Lo scorso sabato 2 dicembre presso la libreria del fumetto Antani Comics, di Francesco Settembre, si è tenuta la presentazione del volume Ramarro: Guerre Fredde, edito da Comicon Edizioni, raccolta antologica del lavoro di Giuseppe Palumbo sul personaggio nel primo periodo di pubblicazione sullo storico Frigidaire, presente per parlare di questo eccezionale lavoro, realizzare sketch e dedicare i volumi.

Ramarro è la geniale creazione dell’autore materano targata 1986, il First Masochist Superhero, un personaggio dalla carica eversiva unica, che è riuscito ad unire tutte le passioni del giovane Palumbo, che decise di rispondere ai folli tempi correnti con una creazione ancora più folle. Ramarro non aveva paura della bomba, Ramarro godeva nel trovarsi esattamente al centro del fungo atomico! Un punto fermo nel fumetto italiano, talmente importante da avere una propria visione filosofica dell’esistenza, il tanto caro Masoardimento, di cui Ramarro e Palumbo stesso sono i primi esponenti. Giuseppe Palumbo è uno dei più grandi autori della penisola italica, con un passato, un presente ed un futuro estremamente densi e pregni: abbiamo avuto modo di intervistarlo prima e durante l’evento, cercando di esplorare al meglio una carriera così maiuscola.

Salve Giuseppe e benvenuto su Fr4med, la ringraziamo per il tempo che ci sta dedicando prima di una presentazione!

Non c’è problema, tanto poi vi mando fattura, non vi preoccupate (ride n.d.r.)!

Iniziamo direttamente da Ramarro: quello che presenta qui oggi è un piccolo miracolo, in quanto poter godere delle avventure del “First Masochist Superhero” in una raccolta così pregiata sembra davvero un’illusione. Lei stesso aveva precedentemente affermato che una riedizione del catalogo di Ramarro risultava decisamente improbabile.

Esatto. Il caso ha voluto che in tempi molto recenti, quindi negli ultimi due anni al massimo, abbiamo ritrovato un po’ di tavole originali. Quindi il novero delle possibili tavole da ristampare è aumentato drasticamente. A quel punto, un po’ sotto la pressione di vari editori  (l’ha poi spuntata il Comicon, però sono stati in tanti a lusingarmi per poter realizzare questa antologia) ho avuto l’idea di come sistemare la struttura di questo volume e si è fatto. L’idea del volume è sostanzialmente quella di dedicare un libro al Ramarro masochista, quindi non sono comprese le storie che furono pubblicate su Cyborg,  ergo tutto il periodo cyberpunk. Al contrario, invece, è un libro che non vuole essere semplicemente essere una sorta di riproposizione antologica in chiave filologica di Ramarro, ma vuole essere anche un’idea di ripresa del personaggio. Infatti all’interno dell’antologia si trovano, affiancate alle storie fatte negli anni 80 su Frigidaire, anche molte tavole recentissime. Alcune addirittura sono inedite, realizzate circa un anno fa.

Tutta questa mole di lavoro quanto tempo ha richiesto? Quanto è stato faticoso riuscire a rimettere insieme un così grande quantitativo di materiale per poi realizzare un volume simile?  

Diciamo che la parte più dura è stata quella di mettere insieme le parti analogiche del libro, quindi le parti più vecchie. Abbiamo poi provato a restaurarle un po’ con quello che è possibile fare oggi con le tecnologie a disposizione, avendo in molti casi, come punto di partenza, la qualità di stampa degli anni ’80 di una rivista che non era ormai più al top sotto quel punto di vista. Cercavamo dei tipografi che avessero poche pretese economiche (ride n.d.r.), quindi la qualità ne risentiva. Viceversa, tutta la parte più recente del libro era quella già digitalizzata. Riscansionate le parti nuove e rimesse a posto le parti digitali, tutto sommato, abbiamo confezionato il libro in poco tempo… non ci è voluto moltissimo. È stato un lavoro abbastanza difficile, nel senso che riuscire a far quadrare e costruire una struttura che avesse una sua coerenza è stata la parte più complessa. La gestione del cosiddetto “timone”, cioè la successione delle pagine del libro, è quella che ha portato via un po’ più di tempo.

La nascita di Ramarro avviene in maniera quasi fortuita e finisce per diventare un contenitore delle Sue molteplici passioni ed influenze. Si spazia dall’amore per i supereroi a quello per i classici, in quanto nasce nel periodo in cui stava studiando lettere antiche.

