Senza ombra di dubbio le dodici fatiche di Eracle -Hercŭlēs in latinorum- rimane uno dei miti più conosciuti dell’antica Grecia, entrato a far parte dell’immaginario comune. 

Secondo le tradizioni tebane Eracle era un semidio, figlio di Zeus e dell’umana Alcmena. Stando a tale versione del mito la natura ferale di eroe combattuto tra vizio e virtù venne inizialmente manifestata quando Eracle, in giovane età, uccise il proprio maestro di musica, Lino, a seguito di un rimprovero. 

Le celebri dodici fatiche non sono altro che l’espiazione del peccato di Eracle, colpevole di aver ucciso i propri otto figli a causa di un accesso d’ira causato da Era, sua madrina e persecutrice sin da prima della nascita. Da qui Eracle compirà tutte le imprese che lo renderanno degno dell’Olimpo stesso.

Tuttavia secondo Michele Monteleone, Simone Troja, e Giovanni Guida si tratta di una versione eccessivamente altisonante della storia, decidono quindi di raccontarci la loro personalissima -ed interessante- visione nel secondo capitolo di Kersos, in cui è lo stesso Eracle la figura centrale della narrazione. Kersos, il misterioso personaggio che da il nome alla serie, continua il suo peregrinaggio, per giungere al cospetto di un’eccellenza. 

Il ritratto che gli autori ci forniscono è molto interessante, proprio perché tenta la sovversione stessa del mito: questo diviene un’insieme di bugie raccontate con tanta veemenza e convinzione e ripetute per così tanto tempo da finire per suonare come plausibili e terribilmente reali. Ed è proprio questo che la vita di Eracle è, un mito -immagine speculare di menzogna- creato da egli stesso. Eracle, il semidio, è un uomo solo, totalmente inglobato dai propri racconti, a cui non rimane altro. 

Gli eventi vengono messi in moto dall’arrivo delle Amazzoni, guidate da Ippolita, giunte per mettere a tacere le voci che raccontavano di un certo eroe in grado di rubarle la cintura donata da Ares. La cura posta nel raffigurare le amazzoni -con tanto di mutilazione della mammella destra con lo scopo di tendere meglio l’arco- è lodevole. 

Ciò che emerge dal racconto di questo secondo episodio di Kersos è una visione molto diversa di Eracle: il classico tòpos dell’eroe viene abbattuto ed i valori tipici, τιμή καὶ κλέος, onore e fama, diventano l’ossessione di un uomo che tenta di rincorrere delle aspettative irraggiungibili modellandole come creta. In ogni caso viene rispettata la figura tragica di Ercole come personaggio -in questo caso non eroe- tormentato. 

Ottimi i disegni di Giovanni Guida che arricchiscono tutto il racconto con uno stile grottesco, dal tratto netto e dall’enorme impatto, tanto da risultare aggressivo, graficamente parlando. Una scelta audace sopratutto in un ambito come quello mitologico. Altro plauso va ai colori di Francesco Segala che tinge di colori caldi l’ormai imbrunito cielo della polis.

Kersos con questo interessante secondo capitolo si addentra tra miti e leggende, restituendoci personaggi meno eroici ma più umani.