Immaginate di dare un’identità segreta a Bruce Wayne nei tempi correnti: Batman non esiste e voi avete il compito di creare l’alter ego notturno del playboy più famoso e seguito di Gotham City. Il mondo è cambiato dal 1939, è il 2018, quindi dovete necessariamente tenere conto dei moti odierni per non risultare anacronistici e, sopratutto, far si che il personaggio possa funzionare, di riflesso, nella realtà in cui viene pubblicato.

La diversità sarebbe netta, in tutti gli ambiti. La celebrità e ciò che ne consegue (con l’oscurità che tende a crescere di pari passo) sarebbe uno dei grandi scogli da arginare. Come fai funzionare un personaggio che deve necessariamente rapportarsi con una società in cui il culto dello stile è necessario tanto quanto l’aria che respira? Quale sarebbe la declinazione naturale di una figura simile a livello vigilantesco?

Queste sono le stesse domande che Gerard Way, Jody Houser e Tommy Lee Edwards si sono posti durante il processo creativo che ha portato alla nascita di Mother Panic e della figura dietro il casco, Violet Page. Way riassume tale figura come una risposta a Batman e a Gotham negli anni che corrono, in una società che è ossessionata dalla fama e dalla celebrità. L’autore individua nei tempi moderni il picco massimo di quest’ossessione con un parere opinabile ma molto interessante in fase creativa

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Tale combinazione di elementi da vita a Violet che viene rigurgitata dalle viscere della città stessa, vittima delle sue meccaniche, delle sue follie e giochi di potere. In tal senso Gotham appare più pulsante che mai, una città viva, senziente, che dipana i propri tentacoli in tutte le direzioni, toccando gli abitanti e le loro vite, marchiandoli come bestie da soma. I cittadini di Gotham sembrano essere destinati all’orrore ed ai fardelli, così come Page, dall’immancabile passato tragico, condannata sin da bambina ad un’esistenza dannata.La città è magnetica, suadente e sinuosa, seguendo la miglior tradizione del pipistrello, ma con una veste differente, che vira più verso il perverso grazie a tutta una serie di elementi che rendono Mother Panic l’interessante lavoro che è, almeno sulla carta. 

Come già detto la figura rappresentata da Mother Panic/Violet è una risposta ad un possibile Batman moderno, tra sfaccettature ed estremizzazioni. In Page i tratti sociopatici sono lampanti, riconosciuta dalla stessa che, in seguito a quanto accaduto in giovane età, non riesce a non provare ribrezzo per la società con cui si deve rapportare. Esaminando ciò è facile comprendere come, sotto molti aspetti, Mother Panic non sia idealmente così lontana dagli stessi personaggi che si ritrova a contrastare, salvo poi risultare molto più morbida ed elastica di quanto si cerchi di farla apparire.

Ed è sotto questo aspetto che non convince pienamente, l’ambientazione è perfetta ed anche le origini del personaggio, seppur molto classiche, risultano calzanti, tuttavia sarebbe stato auspicabile un tentativo più deciso nel delinearne metodi ed atteggiamenti borderline. Caratterizzare il personaggio in modo scontroso, con sprazzi di sociopatia, senza troppe inibizioni sessuali non sembra comunque essere abbastanza per un incipit dalle potenzialità così grandi. 

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Il passato di Page è il motore portante dell’intero volume, da cui si snoda una tipica storia di vendetta: seguendo il più classico degli stilemi assistiamo al ritorno a casa della protagonista dopo anni di assenza. In tale periodo trascorso in una struttura, è stata sottoposta a violenze e potenziata per diventare un’arma vivente infallibile. Il processo non è andato a buon fine, almeno così viene lasciato intuire, e Violet decide di fare ritorno per ottenere la propria vendetta. Nonostante l’idea di fondo sia quella di non farsi coinvolgere Page finisce per invischiarsi nella melma di Gotham molto più di quanto originariamente preventivato.

Una trama lineare, quindi, ma con dei risvolti interessanti sopratutto nella figura dell’antagonista e nei metodi che questa adotta. Il lavoro risulta modesto, con grandi possibilità di crescita, trovando il suo punto più alto nei disegni di Tommy Lee Edwards, che con il proprio tratto squadrato, sporco ed estremamente dettagliato è l’artefice di gran parte del fascino della serie. È chiaro che sottraendo Edwards dall’equazione molto dell’interesse sfumi ed è proprio ciò che accade con l’arrivo di Shawn Crystal alle matite. Lo stile cambia drasticamente, virando verso il cartoonesco, che seppur risulti interessante non riesce a tenere il confronto con i numeri precedenti.  

In entrambi i casi un plauso va a Jean-Francois Beaulieu i cui meravigliosi colori creano le atmosfere perfette per la narrazione delineando una Gotham che sembra oscillare perennemente tra alba e tramonto, mettendo i pulsanti vizi della città sotto la giusta luce.  

panicMother Panic è la terza delle serie Young Animal, nuova etichetta editoriale della DC gestita da Gerard Way che ha dato vita alla sua Doom Patrol e Sahde, la ragazza cangiante di Cecil Castellucci. Oltre ad essere l’ultima in ordine cronologico di pubblicazione è anche la meno convincente. Nonostante un’incipit molto affascinante non sembra esserci mordente a sufficienza in una serie cui a mancare è una caratterizzazione all’altezza sia del personaggio principale che della sua missione. Ne esce trionfante Gotham, affrescata in modo sensuale, di cui si percepisce olezzo e bellezza allo stesso tempo, tuttavia il solo background non riesce a funzionare in solitaria. Dare un giudizio definitivo alla serie risulterebbe impossibile ed anche abbastanza stupido, si parla di un titolo che non ha mostrato poco e le cui potenzialità sono ben individuabili. La speranza è che con l’avanzare della narrazione Houser riesca ad approfondire a dovere la figura di Violet e la sua missione, in modo da poter sfruttare quell’eccesso che sembrava dovesse pervadere il lavoro, di cui, purtroppo, si è persa la traccia strada facendo.