia rapporto interpersonale che superi il più basilare dei contatti umani. Fratelli estranei, questo è l’Umbrella Academy di Hargreeves, che con il suo pugno di ferro non ha fatto altro che allontanare i propri “numeri”, creando traumi infantili che difficilmente i nostri protagonisti potranno superare. Ed è proprio intorno a questi traumi e a questa incomunicabilità che si snoda narrazione, costruzione e decostruzione.

Il secondo capitolo della serie a fumetti si intitola “We Only See Each Other At Weddings And Funerals” sentenza perfettamente calzante anche nel caso della adattamento che, se possibile, estremizza ancor di più il concetto, ampliando i divari tra i personaggi ed i disagi che li attanagliano. La contestualizzazione degli stessi in quello che sembra essere un mondo apparentemente normale al di fuori dell’Accademia -a differenza del fumetto- non fa altro che ingrandire ancor di più il gap tra i protagonisti ed il mondo esterno, in cui, chiaramente, non riescono ad inserirsi.

La riunione parte proprio con un funerale: è la morte di Reginald Hargreeves a mettere in moto gli eventi, riunendo i giovani prodigi sotto lo stesso tetto. Da qui l’escalation di accadimenti imprevisti, ritorni inaspettati, nuove conoscenze ed il piccolo inconveniente dell’apocalisse imminente ci guidano attraverso 10 episodi da un’ora che scorrono giù come dei freschi bicchieri d’acqua. Ogni aspetto è curato e soddisfacente, dalla recitazione dei vari protagonisti (su cui si staglia un Aidan Gallagher semplicemente perfetto nel ruolo di Numero 5 ed un ritrovato Robbie Sheehan) alla costruzione e sviluppo dei drammi personali, passando per una colonna sonora che oseremmo definire perfetta, tanto risulta minuzioso l’utilizzo dei brani scelti e, sopratutto, il pathos che esprimono nei momenti in cui vengono inseriti. Nemmeno la carenza della CGI, che, al netto, si dimostra come la nota dolente dell’intero prodotto, può scalfire un titolo il quale riesce così bene nello scavare a fondo all’interno delle problematiche interpersonali che va a mettere in scena. Raccontare uno scontro generazionale tra padri e figli non è stato mai così appassionante come nel caso di uno straniante supergruppo di bambini-eroi dagli strampalati poteri.

The Umbrella Academy

Ciononostante l’ottima caratterizzazione non si limita ai membri della squadra assemblata da Hargreeves, trovando altrettanta ispirazione nelle figure più instabili, tra cui spiccano Hazel (Cameron Britton) e Cha-Cha (Mary J. Blige), due degli antagonisti. I personaggi, più che in altri casi all’interno della serie, ripartono completamente da zero, condividendo con le controparti cartacee solo compiti e maschere… e, nonostante tutto, la caratterizzazione risulta dannatamente calzante. La scelta di dare ai sicari una storia propria, approfondita, sfaccettata ed interessante non fa altro che arricchire il prodotto finale, portando, più di una volta, lo spettatore a chiedersi quale sia il destino che li attende, interessato e, a tratti, quasi comprensivo e dispiaciuto per gli eventi in cui vengono coinvolti. 

Umbrella Academy non è il prodotto che ci aspettavamo e, chi l’avrebbe mai detto, è meglio così. Si tratta infatti di una serie che ci lascia soddisfatti, appagati, sorpresi, il tutto in un modo che non ci aspettavamo. Avere la possibilità di fruire un prodotto che adatta un lavoro proveniente da un differente media è sempre interessante, riuscire a rimanere comunque sorpresi è singolare, oltre che, ovviamente, sorprendente. 

L’ottima serie televisiva che da domani, 15 febbraio, sarà interamente disponibile su Netflix, riesce ad esprimere al meglio le idee alla base del fumetto ideato da Gerard Way, ma lo fa con uno spirito ed una personalità propria, che pur accomunandola la rende unica e degna di essere seguita. Riflettendoci è proprio sotto tale punto di vista che la serie televisiva dimostra di aver compreso il vero messaggio dietro il bellissimo, ed altrettanto strampalato, titolo a fumetti. Lavori simili, come anche Deadly Class e Titans (tanto per citare alcuni tra i più recenti) sottolineano come possano essere sfornati buoni prodotti e che lo standard non debba per forza essere rappresentato dai pessimi serial di The CW o da alcune opinabili titoli Marvel/Netflix (si, stiamo parlando di voi Iron Fist, Luke Cage, Jessica Jones e Punisher).

Non fatevi, quindi, scoraggiare dalle apparenze ed entrate a far parte di una famiglia male assortita, insolente, disfunzionale e anticonvenzionale… la amerete.

The Umbrella Academy

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.