Si, si, infatti. Io mi sono laureato nel ’90 e Ramarro usciva già dall’86. Durante il mio periodo di studi ho anche confezionato il primo libro di Ramarro uscito per Frigidaire.

Cosa ha rappresentato la sua genesi dal punto di vista della crescita personale ed artistica?

Beh, chiaramente per me Ramarro è stato la prova d’autore, in un certo senso. Prima di arrivare a pubblicarlo per Frigidaire avevo pubblicato un pugno di piccole storie brevi. Più che per Frigidaire si trattava di pubblicazioni per Tempi Supplementari, una sorta di “rivista-vivaio” in cui venivano messi a punto gli autori che poi sarebbero passati sulla rivista madre. In un certo senso stavo facendo riscaldamento con quelle storie. Ricordo che Vincenzo Sparagna, il direttore di Frigidaire, mi fece questa domanda: “Ma tu che storie vuoi raccontare?“. Mi folgorò, in quanto era una domanda che non mi ero mai posto da giovane autore. Per me era spontaneo avere delle idee, scrivere delle storie, disegnarle e pubblicarle. Lui è stato, invece, la prima persona che mi ha fatto mettere nella posizione dell’autocosciente, cioè di chi riflette su quello che sta facendo e non è soltanto un puro esecutore delle proprie pulsioni. Mi sono messo in ascolto delle pulsioni, non le ho eliminate, anzi, ma invece di farle andare a ruota libera le ho organizzate. La genesi di Ramarro parte proprio da una di quelle storielle pubblicate un po’ per occasione che, guarda caso, è anche la prima storia di Tosca la Mosca, la quale è diventata, a sua volta, un’altra protagonista della mia produzione. Questo per dire che le pulsioni non sono da scartare, anzi, sono da coltivare, da organizzare, da far proliferare in qualche maniera. Così è stato per Ramarro che figurava all’interno di una di queste vignette, di questa storia assurda con questo personaggio surreale che era Tosca. A parte diventare lui stesso il protagonista della maggior parte di storie che ho pubblicato su Frigidaire, a sua volta Tosca è diventata protagonista di un ciclo di storie ben diverse, con un sapore completamente differente, pubblicate dalla Fenix qualche anno più tardi. Quindi Ramarro è allo stesso tempo il frutto di un progetto ma anche di una pulsione folle, quella dei miei vent’anni!

All’interno di Ramarro possiamo trovare psichedelia, attitudine punk, frammenti supereroistici e amore per i classici, in quanto abbiamo tutto un’aspetto filosofico particolare, in una cornice conflittuale come quella degli anni ’80. Com’è stato interpretare i tempi che correvano con un prodotto simile?

Secondo me (almeno all’epoca la vedevo così) non c’era altra chance. Quello che mi vedevo succedere intorno era talmente folle che l’unica maniera per rispondere era una maniera altrettanto folle. Sarà stato anche il contesto culturale dell’epoca, in cui prevaleva ancora questa idea di autoironia ed ironia che, secondo me, un po’ si sta perdendo. Ricordo molti film e molta letteratura dell’epoca dove nelle storie confluivano cariche emozionali differenti. Ti faccio un esempio: di recente mi è capitato di vedere Un Lupo Mannaro Americano a Londra, uno dei miei film preferiti dell’epoca. C’erano delle sequenze dei due ragazzi nella brughiera le quali avevano un che di malinconico, poi, allo stesso tempo, c’era la componente ironica del lupo mannaro (Un Lupo Mannaro americano a Londra già di per sé fa ridere). C’era la colonna sonora che suggeriva emozioni o in un senso o nell’altro… insomma il pastiche che veniva fuori tra queste contraddizioni interne era talmente stimolante da rappresentare il segno di un’epoca che non riusciva veramente a prendersi sul serio e che però, allo stesso tempo, era vera. Ti restituiva delle emozioni reali, trascinanti, in cui non potevi non identificarti, e credo che in Ramarro ci sia anche questo. C’è la consapevolezza di un mondo che rischia la distruzione da un momento all’altro,  da un’istante all’altro, perché in quel periodo bastavano due pulsanti premuti e saremmo saltati tutti per aria. Si tratta della consapevolezza di una precarietà che è alla base dell’esistenza dell’essere umano.  Siamo tutti precari, però in quel periodo si sentiva veramente a pelle. Era molto di più del solito “memento mori“… tuttavia, cosa potevi fare? Smettevi di vivere perché aspettavi la bomba? No, saltavi a cavalcioni della bomba e con il cappellone, come il Dottor Stranamore, ti buttavi verso la distruzione, possibile o non possibile che sia. In questa sospensione tra tragico e comico, melanconico e divertito, c’è tutta un’idea anni ’80 e c’è tutto Ramarro.

