Durante il Napoli Comicon abbiamo avuto l’opportunità, grazie alle varie case editrici presenti, di intervistare una folta schiera di autori. Tra questi troviamo anche Sergio Gerasi, classe 1978, che vanta ormai ben 18 anni di carriera nel mondo del fumetto. Gerasi esordisce nel 2000 per Star Comics, dove si occupa di Valter Buio, Lazarus Ledd, Jonathan Steele, Nemrod e Cornelio. Passa quindi a collaborare con la Sergio Bonelli Editore, disegnando diversi albi di Dylan Dog e, tra l’altro, lavorando anche con Alessandro Bilotta, sia sul personaggio di Sclavi che sulla nuova creazione dell’autore romano, Mercurio Loi, in cui firma il quarto numero, intitolato “Il Cuoco Mascherato”. Gerasi pubblica anche due lavori con ReNoir, uno in coppia con Davide Barzi, intitolato “G&G”, ed uno in solitaria, “Le Tragifavole”, progetto crossmediale che coinvolge anche il suo gruppo musicale, i 200 Bullets. Nel 2014 inizia la sua collaborazione con BAO Publishing come autore completo, pubblicando la graphic novel “In Inverno le mie mani sapevano di mandarino”. Nel 2018, a distanza di quattro anni esce il suo nuovo lavoro, “Un romantico a Milano” che segna l’ennesimo punto di svolta nella produzione dell’artista milanese.

Ciao Sergio e benvenuto su Fr4med, ti ringraziamo per il tempo che ci stai dedicando.

Grazie a voi!

Iniziamo parlando del tuo nuovo libro edito per BAO Publishing, Un romantico a Milano: chi è Drogo Colombo, come è finito per diventare un uomo che si limita a subire la vita?

Dunque Drogo Colombo è un personaggio che fortunatamente non sono io [risate n.d.a.] che ha abbandonato le ambizioni di una vita artistica da diverso tempo. Ha abbandonato i suoi sogni, le sue ambizioni, quelle che più o meno molte persone hanno in tenera età. È capitato anche a lui, per diversi motivi che non sappiamo con precisione. Sfortuna, troppa poca passione, chi lo sa? Magari anche a seguito della nascita e la formazione di una famiglia. In realtà il mio punto di partenza era quello, perché è uno dei pochi aspetti autobiografici della questione. È una persona che, in qualche modo, ha abbandonato i suoi sogni e si ritrova ad avere quella che una volta sarebbe stata definita come una vita borghese o medio borghese (anche se adesso non so se ha più senso usare questa parola) alla quale non manca nulla ma probabilmente, come faccio dire a qualcuno dei personaggi nel libro, viene meno quello che veramente vuole, voleva o che ha sempre sognato, cioè un’altra vita, una cosa diversa. Un nuovo gruppo chiamato Dunk, uscito recentemente, in una canzone dice: “Noi non siamo, siamo quello in che ci manca”. Ecco, penso che in questo si possa abbastanza riassumere Drogo.

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Guardando Drogo dal di fuori si può osservare, come dicevi, un personaggio dalla spiccata abilità ed intelligenza, con vizi e zone oscure che alimentano la migliore delle figure artistiche. Eppure Drogo, pur essendo ad un passo da ciò, rimane intrappolato nel proprio mondo fatto di insoddisfazione. È stato complesso definirne i contorni?

Si, in realtà anche io sono una persona abbastanza frastagliata, per cui è stato più che altro un lavoro lungo, ancor più che complesso. Ho cercato di scriverlo al meglio, mi ha richiesto tempo non tanto di scrittura fisica e sceneggiata quanto di racconto visivo. Ho messo un po’ di mio e un po’ di immaginazione. Poi, a dirti la verità, è un personaggio che si è costruito abbastanza da solo, nel senso che rispetto alle cose che facevo prima, dove avevo bene le idee in mente ed erano già delineate fin dall’inizio, è cambiato più volte. Ci ho messo anche di più, quasi due anni, per cui nel corso del tempo è un personaggio che non dico si sia scritto da solo ma mi è capitata quella cosa che dicono sempre gli scrittori bravi, dove il personaggio ha preso un po’ il sopravvento ed ha vissuto di vita propria [risate n.d.a.].

Insoddisfazione: Drogo è la perfetta summa di ciò, nonostante abbia tutto vive questo stato in maniera quasi distaccata, portandolo ad allontanarsi da tutto ciò che ha costruito negli anni. Ti è risultato complicato far risaltare questo aspetto o magari è stato proprio il personaggio ad essere stato creato intorno all’idea stessa di insoddisfazione?

