Oggi arriva su Netflix una delle serie più attese del 2018, Maniac. Lo dico subito, vedetela. Alcuni la capiranno di più, altri rimarranno con un simpatico punto interrogativo sulla faccia ma va bene così. In entrambi i casi avrà sortito il suo effetto. Il prodotto nasce dalla mano di Paul Sommerville (The Leftovers) e Cary Fukunaga (True Detective), regista anche di tutti gli episodi della serie. Dieci puntate che non oltrepassano mai i 45 minuti sono proprio quello di cui lo spettatore aveva bisogno, affaticato ed anche un po’ affossato dalla quantità di materiale costantemente sfornata dalle piattaforme streaming e non. La serie è ispirata all’omonimo lavoro norvegese del 2014 ed è un vero e proprio tuffo nella psiche umana.

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Ambientata in un futuro che anni fa avremmo immaginato per noi, la serie è un audace esperimento per autori e spettatori, molto riuscito nel primo caso. Può accadere che alcuni spettatori non rimangano altrettanto entusiasti, semplicemente per la tipologia di storia raccontata. Il pubblico si troverà, infatti, circondato da insegne luminose al neon, robot e computer con design volutamente pacchiani ed estremamente primordiali. Proprio in questo immaginario dai tratti grotteschi, troviamo in nostri due protagonisti Annie Landsberg e Owen Milgrim, interpretati rispettivamente dal premio Oscar Emma Stone e dall’acclamato Jonah Hill. Sono entrambi due personalità profondamente devastate dalla vita, giunte oramai al limite e con un livello di fragilità tale da renderli due bombe pronte ad esplodere. Annie combatte da anni con la traumatica morte della sorella minore e l’abbandono della madre, mentre Owen manifesta una schizofrenia paranoide a uno stadio molto avanzato che da sempre mina i suoi rapporti sociali e lo convince di poter essere il prossimo salvatore mondiale. La casualità degli eventi li porterà a trovarsi entrambi cavie di un esperimento organizzato dalla Neberdine Pharmaceutical and Biotech, con l’intento di testare un nuovo approccio farmacologico che potrebbe eliminare il trattamento psicoterapeutico per sempre. Attraverso l’ingestione di tre semplici pillole (A, B, C) andranno incontro ad un processo di autoanalisi e confronto con i propri disturbi per poi rinascere da persone sane. A gestire il tutto ci pensano il Dr. Muramoto (Rome Kanda), il Dr. Mantleray (Justin Theroux) e la Dr.ssa Fujita (Sonoya Mizuno), creatori della GRTA, intelligenza artificiale che scandirà le differenti fasi della sperimentazione. Ovviamente, non tutto filerà liscio.

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Da semplici sconosciuti, Annie ed Owen si ritroveranno più collegati che mai, ognuno nelle rispettive fantasie oniriche dell’altro. Insieme percorreranno un viaggio all’interno delle loro menti per fronteggiare le paure e gli ostacoli che da sempre sono promotori di un disagio interiore che li frena. Diversi scenari ed ambientazioni permetteranno a rappresentazioni metaforiche ed allegoriche di prender vita nella loro psiche, fornendogli nuove sfide ad ogni nuova fase del processo. Considerando che dovranno fronteggiare anche l’improvvisa depressione potenzialmente letale della GRTA a cui sono collegati, vi aspetta un roller coaster di emozioni contrastanti che vi condurrà ad un finale sensibile che guiderà un piacevole ghigno sulla vostra bocca.

La serie, con il suo focus multitematico, permette un’analisi a tutto tondo di quello che l’essere umano è, e non dovrebbe essere. L’uso dell’umorismo nero (ricordando i fratelli Coen) è un’ottima strategia che focalizza l’attenzione su quanto la natura umana sia di per sè fragile, facilmente manipolabile e ipocrita. L’incredibile commistione di generi che la serie regala (dal western al fantasy passando per il noir) è una piacevole ostentazione culturale da parte degli autori che fa percepire allo spettatore di trovarsi in mani salde. Chi si trova dietro la macchina da presa sa quello che sta facendo e ha bene in mente ogni singola tappa. L’interpretazione versatile di Emma Stone ci mostra come l’Oscar sia stato più che meritato, facendoci venire voglia di vederla in più ruoli differenti. Nonostante ciò però, a mio avviso, viene surclassata dalla performance di Jonah Hill che ci regala un personaggio la cui inespressività nasconde una personalità burrascosa, tanto buona quanto emarginata. Un effetto non facile da ottenere e da trasmettere. In generale i ruoli all’interno della serie vantano un’ottima operazione di bilanciamento, come nel rapporto che i dottori intraprendono tra loro, caratterizzati da profili antitetici, o per quanto riguarda l’inaspettata e graditissima presenza di Sally Field.

In sintesi, Maniac è pronta ad essere la vostra miniserie preferita dell’anno. Introspettiva e disarmante a livelli illegali, con il giusto tempo, smonta pezzo dopo pezzo la realtà lasciando però la speranza che l’essere umano, nonostante tutto, possa essere più forte.