Ramarro è stato una vera e propria palestra per Lei sia sotto l’aspetto grafico (dove è possibile vedere l’evoluzione del tratto, come si sia modificato nel tempo) che a livello di pura sperimentazione per quanto riguarda la narrazione. Scrivere Ramarro in questo modo, poterlo confezionare in maniera così variegata, cosa ha poi significato per il futuro?

Beh, tieni presente che nonostante fossero gli anni della mia formazione universitaria comunque avevo preso l’impegno di pubblicare una volta al mese su una rivista, quindi per me fu veramente una palestra, nel senso di prendere la regolarità professionistica di non mancare una scadenza. Allo stesso tempo servì per mettermi alla prova su molti aspetti non solo delle narrazioni ma anche della resa grafica, in quanto non ho fatto scuole di formazione artistica, la mia formazione è prettamente umanistica. Quindi, se dal punto di vista della scrittura ero abbastanza tranquillo, da quello grafico no. Se dovevo disegnare una macchina ci dovevo penare (ride n.d.r.), disegnare dei palazzi non mi veniva così semplice. Sfogliando adesso questo libro sembra che mi sia venuto tutto con una grandissima facilità, invece  in realtà è il frutto di una concentrazione, di uno sforzo, di focalizzazione grafica che poi è stato quello che mi ha formato veramente e mi ha permesso, negli anni successivi, di costruire delle storie ancora più complesse e professionali, iniziando veramente la mia carriera non più solo come autore completo ma anche come disegnatore. Guardando all’indietro non mi sembra possibile il mio status di puro disegnatore, perché la mia direzione era tutt’altro; avrei fatto l’autore completo perché ero più scrittore che disegnatore, paradossalmente. Poi, evidentemente, lo sforzo nell’aspetto grafico ha superato ogni aspettativa (ride n.d.r).

L’eccesso, il folle godimento di Ramarro e la sua ricerca di dolore perenne hanno portato allo sviluppo del Masoardimento, un vero e proprio risvolto filosofico nell’essenza stessa del personaggio. A distanza di trent’anni questa visione “masoardimentista” della vita sembra più attuale che mai: ha mai pensato che potesse effettivamente avvicinarsi  così tanto alla realtà?

Come ti dicevo l’ispirazione a ogni boiata che mi veniva in mente per Ramarro, dalle più serie alle più assurde, veniva dalla vita reale, quindi in un certo anche il Masoardimento deriva da questo. Che tu lo trovi attuale mi fa ovviamente piacere ed anche io credo lo sia. Credo che ci siano pochi lettori in grado di apprezzare la carica eversiva di questo credo, a molti sembrerà semplicemente una boutade. In realtà, come facevi notare, il Masoardimento è il concetto e la costruzione illogica che c’è dentro la figura di Ramarro, quindi per me è sostanziale. La teoria che dice “non aspettare che il treno ti venga addosso, vagli incontro” è assolutamente ottimista e, ancora una volta, torna quella contraddizione di emozioni di cui parlavamo prima. Un atteggiamento vitalista nei confronti di una vita che non ti riserva altro se non la distruzione… sono due forze completamente opposte che collidono. È in questo scontro che credo ci sia l’aspetto più interessante di Ramarro che ancora lo rende leggibile. Nel riorganizzare questo libro ho riletto le storie e bisognerebbe aggiungerci un elenco di note per spiegare ai lettori attuali a cosa mi riferissi, mentre all’epoca certe battutine nascoste, certi ammiccamenti ed inside joke, erano alla portata di tutti, o quasi.

La Tempesta riassume perfettamente tutto questo, dal conflitto allo studio dei segreti militari.

Certo! Per esempio c’è una storia con Gheddafi che io e l’autore dei testi, Giuseppe Ferri (autore, tra l’altro, di un brano critico che reputo fondamentale per capire il personaggio e che ho voluto includere), ribattezzammo Fighedda perché all’epoca inaugurava un’idea di politico spettacolo a cui poi, sfortunatamente, molti altri rappresentanti politici si sono riferiti… non ultimo il Presidente degli Stati Uniti, giusto per non fare nomi. Il Masoardimento, quindi, non è solo la ragione di vita di Ramarro, non è solo un gioco divertito della logica, è, dal mio punto di vista, l’unica maniera per affrontare la vita: non aspettare i guai ma andarseli a cercare!

