[ANTEPRIMA] Orange is the New Black, Stagione 6 – Il braccio marcio della legge | Recensione

All that I see
Absolute horror
I cannot live
I cannot die
Trapped in myself

Torna sul piccolo schermo quello che a tutti gli effetti è divenuto un vero e proprio cult targato Netflix, ovvero Orange is the New Black, serie incentrata sulle detenute del carcere femminile di Litchfield, che, seppur classificandosi come un comedy-drama, ha saputo fornire in più occasioni degli spunti e spaccati interessanti sulla piega -e piaga- in cui il sistema carcerario americano riversa.

Nelle prime cinque stagioni della serie, in tal senso, abbiamo visto un grande sviluppo delle tematiche sensibili, riguardo gli abusi che avvengono dietro le mura delle prigioni, dove troppo spesso il detenuto diviene esclusivamente carne da macello, con una reclusione in cui la riabilitazione è l’ultimo dei pensieri dello Stato. Abbiamo potuto vedere i soprusi mossi dalle guardie, tra stupri, omicidi e spaccio, il cui culmine è stato l’uccisione di Poussey Washington nel finale della quarta stagione.

L’immotivata morte di Washington è divenuto il motore trainante conducendo la serie alla sesta stagione, passando per la rivolta che ha sconvolto interamente la quinta. Sotto molti punti di vista, sopratutto narrativi, questa sesta stagione si pone come antitesi della quinta, un passo indietro rispetto alla caotica, ma comunque avvincente, costruzione che abbiamo potuto vedere durante la presa della sezione di minima sicurezza da parte delle detenute.

Orange is the New Black

Orange is the New Black si è rivelato uno show interessante proprio per la profonda caratterizzazione dei singoli personaggi che vi si potevano trovare all’interno: le detenute, nell’idea alla base della serie, non erano più un semplice numero o dei volti da osservare con circospezione e paura, bensì tornavano al proprio status di esseri umani. Tale aspetto, nella quinta stagione, ha subìto un’obbligatoria battuta d’arresto, per poter portare avanti l’importante tematica della rivolta. Era quindi necessario ritornare con 13 episodi maggiormente introspettivi, che, in un momento simile, calzano a pennello con lo stato delle principali protagoniste: sole e disperate, incerte sulle conseguenze delle loro azioni degenerate, purtroppo, nello scorso season finale.

Questa sesta stagione, quindi, tende a ristabilire un punto fondamentale per il prodotto ideato da Jenji Kohan e basato sulla vera storia di Piper Kerman, portando avanti, le tematiche affrontate durante la rivolta, inasprendole con un taglio ancora più netto. La minima sicurezza è ormai un pallido ricordo, il nucleo di detenute che conoscevamo è stato completamente smembrato, alcune trasferite nella massima sicurezza -il gruppo riunitosi nella piscina/nascondiglio di Frieda– ed altre spostate direttamente in diversi penitenziari, a migliaia di chilometri di distanza. L’aguzzino che ha perseguitato le protagoniste per ben due stagione, Desi Piscatella, è stato ucciso durante l’irruzione della squadra armata del CERT da un membro della stessa, creando un precedente estremamente rischioso.

È intorno a questo avvenimento che inizia a strutturarsi la nuova serie di episodi che a breve debutteranno sulla piattaforma di streaming, ovvero la ricerca di un colpevole per la rivolta e la morte di Piscatella, in modo da poter soffocare, nel minor tempo possibile e con il minor numero di scandali, il caso mediatico nato grazie alle negoziazioni di Taystee. Se durante la rivolta abbiamo visto la reazione emotiva alla morte di Poussey, qui vediamo affrontare tale aspetto in maniera adulta, ricollegandosi direttamente a degli aspetti tragici dell’attuale realtà americana. Il movimento “Black Lives Matter” fondato nel 2013 per protestare contro gli omicidi, spesso indiscriminati, delle persone di colore da parte di membri delle forze di polizia, rappresenta un punto di collegamento fondamentale con una realtà fin troppo tangibile.

