Alle porte del terzo millennio il mondo del fumetto era in subbuglio. Si stava finalmente uscendo dai torbidi anni ’90 che, per molte delle pubblicazioni provenienti dalle major, sopratutto di Casa Marvel, avevano segnato alcuni tra i punti più bassi di tale periodo. Il sacchettismo era ufficialmente terminato ed il disperato tentativo di cancellare dalla memoria archi narrativi come la Saga del Clone, Flying Blind -run in cui a Matt Murdock viene fatta riacquistare la vista per poi perdere la memoria e diventare un agente dello S.H.I.E.L.D.– o Heroes Reborn: Captain America di Rob Liefeld (e Jeph Loeb) era in atto.

I semi per un nuovo tipo di fumetto superoico erano stati lanciati dalla nascita dell’etichetta Marvel Knights, che proponeva storie per un pubblico più maturo, come si poté testare in Daredevil di Kevin Smith, Joe Quesada e Jimmy Palmiotti che funse da apripista, passando successivamente per Black Panther e gli Inumani. Tuttavia c’era la necessità di creare qualcosa di completamente slegato dalla densa continuity della Marvel più classica, di proporre storie che potessero attrarre nuovo pubblico, sia per tematiche sia per il gap generazionale che poteva separare un’adolescente dei primi del duemila dal lettore navigato della Marvel.

Si sentiva la necessità di storie che potessero parlare direttamente a tutta quella schiera di lettori affamati -e non- che vagano per le fumetterie americane alla ricerca di un’approccio completamente nuovo. C’era bisogno di un nuovo universo: gli echi della linea 2099, partita nel 1992 e chiusa definitivamente nel 1998 nella mestizia generale, erano molto forti. Il progetto, il cui strabiliante successo iniziale aveva dato vita a storie di livello come lo Spider-Man 2099 di Peter David o il Destino 2099 di Warren Ellis, poteva essere preso ad esempio per non commettere gli stessi errori che ne segnarono la chiusura.

Spider-Man

Da queste necessità nascerà l’universo Ultimate, diretta espressione dei bisogni di un pubblico indubbiamente più cinico ed adulto rispetto al passato. In tal senso le storie non potevano, come avvenuto con la linea 2099, essere ambientate anni nel futuro. Si sarebbe dovuto trattare dell’esatto opposto: la narrativa di questa nuova etichetta sarebbe dovuta essere fortemente radicata nel presente, un presente nettamente più vicino a quello del mondo reale. Ed è proprio da questo che prendono spunto tutte le serie Ultimate proposte, partendo da Spider-Man e trovando il proprio culmine in quello che, tutt’ora, viene riconosciuto come l’apice di tali pubblicazioni, ovvero i due cicli della serie Ultimates ad opera di Mark Millar e Bryan Hitch.

Ad aprire le danze dell’universo Ultimate, nell’ottobre del 2000, fu Ultimate Spider-Man #1 di Brian Michael Bendis e Mark Bagley. Con “Powerless” Bendis inizierà una lunga serie che finirà per concludersi solo 15 anni dopo, con ben 208 numeri, nel giugno del 2015 a causa del crossover Secret Wars, che porrà fine all’universo Ultimate, facendo convergere alcuni tra i personaggi più importanti nella realtà classica, su Terra-616. La lunga run ha visto momenti eccellenti -almeno i primi sessanta albi- per poi progredire in maniera sempre più altalenante e stanca. Bendis ha riproposto, in lungo e largo, alcuni tra gli archi narrativi più iconici del personaggio fino al centosessantesimo numero dove si è arrivati alla conclusione della storia di Peter Parker nella serie, con la sua morte. 

Di Peter Parker, con molta probabilità, Brian Michael Bendis aveva abusato, portando il giovane liceale a vivere in appena 10 anni di storie l’equivalente di quanto avvenuto nella linea editoriale classica in oltre cinquant’anni. Per tali motivi si scelse di accantonare il giovane Peter -che ricordiamo non rimarrà morto per molto, in quanto il siero Oz finirà per renderlo “immortale”, a detta dello stesso Norman Osborn- e continuare con una creazione “all new all different“: in tal modo vengono gettate le basi per Miles Morales.

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Miles nasce dalla mente di Bendis e dalla penna dell’eccezionale Sara Pichelli, un personaggio totalmente diverso rispetto a Peter, sia per poteri che personalità. Tocco velenoso, invisibilità ed una volontà molto differente rispetto a quella del proprio predecessore hanno fatto di Miles un perfetto starting point per giovani lettori pronti ad approcciarsi ad una nuova versione del ragno che potesse rappresentare un punto d’incontro tra Spider-Man ed i tempi correnti, un vero melting pot dell’America più tangibile in salsa fumettistica. E se Miles, con le recenti storie dopo lo spostamento nell’universo classico, ha perso molto del suo appeal, con un Bendis ai minimi storici che ne è stato la causa -la speranza è che Saladin Ahmed, nuovo scrittore del personaggio, possa risollevarne le sorti- ad ampliare la popolarità del personaggio ci pensa la Sony con quello che non solo è uno dei veri e propri eventi d’animazione dell’anno, ma, a tutti gli effetti, uno dei film più attesi di sempre dagli amanti dell’arrampicamuri.

