Al Napoli Comicon 2018, grazie a saldaPress, abbiamo avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Paul Azaceta, disegnatore statunitense meglio noto per il lavoro svolto sulla serie Image/Skybound intitolata Outcast, creata insieme a Robert Kirkman. Ha lavorato anche per la Marvel (Punisher Noir, Amazing Spider-man), Dark Horse Comics (Conan il Barbaro) e Boom! Studios (Potter’s Field).

Ciao Paul, benvenuto in Fr4med, grazie per il tuo tempo.

Grazie a voi, per me è fantastico essere qui.

Bene. Iniziamo con la prima domanda. Attualmente stai lavorando con quello che probabilmente si possa definire come uno degli sceneggiatori più influenti dell’ultimo decennio, Robert Kirkman. Come ti trovi a lavorare con lui e come è organizzata la vostra collaborazione?

È fantastico. È una di quelle domande a cui vorrei avere una risposta migliore, me lo chiedete in molti.  È stato un sogno e facile lavorare con lui. Le sceneggiature sono molto chiare, parliamo spesso di quello che accadrà e non mi sento mai perso o senza sapere cosa stia accadendo o confuso. spero apprezzi quello che stia facendo. Non ha mai un tono autoritario del tipo “cambia questo, cambia quello, non era quello che volevo”. Mi lascia molto libero, che la mia arte contribuisca serenamente all’aspetto visivo come voglio io. Un’esperienza molto divertente. Credo che ciò derivi molto dal suo modo di porsi. Ama molto collaborare con altri e creare un’ambiente dove tutti si possano divertire senza che nessuno si senta schiavizzato o costretto a disegnare sempre e solo quello che voglia lui. È molto attento in questo quindi non posso che dire di aver avuto un grande rapporto sino a questo momento.

Essendo co-creatore hai voce in capitolo nella stesura della storia? Come funziona per quanto riguarda il character design?

La storia è tutta nella sua testa [Kirkman]. So perfettamente dove andremo a finire, all’inizio c’erano i soliti problemini ma io sono più il visual guy. Mi fa creare e divertire con tutti i personaggi. Mi lascia inserire la mia versione del personaggio ed insieme alla colorista Betty [Elizabeth Breitweiser] ci lascia liberi di inventare. Quindi lui si occupa di tutto lo storytelling, la mia parte si concentra esclusivamente sull’impatto visivo.

Outcast è infatti molto efficace nei disegni. Si tratta di una storia praticamente horror e all’interno del catalogo Image/Skybound è un po’ una novità. All’inizio del progetto avevi timori sulla possibile accoglienza della serie tra le fila dei fan?

No, non credo. Credo che il genere horror sia amato moltissimo nei film, romanzi , fumetti ed in tv. Le persone, ed io, adorano l’horror. Quindi non avevo particolari preoccupazioni a riguardo. Ciò che più mi premeva era di renderlo pauroso, un buon fumetto horror e non solo una schizzatina di sangue qui e lì. Ci sono moltissimi fumetti di questo tipo dove c’è un demone, del sangue e urlano all’horror quando invece non è così. Solo perché metti un demone non è la stessa cosa, quindi era molto importante la parte dello storytelling. Ricordo che all’inizio ho rispolverato i film horror che ho amato come L’esorcista, Alien (possiamo dire sia un horror, il primo), e tutti i John Carpenter, così da poter avere un’idea su come rendere la storia inquietante e spaventosa. Ho cercato di portare tutto questo nel fumetto e questa era probabilmente la mia più grande preoccupazione. Perché sapevo che se l’avessimo fatto nel modo giusto, avremmo avuto un pubblico. Tutti amano l’horror, io per primo.

Partendo dalle tavole di Outcast, parliamo più in generale di come ti approcci ad una tavola. Il processo che c’è dietro.

Beh allora è capitato che a volte io e Kirkman ne parlassimo prima insieme. Una volta completata la sceneggiatura me la manda, la leggo e cerco di immaginarmi lo storytelling. La prima cosa che faccio è schematizzare ogni tavola individuando cosa sia importante in questa o quell’altra pagina. La divido in sezioni, segnando vignette più grandi o più piccole a seconda dell’importanza dell’azione. Dopodiché inizio a tirare giù una bozza così da impostare la tavola e vedere dove vadano inseriti tutti i neri, che uso molto. Da qui mi allaccio allo storytelling e vedo come poter rendere il tutto più pauroso. Ad esempio, una cosa è avere qualcuno che entra in una stanza, che come azione va bene ma non c’è nulla di spaventoso. Quello che faccio, invece, è cercare l’angolazione giusta e qui mi rifaccio ai film, alle ombre, magari con un’inquadratura che impedisca la visione del volto della persona o una luce che proviene da dietro il personaggio. I modi per farlo sono milioni. Fatto questo mi dedico alla parte divertente, l’inchiostrazione, con un pennello, una penna, qualsiasi cosa mi capiti a tiro. Soprattutto ultimamente, ho usato pennarelli e pennelli. Infine, scannerizzo tutto. Aggiungo qualche dettaglio in digitale, di modo che quando Betty, la colorista, ci andrà a lavorare saprà a quali parti dovrà dare particolare risalto. E così per tutte le tavole.