Per la copertina variant del volume è stato scelto uno dei più grandi maestri italiani, ovvero Tanino Liberatore e la seguente domanda nasce spontanea: quanto il lavoro di Liberatore e Tamburini, anche con Ranx, ha influenzato la nascita di Ramarro?

Ovviamente prima di arrivare sulle pagine di Frigidarie ne sono stato un avido lettore, sono un po’ una seconda generazione della rivista, in un certo senso. Quindi è inevitabile che il lavoro dei “padri fondatori” sia stato importante per la mia produzione. Non riesco ad attribuire un’importanza fondamentale a Ranxerox ma gliela faccio condividere sopratutto con tutti gli altri autori del gruppo, in particolare Pazienza. Tanino nell’incontro che abbiamo fatto a Lucca ha detto: “Io vedevo l’influenza di Ranxerox in Ramarro ma non così tanta. Vedevo piuttosto alcuni colori di Pazienza“. In realtà il punto è proprio questo, non c’è un vero riferimento, né in Ranxerox, né in Pazienza, ma semmai IN Ranxerox, in Pazienza, in Scòzzari, in Mattioli, in Tamburini. Ognuno degli autori che costruirono Frigidaire ha contribuito in qualche maniera a stimolare la creazione di Ramarro. Qui dentro troverai gli sperimentalismi cromatici di Tamburini (le grafiche, le fotocopie), troverai colori non solo di Pazienza ma anche di Carpinteri e di Mattioli stesso. Se penso al ciclo di storie che facemmo con Romeo Gallo erano proprio pensate con la struttura a sei vignette tipica di Mattioli che faceva riferimento, così come per noi che per Mattioli stesso, al fumetto americano a cui eravamo legati moltissimo. C’è, quindi, anche un punto di partenza comune.

Il volume presenta una splendida galleria di omaggi ed è innegabile l’importanza che Ramarro ha avuto per le generazioni di artisti futuri. Com’è, dopo tutti questi anni, continuare a vedere artisti che si rifanno al Suo lavoro?

Molti di questi omaggi più che da autori sono venuti da degli amici, ci tengo a specificarlo. Amici che lo hanno fatto in totale libertà e in totale spirito di gioco. Sono stati al gioco che Ramarro li invitava a fare e credo che questo si veda in molte di queste immagini. Citarne alcuni sarebbe inutile in quanto le illustrazioni sono una più bella dell’altra secondo me. Sugli effetti del mio stile nelle generazioni successive alla mia? Ovviamente mi fa piacere, anche perché a fianco della mia attività di autore di fumetti c’è stata quella da insegnante… trovare un bravissimo disegnatore come Michele Benevento, che adesso è una delle colonne della Bonelli, disegnare un bel Ramarro sul mio libro mi fa molto piacere. È stato un mio allievo a Firenze, quindi mi fa piacere che qualcosa di quanto fatto in quegli anni continui ad esserci ma ora Michele ha un suo stile. Nell’occasione di questo libro preferisco davvero pensare alla collaborazione di questi amici proprio in senso di gioco. Ramarro è un gran giocattolone su cui si sono divertiti un po’ tutti.

Spostandoci leggermente: Tosca la Mosca è un’altra delle Sue grandi creazioni, un insieme di Eros e pulsioni sessuali giovanili unite ad una spiccata comicità. Tuttavia Tosca nasce come personaggio completamente differente. Cosa ha spinto questo completo cambiamento?

Beh, guarda, la nascita di Tosca avviene in maniera completamente fortuita, come Ramarro, nel senso che la sua prima storia, che fu pubblicata su Tempi Supplementari,  la realizzati nell’occasione specifica di una mostra il cui tema era il surrealismo. Li diedi veramente spazio al gioco, alla scrittura automatica, alla visione onirica e venne fuori la storia che avete visto. Con il passare del tempo ho poi riguardato quel personaggio in maniera diversa, più comica, più strutturata, come dicevamo in precedenza. Al di là della pulsione entra in funzione un’altra attività cerebrale, quella che elabora, che costruisce storie, una dimensione più cosciente intorno a quel personaggio. Il risultato è che tutte quelle pulsioni erotiche che erano latenti nella storia pubblicata su Tempi Supplementari deflagrano, esplodono, e diventano la miniserie di storie apparse per Fenix dove Tosca diviene l’oggetto del desiderio di questo bambino pazzo, Raffaele,  vittima delle angherie di sorelle, madri e pupazzi di ogni estrazione (ride n.d.r.).

