Hereditary: Paura ed Oppressione | Recensione

A cosa pensate se dico “film horror“? È una domanda all’apparenza sciocca e banale, tuttavia insidiosa. Perchè c’è horror ed horror. C’è il monster movie che non passa mai davvero di moda, c’è lo slasher da vedere ridendo con gli amici e c’è quell’horror strano, oscuro, poco noto. Quell’horror che sacrifica il concetto stesso di jump-scare in favore di una paura più profonda e subdola. Quel tipo di horror di solito relegato al circuito indipendente, qualcosa di ripugnante e controverso come The Human Centipede oppure A Serbian Film, o qualcosa di così raffinato e raggelante come Babadook. Insomma, quell’horror che hai probabilmente visto da solo, apprezzandolo fino in fondo, trovando tuttavia difficoltà nel consigliarlo ad altri. Scrivere di un film simile non è semplice, e non è semplice scrivere ora di Hereditary – Le Radici del Male. 

E perchè mai non sarebbe semplice? Beh, andiamo con ordine.

Il film è l’esordio alla regia di Ari Aster, che ha anche ricoperto il ruolo di sceneggiatore. Vale la pena puntualizzare che si tratta di un esordio alla regia perchè, registicamente parlando, il film è un gioiello: nessuna inquadratura banale o inutile, fotografia cristallina e messa in scena impeccabile. Distogliere lo sguardo da ciò che sta accadendo (sebbene la tentazione, a volte, è davvero forte) è semplicemente impossibile. Una regia del genere ti tiene incollato dall’inizio alla fine, senza darti la possibilità né la voglia di distrarti. Questo gioco incessante di inquadrature precise quanto articolate è impreziosito da un montaggio che, pur rimanendo silenzioso ed invisibile per gran parte del film, si diverte talvolta ad uscire fuori prepotentemente, creando dei salti temporali o spaziali che arrivano dritti come un pugno in faccia. Un pugno in faccia che fa sorridere, però.

E perchè sto parlando di pugni in faccia tutto ad un tratto? Mettiamola così: il film, nei suoi 127 minuti di lunghezza, è un incessante attacco allo spettatore. Sin dal suo inizio, Hereditary (e mi scuso per la schiettezza) ti “prende per le palle” e non ti lascia più, portandoti dove vuole lui senza chiederti il permesso. Tensione è la parola d’ordine. Non c’è scampo, non c’è rilascio. Solo pura e semplice oppressione. E, stando al sottoscritto, un horror capace di mozzarti il fiato per il disagio vale almeno duemila jump-scare simultanei. E la cosa migliore è che il film non comincia essenzialmente come un horror: nella prima ora, ciò a cui assistiamo, levando i pochi e sottili accenni di paranormale, è una famiglia alle prese con il lutto. Eppure la paura è lì, la tensione non lascia mai spazio alla disperazione e la noia è semplicemente fuori questione. Il cast ci porta nell’angoscia dei protagonisti in maniera perfetta, Toni Collette in primis. Stiamo assistendo a qualcosa di umano, qualcosa che ogni famiglia ha avuto la sfortuna di sperimentare in qualche modo, qualcosa che ci spaventa tutti, nessuno escluso.

Hereditary

Il film gioca con questa consapevolezza, mettendoci di fronte ad immagini dure e a situazioni che preferiremmo non dover nemmeno immaginare senza fare sconti, senza indorare la pillola, presentando la realtà dei fatti nuda e cruda, nella sua crudele imparzialità. Il tutto è sottolineato da una colonna sonora spettacolare nella sua semplicità: i sintetizzatori stridono, mormorano e ringhiano creando un’atmosfera surreale, mettendoci di fronte alla calma prima di una tempesta che minaccia di arrivare, senza tuttavia palesarsi prima che sia il momento più giusto. E quando questo momento giusto arriva, ed il film si cala nel sovrannaturale fino al collo, siamo spaventati da cosa potrà accadere nell’inquadratura successiva. Ci siamo abituati al crudo realismo vissuto finora, a tal punto che ha senso temere la prossima immagine disturbante che sta per essere marchiata a fuoco nella nostra mente. La componente più tipicamente horror del film è ben gestita, spaventosa nella sua semplicità e calata in un’atmosfera ancor più disperata e ancor più opprimente. È un po’ come quegli incubi in cui cerchiamo di urlare senza successo. Assistiamo alla trasposizione cinematografica di questo tipo di impotenza e al terrore che ne scaturisce, senza poter mai avere una sorta di momento morto in cui riprendere fiato. Tutto accade per una ragione in Hereditary: metterci in difficoltà.

Hereditary

E dopo il primo atto drammatico ed il secondo atto horror, arriva il pandemonio. Gli ultimi dieci minuti di film scatenano il caos che è stato tenuto a bada finora, creando una sequenza dal ritmo incalzante e piena di alcune delle immagini più forti del film. Quest’ultima sequenza sarà di certo divisiva per molti, in quanto tradirà in parte tutto ciò che il film è stato fino a quel momento. Ad opinione del sottoscritto, la sequenza non è totalmente sbagliata, nonostante qualche frangente fin troppo sopra le righe ed un’ultimo monologo che, senza troppa vergogna, esiste solo per spiegare allo spettatore cosa diamine sia successo per filo e per segno, mutilando la possibilità di interpretare il film liberamente una volta lasciata la sala. Si tratta solo di un neo in un’opera altresì inattaccabile.

Hereditary

E qui viene il bello. Mi sento davvero in grado di consigliare il film a chiunque? Assolutamente no. Hereditary è un’esperienza cinematografica unica, ma può piacere come non può piacere. Entrando in sala, meno saprete e meglio sarà. Ciò che dovete sapere, tuttavia, è che state per vedere un film che vi metterà duramente alla prova, giocando con la vostra sensibilità grazie ad una trama emotivamente drenante ed a momenti forti, ma forti davvero. Una cosa del genere non è da tutti e, per determinate persone, resistere fino ai titoli di coda sarà una pura e semplice tortura. Il film non ha pietà né spazio di respiro, e mi sento di consigliarlo solo agli amanti degli horror più duri e “cattivi”, poichè Hereditary è uno dei migliori film del genere mai girati.

Mite ragazzo di classe ‘96, appassionato di lunga data di gaming, si dimostra un precursore quando, nel lontano 2000, viene trovato a strisciare le carte di credito dei genitori sulla PsOne per comprare un migliaio di gemme su Spyro 2. A questo incontrastato e patologico amore per le microtransazioni, si affianca l’amore per il cinema d’autore. In nome di questa passione, si imbarca in un viaggio mistico fra India, Nilo e Miami alla ricerca della vera essenza dei Cinepanettoni: è qui che, ispirato dalle note di Scatman, decide che la missione della sua vita sarà quella di scrivere il film che riunirà Boldi e De Sica. Fino ad allora, l’entusiasmo del lavoro in Fr4med sarà solo la maschera che nasconde il profondo trauma per questa atroce separazione. AGGIORNAMENTO: Dopo la spontanea riappacificazione di Boldi e De Sica, vive una profonda crisi mistico-spirituale. Arriva quindi a definirsi “profeta”, abbracciando lo stile di vita da eremita. Se lo cercate, lo troverete in una remota grotta, mentre si nutre solo di muschio e condensa ed estorcendo la modica cifra di 500€ ad ogni visitatore per delle infondate e truffaldine previsioni del Superenalotto.