Feltrinelli Comics: La Fine della Ragione, di Roberto Recchioni

Non poteva esserci inizio più esplosivo per la nuova collana di Feltrinelli dedicata ai fumetti, se non quello di Roberto Recchioni con La fine della ragione. E con “esplosivo” non si parla proprio di un evento col botto, quanto più dell’effetto generato dalla scelta della tematica che l’autore di Orfani ha deciso di trattare con questa graphic novel. Perché, grazie a ciò che racconta nel volume, Recchioni riesce a conciliare il ruolo di giornalista e artista.

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Giornalista perché l’autore si rifà alle intenzioni con cui Dennis O’Neil si approcciò sul finire anni ’60/inizio anni ’70 nella stesura della seminale Lanterna Verde/Freccia Verde. Attivissimo nel giornalismo, O’Neil decise – nella serie team-up tra i due eroi di smeraldo – di fare dei fumetti una nuova forma di giornalismo che si limitasse, però, a mostrare alcuni argomenti che (per stessa ammissione dello scrittore) erano strascichi del fine anni ’60: dei problemi di quella amata-odiata decade che nessuno s’impegnò veramente a risolvere e che, di conseguenza, divennero le piaghe della successiva.

Il suo obiettivo non era quello di portare né polemiche, né soluzioni, ma utilizzare un personaggio legato al mondo della fantasia che facesse da filtro tra la versione disincantata che il lettore aveva del mondo e quella che, in realtà, era presente al di fuori dalle pagine del fumetto. Insomma, mostrare e basta, sperando in una reazione da parte del lettore.

Il RRobe decide di seguire le orme di Dennis O’Neil e ci porta in un mondo dilaniato dall’assenza di cultura, istruzione e tutte quelle figure e istituzioni che hanno contribuito alla creazione della società moderna. La decisione di parlare di tematiche attuali col fine di sensibilizzare il lettore – visto che parliamo di una collana a fumetti per Feltrinelli – risulta azzeccata e forse anche necessaria per riportare il media ai suoi gloriosi fasti. Ma il creatore di John Doe non è un giornalista e, anche se le intenzioni sono quelle, le parole per lui devono essere accompagnate con l’arte. Ed ecco che entra la sua personalità da artista.

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Un luogo comune sull’arte che va sicuramente sfatato, è quello che vuole la stessa un mezzo per veicolare emozioni. Vero, ma soprattutto falso. L’arte suscita emozioni, certo, ma è solo l’effetto secondario (e a volte collaterale) del suo primo, vero intento: quello di trasmettere un pensiero, un messaggio e una filosofia. Volente o nolente, La Fine della Ragione è un’opera artistica perché ogni dettaglio del volume (sia in termini di scelte editoriali, sia in termini di scelte di narrazione) è arte nella sua forma più pura.

L’autore gioca con la relazione tra parole e immagini proprie del fumetto, trovando anche una spiegazione che diventa parte integrante della trama al perché la stessa sia raccontata tramite la modalità fumetto. Recchioni prende ogni particolarità dello stesso, lo spezzetta, lo smonta, lo denuda e gioca con le sue parti più intime e minimaliste, mascherando un messaggio positivo e di speranza dietro ironiche annotazioni e sarcastiche prese per il culo alla popolazione Italiana di oggi.

Sembra infatti strano che una storia come questa, che potrebbe da qualcuno essere definita l’esaltazione e la conferma della mediocrità, sia invece un’opera di speranza. Questo perché, se il bello dell’arte è quello di dare la possibilità di condividere un pensiero, il brutto è che lo si fa con mezzi talmente personali che gli altri devono avere l’accortezza e la sensibilità necessaria per poterlo capire. Magari non condividere (poiché siamo tutti diversi) ma quanto meno di capirlo. Questo perché l’arte è fatta anche di tanta interpretazione e il messaggio de La Fine della Ragione è un messaggio che va capito e interpretato, in quanto è il contrario di quello che vuole superficialmente dire.

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Prendiamo come esempio la sequenza che parla della rimozione di figure come i professori. Tale parte non è un modo per sottolineare l’importanza della loro assenza, quanto l’importanza della loro presenza, oltre che la loro valorizzazione. Nell’arte ogni presa di posizione simile non è quasi mai una conferma, ma una denuncia che dovrebbe suscitare nel lettore il “sentimento del contrario” di cui parlava Luigi Pirandello, creando una reazione.

L’opera non è però esente da difetti, anche se non si può veramente parlare di un difetto, quanto più di un “difetto di fabbrica”. Ai più sembrerà che l’autore non abbia sviluppato quanto poteva la sua trama, oltre il fatto che abbia saltato dei passaggi per una urgenza di veicolare al più presto il messaggio. In verità, sembra solo scritto “di fretta” e la storia non è volutamente sviluppata per due motivi. Il primo, è che La Fine della Ragione tratta di un argomento così delicato, dove sarebbe stato facilissimo cadere nella banalità, nello stereotipo o nella critica popolare facile. Il secondo, è che è volutamente corta perché Roberto Recchioni ha ben compreso i limiti dell’arte e del giornalismo: sono solo strumenti, non efficaci portatori di soluzioni. Mostrano, illustrano e consigliano, ma non agiscono in prima persona, perché quello spetta al lettore.

La Fine della Ragione è una di quelle opere dove l’autore afferma dei concetti perché vuole credere nei propri lettori e chiedere agli stessi di dimostrare che egli si sta sbagliando. Prendendovi per il bavero vi prega di impegnarvi affinché la sua tesi si dimostri errata, vi prega di coltivare la cultura, vi prega di credere nel progresso. Permane nella lettura la sensazione che manchi qualcosa, ma è stato un sacrificio dovuto per non cadere nel banale e lasciare al lettore una sensazione di rivalsa verso un sistema che non lo sta aiutando.

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Classe '90, comasco. Ama così tanto la Nona Arte, che il suo corpo è fatto di carta patinata ed inchiostro, condizione fisica che l'ha sempre costretto all'ospedale. Cresciuto a pane e fumetti (e lavande gastriche) in età anagraficamente, ma non mentalmente, adulta ha sentito il bisogno di esternare i suoi pensieri riguardo la sua passione per i fumetti - ma anche cinema, serie tv, libri, musica e la pizza - attraverso la scrittura: anche se diverse ordinanze restrittive glielo impediscono legalmente. Non sa fare, quindi insegna Inglese. Ha scritto per RecenSerie, OverNews Magazine, Quarta Di Copertina e Geek Area.