Spider-Man: Into the Spider-Verse è, quindi, un vero e proprio successo, sotto ogni punto di vista e fa propri i migliori aspetti degli universi che va a toccare, unendoli in un lungometraggio animato dall’eccellente livello qualitativo. Questo film animato sul Ragno è allo stesso tempo una pellicola corale che standalone: riesce perfettamente a raccontare storie diverse, portando sul grande schermo e nelle menti di tutti gli spettatori il concetto di “multiverso marvelliano” che i lettori conoscono molto bene, mantenendo, tuttavia, il fulcro su Miles e sulla sua figura centrale, nei panni di uno Spider-Man pensato per tutte quelle nuove generazioni che in questi giorni stanno ghermendo le sale cinematografiche. 

Concettualmente parlando, quello riportato su schermo è l’universo Ultimate, come ci viene chiaramente suggerito durante un’importante sequenza di combattimento. Stiamo quindi parlando di Terra-1610, fulcro degli eventi che si snodano in lungo ed in largo in tutta la pellicola, tuttavia non dobbiamo farci trarre in inganno, si tratta, infatti, di una realtà completamente diversa, che poco o nulla ha da spartire con l’universo precedentemente illustrato. Il film fornisce le informazioni necessarie per potersi districare tra le varie realtà, con delle presentazioni dei vari personaggi semplicemente geniali. 

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Il Peter Parker di questa Terra è uno Spider-Man pressoché perfetto, è riuscito a superare i problemi con l’opinione pubblica, diventando un vero eroe per New York City, riconosciuto da tutti -o quasi- come tale. Ha 26 anni, è biondo con gli occhi azzurri –Ben Reilly sei proprio tu?-, ha sposato Mary Jane Watson ed ha rivelato a Zia May la propria identità di tessiragnatele. È divenuto un fumetto, una marca di cereali, una serie tv animata, ha inciso un album natalizio e fatto cose decisamente singolari -la sequenza iniziale della pellicola inserisce riferimenti ad alcune delle scene più iconiche degli Spider-Man di Raimi, Webb e Watts-. È quasi uno “Spider-Man Superiore”, mostrando di avere anche la componente più importante, una forza di volontà ferrea che lo porta sempre a rialzarsi, non importa quando forte venga colpito.

In questa New York, in questa realtà, troviamo Miles Morales, adolescente la cui vita viene stravolta in un periodo importante come quello della pubertà. Gli scontri generazionali sono pane quotidiano per Miles che si ritrova a convivere con una quotidianità completamente nuova, su cui si staglia la figura di Jefferson Davis, padre del ragazzo e poliziotto, il quale vigila e sprona il figlio a continuare l’intensivo percorso di studi. Dal suo canto il giovane Morales vive una vita che non sente propria, la difficoltà di ambientarsi in un’istituto esclusivo fatto di facce totalmente sconosciute e la sua grande passione per la street art che il padre tenta di reprimere lo portano a correre verso la figura di Aaron Davis, zio del ragazzo, gettatosi nella criminalità, il quale ha un grande ascendente su di esso.

Un classico studente di Brooklyn la cui vita viene irrimediabilmente sconvolta dal morso di un ragno radioattivo e dal collasso della realtà stessa, con l’arrivo di altri cinque Spider-Man provenienti da diverse dimensioni… una classica giornata nella Grande Mela! Miles finirà per assistere alla morte del Peter Parker di Terra-1610, scegliendo di raccoglierne l’eredità, ignaro di cosa l’universo possa avere in serbo. Portali vengono aperti e le dimensioni convergono, portando altri Ragni, tra cui lo Spider-Man di Terra-616 -la principale dell’universo Marvel- in questa realtà. 

Peter Benjamin Parker ha avuto una vita nettamente differente rispetto alla propria controparte più giovane, giunto alla soglia dei 40 anni non è più sicuro della direzione presa dalla propria esistenza. Investimenti sbagliati, la morte di Zia May ed un durissimo divorzio da Mary Jane hanno portato il più grande supereroe di tutti i tempi a divenire l’ombra di sé. Il pavido Parker sembra aver quasi perso la voglia di lottare, ormai completamente incastrato in un vortice di autocommiserazione, pizza e pigrizia.

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Ciononostante l’irruzione nella dimensione di Miles finirà per risvegliare gli aspetti sopiti dello Spider-Man per eccellenza che diverrà il mentore perfetto, inserendosi man mano nella vita del ragazzo, spiegando come essere un tessiragnatele non sia altro che un “atto di fede”. La pellicola, che sembra avere diverse somiglianze con Great Expectations di Charles Dickens, citato apertamente, ha lo svolgimento del tipico bildungsromancon una fucina di comprimari che sottolineano l’importanza della missione. Ogni incarnazione scelta, da Spider-Gwen a Spider-Man Noir, passando per SP///dr e terminando con lo stupefacente Spider-Ham incarna aspetti fondamentali della filosofia ragnesca, così come ognuno di loro richiama uno stile grafico differente e peculiare per le varie realtà di provenienza.