La collaborazione con Tempi Supplementari, poi Frigidaire, le creazioni di Ramarro e Tosca, il lavoro in Bonelli, Astorina ed anche delle collaborazioni in Giappone con Cat per Kodansha. Questi sono solo alcuni esempi di quella che è stata la carriera di Giuseppe Palumbo: guardando indietro, se Le capita, c’è qualcosa ricorda con maggiore affetto o che magari cambierebbe del suo percorso artistico?

Cambiare forse niente, perché alla fine sono stato fortunato a fare tutto quello che ho fatto. Non ho rimpianti e quando le cose si sono chiuse è accaduto per motivi estranei alla mia portata e non me ne ritengo responsabile. Non posso ritenermi responsabile della crisi economica giapponese che portò alla chiusura del rapporto con Kodansha (ride n.d.a.). Ci sono delle situazioni storiche che determinano certe chiusure, quindi è inutile avere rimpianti alla fine. Anche io avrei ambito a diventare un mangaka di successo internazionale, purtroppo non è successo, ma non fa niente. Ricordo la mia collaborazione con loro come un’avventura complessa ma formidabile, nel senso che mi ha anche formato, quindi va benissimo così.

Nel 2000 su i testi di Alfredo Castelli arriva il momento del Remake di Il Re del Terrore, un qualcosa di molto grande. Come ha vissuto questo lavoro e quale è stato il Suo approccio al rimodernamento della prima, iconica, storia di Diabolik? 

Beh, io all’epoca venivo dalla collaborazione con Castelli per Martyn Mystere quindi per me fu un passaggio abbastanza forte, nel senso che avevo già messo a punto un bianco e nero che aveva incontrato il favore del pubblico e degli editori, quindi mi sentivo tranquillo da questo punto di vista. L’avventura di ridisegnare un personaggio così amato dagli italiani… quella mi preoccupava, in un certo senso, e speravo di farla bene. Capivo l’importanza dell’occasione. Li diedi il massimo e credo che poi questo abbia dato i suoi frutti, nel senso che il lavoro che ho fatto credo che abbia prodotto degli effetti. Se tutt’ora continuo a lavorare per Astorina forse si deve proprio al risultato di quella storia. Certo, quella produzione segnò anche la fine della collaborazione con la Bonelli, perché l’impegno di fare annualmente un albo di oltre 100 pagine non mi permette di farne altri, e, francamente, essere sul mercato con due prodotti simili non mi interessa particolarmente. Ho preferito mantenere la collaborazione con Astorina, editore con il quale mi trovo perfettamente a mio agio, e allo stesso tempo riuscire a ritagliarmi degli spazi per sviluppare altri progetti. Guarda caso, però, questi progetti alternativi, in un certo senso, stanno avendo una ricaduta proprio con la casa editrice di Diabolik. L’ultimo progetto, quello di Escobar, è stato pubblicato in Italia proprio da Astorina. Quindi è una dimensione editoriale in cui mi trovo abbastanza comodo.

Il mondo del fumetto è in continua espansione, sopratutto in questo periodo, in Italia molti giovani talenti si affacciano su questa realtà. Segue il lavoro di qualcuno in particolare e c’è qualche consiglio che darebbe ad un autore imberbe?