È un po’ quello che ti dicevo prima, il personaggio si è costruito abbastanza da solo, però devo dire che il punto di partenza era proprio l’insoddisfazione. Come direbbe mia mamma, è la classica “anima in pena” che non sa bene dove andare, cosa vuole. Il punto di partenza era questo, cercare di descrivere in un personaggio in un certo senso particolare – in quanto voleva una vita quasi da rockstar, inseguendo il successo – quella strana sensazione che si prova quando vuoi qualcosa di diverso, una vita diversa, che però non sai in che modo dovrebbe essere differente. Non sei sicuro che possa essere migliore ma vuoi qualcosa di più, di diverso e non sai bene in che direzione andare, questo era lo spaesamento che volevo trasmettere.

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Spostiamoci ora a parlare di Milano e della città che fa da sfondo a tutta la storia: nonostante il ruolo fondamentale della stessa, che diviene un vero e proprio personaggio all’interno della narrazione, non vi è una caratterizzazione univoca, nel senso, si parla di Milano ma il mondo costruito potrebbe coincidere con altrettante città. Come motivi questa scelta?

Molti mi domandano questa cosa su Milano, ma in realtà è Milano solo perché io sono nato lì, cresciuto lì e le storie mi vengono in mente lì, quindi mi viene naturale ambientarle in quei posti, però potrebbe benissimo essere un’altra città. Quello che mi interessa è descrivere una vita legata alla metropoli, dato che all’inizio del 2000, soprattutto in musica ma anche tanto nei fumetti, si parlava sempre di provincia, che è una vita molto diversa da quella che puoi vivere in una città come Milano. Nonostante a me piacessero molto tutte queste storie, fumetti e canzoni, non mi ci ritrovavo e volevo cercare di descrivere una vita metropolitana, per cui Milano è solo perché sono lì. Infatti, come noti, ci sono dei riferimenti ma si limitano a quello.

E li possiamo trovare in tutti i personaggi che fanno da “coscienza” e cercano di analizzare lo stato di Drogo sono originari di Milano.

Ah, beh si, perché naturalmente volevo cercare un dialogo con la città e visto che avevo deciso di ambientarla lì i personaggi dovevano essere quelli.

Nel lavoro tutto risulta molto funzionale ed è interessante vedere come ogni aspetto si pieghi al giusto proseguimento della storia, come tutto sia connesso e si incastri lungo la strada. Riuscire a far calzare bene la parte dei flashback con la narrazione presente senza far comprendere i vari plot twist delineano un lavoro notevole.

Ti ringrazio! In effetti mi è costato un po’ di tempo, proprio perché è un libro che si è costruito pezzo, pezzo. È stato proprio un puzzle, molto più scritto rispetto al precedente, che, come ti dicevo, è venuto di getto. Questo invece ho provato a costruirlo, nel senso che poteva essere una storia che andava da A a B, linearmente, ma secondo me perdeva tanto, quindi ho cercato di scomporre e ricomporre.

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Si direbbe che Sergio Gerasi e Drogo Colombo abbiano poco in comune, molto poco. C’è qualcosa che ti lega a questa figura oltre la città natale e il mestiere?

Beh, la barba [risate n.d.a]. Sicuramente c’è un po’ di me, ci sono delle scene della mia vita che si sono proprio verificate, però penso che sia naturale. Non facendo lo sceneggiatore di professione ma avendo delle storie da raccontare ogni tanto – per capirci, non scrivo per una serie tutti i mesi e quindi non ho bisogno di costruire con la finzione letteraria e narrativa un altro personaggio o un’altra storia avventurosa – quando fai questo tipo di operazioni c’è dentro un po’ di immaginazione, un po’ di narrazione ma anche tanto della tua vita. Siamo due persone molto diverse ma condividiamo tante cose alla fine.

Mercurio Loi, durante la premiazione dei Micheluzzi, ha vinto due diversi premi, uno come Miglior Serie dal Tratto Realistico ed uno come Miglior Sceneggiatore per Alessandro Bilotta. Come ti sei trovato a lavorare sulle pagine sulle pagine di Mercurio Loi e, più precisamente, su Il Cuoco Mascherato, uno dei numeri più interessanti sia a livello grafico che narrativo, dove il tuo tratto varia molto rispetto al passato.

Praticamente è andata così: con Alessandro lavoriamo insieme da tanti anni e siamo diventati anche amici. Si tratta di un’amicizia nata da una reciproca stima professionale e da un’intesa, perché io con le sue sceneggiature vado proprio a genio. Infatti se noti le cose che facciamo insieme hanno sempre un respiro più ampio, ci intendiamo molto bene. Il cambio di stile si è visto prima su Mercurio Loi, in edicola però, ma in realtà nasce tutto da questo libro qua, quindi c’è tutto un collegamento. Alessandro aveva visto le prime pagine di questo libro ormai due anni e mezzo fa e stavamo cominciando a lavorare su Mercurio, così mi ha detto: “Ma se tu ti senti di fare questo [tratto n.d.a.] fallo anche per Mercurio Loi”. Io ero un po’ restio perché la Bonelli ha tutti dei canoni e delle regole proprie, questa cosa di poter lavorare solo con Alessandro mi ha permesso di far andare avanti questo stile e proporlo anche in Bonelli. Lo hanno digerito e sono stati contentissimi… è andato tutto bene!