Spider-Man: Un Nuovo Universo non è mai scontato, nemmeno nella presentazione della nemesi, ruolo in questo caso affidato ad uno dei criminali più apprezzati degli ultimi anni, giunto sotto le luci della ribalta grazie alla magistrale interpretazione di Vincent D’Onofrio, ovvero Wilson Fisk alias Kingpin. Lo Zar del crimine newyorkese è il nemico perfetto di un film perfetto; Kingpin, sopratutto in questa pellicola, rappresenta il villain enigmatico da zona grigia -come amava definirli StanLee-. La smaniosa volontà di aprire un varco dimensionale, rischiando di far collassare diverse realtà in una sola volta, è mossa dalla ricerca dei propri cari ormai perduti; la vita criminale come Kingpin è costata molto cara a Wilson Fisk, provocando, indirettamente, la morte della moglie e del figlio, come possiamo vedere in una meravigliosa sequenza flashback illustrata da nientemeno che Bill Sienkiewicz. Automaticamente Fisk diventa uno dei villain più belli, se non il più bello, mai visti in un progetto cinematografico “comics releated”, dando alla sua missione una profondità ed una tridimensionalità differente, diversa dalla solita conquista, trita e ritrita. 

Allo stesso modo anche Prowler trova una dignità -ed è tutto dire- rivelandosi molto più sfaccettato rispetto alla controparte fumettistica.  Un grandissimo pregio dell’intera produzione è proprio questo, ovvero avere delle radici che affondano profondamente nella cultura della nona arte marvelliana, arrivando persino a proporre degli elementi in maniera migliore rispetto alle storie -chi ha detto Spider-Verse di Dan Slott?- e ai personaggi da cui prendono ispirazione, come Prowler, un misto tra la versione Ultimate accompagnato dallo stile grafico della controparte classica. 

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Se Phil Lord e Christoper Miller hanno fatto l’impensabile, dando vita ad una sceneggiatura solida, che ci restituisce alcune tra le interpretazioni migliori dell’arrampicamuri mai viste, sposando perfettamente la comicità intrinseca del personaggio con delle tematiche adulte, tanta della profonda bellezza di Into the Spider-Verse va riconosciuta ai tre registi, Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman che, semplicemente, hanno dato vita a qualcosa mai visto prima. Un Nuovo Universo va a creare laddove in precedenza non c’era nulla, dando vita a delle soluzioni del tutto nuove per l’animazione, quale l’impiego della CGI con tecniche 3D e sopratutto 2D, unite all’utilizzo di elementi tipici del fumetto,  tra cui retini, di cui viene fatto un’uso smodato, didascalie ed onomatopee, condite con un gusto squisitamente pop che richiama la street art. A sottolineare tale eccezionale comparto ricordiamo che numero di animatori impiegati nella pellicola è salito da 60 a 142, diventando la più grande crew d’animazione mai utilizzata dai Sony Pictures Imageworks.

La volontà alla base del lavoro di Lord e Miller era quella di far sentire lo spettatore come “se stesse camminando all’interno di un fumetto” e mai nessuna descrizione potrebbe essere più adeguata per illustrare ciò che il lungometraggio suscita nello spettatore. Ogni aspetto è curato nei minimi dettagli, come abbiamo potuto vedere grazie alle animazioni splendide, basate direttamente sui disegni di Sara Pichelli per Miles e Robbie Rodriguez per Spider-Gwen. Nulla viene lasciato al caso ed è in tal modo che uno Spider-Man Noir, magistralmente doppiato da Nicolas Cage  -a sostenere la prova nel Belpaese è Pasquale Anselmo, storico doppiatore dell’attore per il mercato italiano-, verrà presentato completamente in scale di grigio, Peni Parker sarà uscita direttamente da un anime e Peter Porker apparirà come la perfetta controparte dei Looney Tunes. 

Spider-Man: Un Nuovo Universo prende le più rosee aspettative che ogni spettatore aveva e le frantuma, superando ogni possibile standard settato da amanti dei fumetti o dell’animazione, arrivando a svettare e imponendosi come uno dei prodotti migliori in tale ambito. Il lavoro della Sony è la risposta perfetta sia a tutti coloro che non hanno mai amato i cinecomics che a chi li adora, entrando nell’olimpo del genere, insieme ai Guardiani della Galassia, Capitan America: Winter Soldier e Spider-Man 2. Una storia solida che unisce crisi esistenziali diverse, quella di un giovane e quella di un adulto, ci mostra un mondo tutto nuovo, fatto di colori, dove nulla è divisibile in bianco o nero ma, piuttosto, in una molteplice sfumatura di palette acide. Into the Spider-Verse fa proprio il manifesto della Casa delle Idee e di Stan Lee nel lontano 1962, sottolineando come non importi quanto complicata una strada possa rivelarsi, rialzarsi per fare la cosa giusta è un nostro dovere, perché è quello che ci distingue dalla massa…  e “ciò che ti rende diverso è ciò che ti rende Spider-Man“.