In realtà credo di aver smesso da un po’ di tempo di dare buoni consigli. Vedo che ormai ci sono tali e tanti cambiamenti nel modo di fare fumetti che non credo di dover insegnare niente a nessuno. Ogni tanto mi ricapita di vedere delle interviste fatte in passato e in anni insospettabili dicevo che gli autori giovani dovevano passare dalla rete. Evidentemente quello è l’ultimo consiglio buono che abbia dato a qualcuno visto che quasi tutti i nuovi autori partono da lì (ride n.d.r.). Sono partiti da lì, lavorano lì e da lì traggono il massimo dei risultati possibili. In questo senso credo che dalla rete stiano venendo fuori le sorprese più interessanti. In realtà tutto il mercato del fumetto italiano esprime, sia nel suo ambito più popolare che in quello più di ricerca, delle punte abbastanza interessanti ed i lettori dovrebbero essere soddisfatti. Io, da lettore, faccio fatica a seguire tutto perché c’è una tale quantità di lavoro fatto da tanti editori, dai più piccoli ai più grandi, che meriterebbe maggiore attenzione, però si fa fatica a stare al passo. Penso, per esempio, al buon lavoro che stanno facendo gli editori di Eris di Torino, inutile che ti cito quelli più noti tipo BAO o Coconino, dove continuo a trovare cose interessanti da leggere. C’è la collana Oscar Ink che con la discesa in campo dei grandi editori potrebbe riservare delle sorprese. Il cambiamento sostanziale che sta portando il fumetto sempre di più verso nuove forme di distribuzione, visto che l’edicola sta sparendo produrrà sicuramente dei cambi. Quello che spero è che ci sia sempre più attenzione alle idee da raccontare piuttosto che ai mezzi attraverso quale diffonderle. Però è ovvio che per fare un fumetto si devono avere le idee chiare anche su come diffonderle. Per i nuovi autori si preparano nuovi terreni di scontro. Io credo che Ratigher con cose come Prima o Mai abbia inventato una formula interessante, però è chiaro che quella non risolve tutto. Vedremo, per adesso mi metto in panchina ed osservo gli sviluppi perché sono interessato quanto tutti gli altri.

Proprio da lettore! 

Da lettore e da autore in un certo senso, in quanto mi piacerebbe vedere quali sono i veicoli attraverso cui nuovi progetti e nuove idee che mi frullano nella testa potrebbero trovare poi una loro collocazione.

Come un passato così grande, con prodotti che sono stati estremamente importanti per il fumetto italiano, influisce poi sulla Sua produzione futura?

Io in realtà faccio fatica a tornare sulle mie cose passate. Ti devo confessare che rileggendo le cose di Ramarro riunite in questo libro mi sono accorto di non ricordare di averle scritte tutte (ride n.d.r.). C’è un effetto straniante a tornare su i propri passi, poi ti ricordo che per un autore tornare sul materiale già pubblicate, il più delle volte, significa vedere più gli errori fatti che il resto. Finisce per fare più male che bene, quindi, in generale, cerco di fare sempre cose nuove proprio per non stare a riguardare quelle vecchie.

Quest’anno si è festeggiato il centenario del Re, Jack Kirby e so che Lei è un suo grande fan. All’interno di Ramarro possiamo trovare, come scrive Lei stesso nelle note, degli omaggi a Kirby nella sua collaborazione con Romeo Gallo. Come si è sviluppata  questa idea di andare a riprendere una parte del fumetto americano che vi aveva particolarmente influenzato?

In realtà l’influenza di Kirby va anche al di là della collaborazione. Con Romeo Gallo diventa ancora più evidente in quanto eravamo in due a essere assoggettati all’amore per Kirby. Quella narrazione si organizza a storie di sei vignette, proprio un classico del fumetto americano di quel periodo e sopratutto un formato di tavola che era veramente tipico di Kirby. Diciamo che l’amore per i suoi fumetti va sicuramente di pari passo con l’inchiostrazione che amo fare di più. Mentre parliamo sto facendo una dedica ed i neri che sto distribuendo sul foglio risentono chiaramente di quella scuola, di quel modo di inchiostrare e di quei neri densi che erano tipici degli inchiostratori di Jack Kirby e di Jack Kirby stesso. Poi di Ramarro si può dire che la passione per il Re è rintracciabile anche in certe battute ed espressioni. In certi modi di fare Ramarro riprende la Cosa dei suoi Fantastici Quattro. Con le storie di Romeo si struttura meglio questa passione però non era minore anche in passato. 

Che effetto fa riguardare tutto questo lavoro nell’ottica dei tempi correnti?

Fa abbastanza ridere la questione perché mentre facevo questa copertina con i funghi atomici sullo sfondo c’era Trump e i coreani che stavano facendo “a mazzate”. Anzi, se andate sulla pagina Facebook di Ramarro potete vedrete che periodicamente aggiorno con articoli ripresi da Repubblica, con immagini del personaggio dove questa sorta di ripresa della guerra fredda che, nemmeno a farlo apposta è il titolo del volume, Guerre Fredde, restituisce il clima in cui è stato partorito. Per me queste storie, stranamente, sanno di già visto (risate n.d.a.) e nemmeno così tanto stranamente! Mi auguro che non ci sia il seguito che invece nelle storie c’era.

La ringraziamo molto per il tempo che ci ha dedicato, è stato un vero piacere!

Grazie a voi!