Orange is the New Black

Sperimentiamo la solitudine e la brutalità del “carcere duro” -almeno inizialmente- fatto di pressione psicologica, pestaggi indisturbati da parte delle guardie che, nell’ambiente della massima sicurezza, giocano con le vite delle detenute, spingendole allo scontro, scommettendo sui possibili esiti. In questo clima Frieda (Dale Soules), Red (Kate Mulgrew), Piper (Taylor Schilling), Nicky (Natasha Lyonne), Suzanne (Uzo Abuda), Daya (Dascha Polanco), Taystee (Danielle Brooks), Gloria (Selenis Leyva), Ruiz (Jessica Pimentel) e Cindy (Adrienne C. Moore) si ritrovano a lottare in solitaria, tentando di venire a capo con quanto accaduto senza incidere in ergastoli o aumenti di pena, venendo perennemente vessate dalla nomea di “aizzatrici” e “assassine di guardie“.

Sai cosa vorrei? Vorrei uscire di qui e guardare il cielo. Se davvero siamo tanto liberi quanto desideriamo esserlo, io dovrei poter uscire di qui e vedere il cielo. Ma non posso farlo per via di quelle sbarre. Perché non sono libera. -Frieda

In questo clima gli aspetti più tragici emergono: le ingiustizie compiute dai Federali, che non si curano di trovare i reali colpevoli, limitandosi ad una gogna abilmente premeditata, portano ogni personaggio a lottare per la propria sopravvivenza. Le fratture sono l’elemento portante della stagione, la quale si basa sulle divisioni che si possono trovare all’interno di un carcere, con guerre tra bande di diversi blocchi spinte da blande motivazioni che nessuno ricorda nemmeno più, aizzate da un corpo penitenziario completamente allo sbando, inebriato dalla propria “intoccabilità“. La critica verso il sistema è ancora più netta e prende forma nella battaglia di Taysteee, scelta come capro espiatorio, la quale sceglie comunque di continuare a lottare contro un Stato che abbandona chi dovrebbe riformare.

Blocco C contro Blocco D. Cachi contro Blue. Detenute contro detenute. Una guerra tra chi non ha niente per motivi che nessuno ricorda, in un luogo che ha dimenticato cosa significa il rispetto per la vita umana.

Gli status quo presentati nelle precedenti cinque stagioni vengono abbattuti, ed è così che troviamo una Reznikov tradita ed abbandonata, che dopo tanti anni di minima sicurezza finisce per dover scendere a patti con un ambiente totalmente nuovo, dove si sente esposta e bersagliata. Dayanara dovrà convivere con quanto fatto durante la rivolta, che, ovviamente, porterà ad ampie ripercussioni sia fisiche che mentali, come anche Maria, le cui scelte viste nel season finale potrebbero non rivelarsi utili quanto sperato.

Orange is the New Black

Meno spazio del previsto viene lasciato a Piper, che con il trascorrere delle stagioni è finita per divenire un personaggio molto più marginale rispetto al passato. Una vita più tranquilla quella della “bianca di buona famiglia” rispetto a ciò che si sarebbe potuto immaginare -elemento probabilmente usato, a questo punto, per sottolineare il gap socio-culturale presente nelle carceri-. 

Divisione, solitudine, tradimento, violenza, disillusione sono la nuova quotidianità con cui le detenute di Litchfield dovranno convivere, facendo i conti con dinamiche già viste all’interno dello show, ma, in questo caso, su scala maggiore, applicate al vero penitenziario. 13 puntate più introspettive, con una narrazione dilatata che, tuttavia, ritrova il proprio punto di forza accantonato durante i quattro giorni di rivolta. Una stagione che, nella dimensione puramente politica e morale, non si risparmia mai, portando avanti anche delle posizioni chiaramente anti Trump, con la tematica dell’immigrazione che torna a fare capolino più volte -dando vita ad uno dei momenti più emozionanti della serie- e chiare allusioni al tristemente famoso muro.

Probabilmente questa sesta stagione di Orange is the New Black non verrà apprezzata da tutti, sopratutto da chi ha amato il taglio più action e concitato visto nella precedente, eppure è proprio ciò di cui la serie aveva profondo bisogno: un momento di riflessione, che si estende a tutte le protagoniste… una riflessione sul passato, presente e futuro delle loro vite, per cui dovranno lottare strenuamente.

Orange is the New Black 6 sarà disponibile a partire dal prossimo 27 luglio su Netflix.

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.