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Il tuo lavoro con Alessandro Bilotta non si limita solo a Mercurio Loi, infatti vi ritroviamo insieme anche su Dylan Dog: Il Pianeta dei Morti. Com’è lavorare su un personaggio come Dylan? Parliamo comunque di una delle figure più iconiche all’interno della produzione italiana è uno dei più iconici, quasi un punto d’arrivo.

È più difficile. Io sono partito con un grande timore referenziale e una paura, che era quasi terrore, di approcciarmi al personaggio un po’ perché era il mio mito e l’ho sempre letto da piccolo. Poi lavorandoci giornalmente questa paura è scomparsa, fino ad arrivare al Pianeta dei Morti, che è stato il mio punto espressivo più alto su Dylan. Naturalmente un personaggio come Dylan non ti permette di far recitare i personaggi come succede in Mercurio Loi, che è stata una delle cose che ha stupito di più, ovvero come li facciamo recitare nella serie, in modo quasi teatrale. Dylan è un personaggio con i suoi canoni e non lo puoi far muovere troppo, quindi devi puntare su altre cose. Devo dire di masticarlo abbastanza bene e, fortunatamente, questo timore reverenziale si è un po’ affievolito.

Rispetto ad un lavoro precedente come “In inverno le mie mani sapevano di mandarino” il tuo tratto è molto cambiato, virando dal caricaturale al realistico. Sei soddisfatto di questo mutamento? Da cosa è stato motivato?

Proprio poco tempo fa sono andato a riguardarmi un po’ tutti i miei lavori, visto che ormai sono diciotto anni che faccio questo mestiere. Devo dirti la verità, anche nei primi anni, i dieci di Star Comics, ogni tre/quattro lavori cambiavo stile, non c’è mai stato un salto così grosso come avvenuto ultimamente, però mi rompevo abbastanza velocemente e cercavo un po’ di evoluzione, come credo sia giusto in questo lavoro. Sono molto soddisfatto di quest’ultima svolta perché la sento più mia e mi da delle possibilità espressive diverse, anche più personali. Mi piacerebbe seguire un po’ la strada che percorre Bacilieri, che fa sentire la sua personalità anche quando fa cose da edicola. È avvenuto dopo un viaggio in Francia. Ho fatto questo viaggio perché mi stavo accorgendo che stava cambiando un po’ l’estetica nel fumetto e non volevo rimanere indietro. Quindi in occasione di Angoulême ho fatto un po’ di giri ed ho conosciuto Pedrosa, Prudhomme, ho visto come si muovevano lì ed ho notato che erano molto più espressivi, ed ho cercato di andare in quella strada lì.

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Un altro aspetto che mi ha molto affascinato di Un romantico a Milano, è la colorazione acquarellata che possiamo trovare. Uno dei punti più interessanti in quanto definisce il carattere di tutta l’opera, tra cieli plumbei e tramonti violacei, riesce ad emergere lo stato emotivo dei personaggi. In che modo sei arrivato a questa soluzione del colore?

Era il mio primo lavoro a colori, l’acquarello l’ho sempre amato però quando provavo a seguire una strada più realistica non ero mai soddisfatto. Studiando gli autori francesi ho cercato anche una strada più espressiva nel colore, quindi prima di partire definivo lo stato emotivo della sequenza. Addirittura all’inizio era ancora più monocromatica la cosa, poi ho aggiustato un po’ il tiro. Ho tentato di dare un senso narrativo al colore ed essendo anche daltonico mi è andata meglio così visto che facevo una fatica tremenda a fare dei colori realistici [risate n.d.a.].

Per concludere una classica domanda di rito: se dovessi scegliere due o tre nomi che ti hanno più influenzato in questi diciotto anni di carriera, quali sarebbero?

Generalmente ogni volta che cambio idea e stile cambio anche punti di riferimento. Quindi ce ne sarebbero tantissimi. Tra gli italiani direi Bacilieri, Ambrosini, Toffolo e Dall’Agnol…ce ne sarebbero mille ma diciamo questi. A livello americano – perché ho anche avuto una fase americana – direi Adam Hughes, Dodson ed Alan Davis. Ultimante sono nel mio periodo blu, francese [risate n.d.a.], quindi Pedrosa e Prudhomme.

Ti ringraziamo moltissimo per il tempo che ci hai dedicato!

Grazie a voi!

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