Continuando a parlare di Outcast, non so se tu abbia avuto modo di guardare la serie tv o dare un’occhiata a qualche episodio…

Sisi, ne ho visto qualcuno, non tutti. Non perché non mi piaccia, credo abbiano fatto uno splendido lavoro. È solo che per me è piuttosto strano guardarla in questo momento, quando il fumetto è ancora in corso. Credo me la godrò di più una volta terminata la storia. Però si, sono andato sul set durante le riprese e trovo fantastico quello che stanno facendo. Allo stesso tempo ripeto, mi fa strano vedere gli attori interpretare una storia differente… non differente, ma si tratta pur sempre di televisione. Ma comunque è molto raro che ci sia un adattamento così fedele quindi non posso che essere soddisfatto del risultato. Credo anche Kirkman lo capisca. Con il successo di The Walking Dead credo abbia fatto in modo che la serie tv rispecchiasse bene la storia a fumetti.

Passiamo ora su un altro fronte. Al di là della Image hai lavorato anche con una major come la Marvel, con Punisher Noir. Quale credi che sia la diversa sensazione tra una casa editrice come la Image che offre molta indipendenza agli autori, e una major come la Marvel appunto, che in qualche modo ti costringe a seguire un copione già scritto?

Si, allora credo che la mia vera passione sia quella di creare da solo i miei fumetti, autopubblicazioni ecc. Ovviamente amo anche la Marvel e la DC poiché personaggi come Spider-Man, Superman, Punisher, Wolverine, sono quelli con cui sono cresciuto. Disegnarli è molto piacevole ma alla fine non sono delle mie creazioni e posso contribuire sino ad un certo punto perché ti ritrovi come in una scatola dove non puoi far molto. Sono i loro personaggi, i loro giocattoli e devi starci attento a non romperli quando ci giochi. Quando parliamo invece di Image o nello specifico Outcast, quelli sono i miei giocattoli, posso farci quello che voglio. Uccidere, sperimentare. Così ti trovi di fronte una pagina totalmente bianca in cui partire da zero mentre per Marvel e DC ci sono già stati altri autori ed artisti prima di te che hanno trattato quella testata. Con Image, ed in particolare Outcast, non è così. Questo tipo di libertà ritengo sia molto più soddisfacente al termine di un lavoro. Lo senti veramente tuo. Non ci sono altri disegnatori per Outkast, ci sono stato sempre e solo io. Ovviamente non vuol dire che ogni tanto non mi piaccia tornare ai giocattoli della Marvel e della DC ma il mio obiettivo sono i lavori indipendenti.

C’è qualche serie in particolare su cui vorresti lavorare, magari dopo Outcast?

Beh si, come ho detto prima abbiamo già in mente la fine della storia quindi sto pianificando da un po’ il mio futuro. Ho mille idee. Vorrei fare dei lavori individuali, in cui mi occupo sia di scrittura e che del disegno. Ci sono un paio di progetti sicuri che andrò a disegnare. È troppo presto per parlarne visto che ora come ora devo prima finire Outcast. Lavorare su questa serie per me è stato ed è tutt’ora una grande esperienza che mi ha fatto crescere molto. Negli USA siamo arrivati al numero #35 se non sbaglio e sono tantissimi numeri quindi non posso non aver imparato qualcosa. L’idea di prendere tutto quello che ho imparato e incanalarlo nel mio prossimo progetto è molto eccitante.

Ultima domanda. Se potessi dare un consiglio al te stesso del passato, prima di intraprendere questa strada, quale sarebbe?

Probabilmente gli direi di rifare tutto quello che ho fatto io perché qualsiasi cosa fosse mi ha portato ad essere qui, quindi ha funzionato. È strano perché fin da bambino già sapevo che quello che avrei voluto fare per tutta la mia vita, sarebbe stato disegnare fumetti. Non ho fatto piani per altre cose o studiato per altro. Ecco, forse potrei dirgli questo. Lascia perdere i fumetti e sii più attento a scuola, studia altre cose. A quel tempo non sapevo se sarai divenuto in qualche modo famoso o avrei raggiunto il livello di Jim Lee o Frank Miller. E non ci sono minimamente vicino. Ma sono nato per questo. Forse anche leggere più romanzi potrebbe essere un altro consiglio da seguire. E stare attento nelle ore di scienze, storia, cosa che io non facevo perché mi mettevo a leggere o a disegnare fumetti in classe. Ma, in ogni caso, non c’è da preoccuparsi poiché il resto verrà da sè.

Noi ringraziamo ancora una volta Paul Azaceta per essersi prestato a questa intervista molto piacevole, e la saldaPress che ci ha permesso di organizzare questo incontro. 

Sotto vi mostriamo Azaceta durante la sessione sketch che realizza un Wolverine molto potente.