Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta

La troviamo alla fine del film, poco prima dei titoli di coda. Una delle massime pronunciate da Sir Winston Churchill, Primo Ministro del Regno Unito dal 1940 al 1945.

La pellicola non vuole raccontare la sua vita, nè tantomeno i sei anni che lo hanno visto ricoprire la carica di Capo di Stato. Il copione, con un’ambigua dose di british humour, si focalizza sul suo primo anno di governo, probabilmente il più critico. La Seconda Guerra Mondiale imperava già da due anni e l’avanzata tedesca sembrava inarrestabile. Gli orrori compiuti dalla Gestapo e dalle SS erano sulla bocca di tutti, nonostante le vere mostruosità dovessero ancora avvenire. La paura che siedeva sul trono europeo apriva le porte di ogni paese all’armata tedesca che, con l’aggressività e la crudeltà che la contraddistingueva, faceva strage dei suoi avversari. In questo clima di terrore, in cui purtroppo vide l’Italia alleata, alla guida di uno degli imperi più potenti della storia, si erge un uomo. Un leader amato poco dai suoi colleghi di partito ma necessario in quel preciso momento storico. Una figura che aiutasse gli inglesi in un anno molto difficile, in cui probabilmente, senza di lui, il Regno Unito avrebbe capitolato dinanzi alla follia hitleriana. Una vittima sacrificale che si assumesse la responsabilità che nessuno avrebbe voluto sopportare.

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La sua politica fu molto semplice: fare la guerra, costi quel che costi. “Non ci arrenderemo mai“. Criticato e severamente ostacolato per non voler scendere a patti con il dittatore nazista, Churchill aveva un unico obiettivo. Vincere e sopravvivere. Darkest Hour (‘L’ora più buia’ in italiano) è la narrazione dunque di un personaggio che, totalmente impreparato, si fa carico della sua responsabilità e vive la guerra giorno dopo giorno. Tra cattive e pessime notizie, ha sulle sue spalle la sopravvivenza di migliaia di vite umane. Qui entra in gioco l’Operazione Dynamo.  E Dunkirk. Chiaramente la pellicola sarebbe ben più goduta se a questa venisse prima anteposta la visione del film di Nolan, ma non è una condizione necessaria per una conoscenza limpida dei fatti. La Francia è in ginocchio, prossima alla resa. Gli inglesi devono assolutamente retrocedere o verranno massacrati sulle spiagge. Il tempo è poco e Churchill dovrà decidere in fretta. Seguire la sua politica, o arrendersi ai trattati di pace?

La pellicola, dunque, non è un biopic. Non vuole esserlo, come già detto. Prende ad esempio un evento e, attraverso questo, delinea le caratteristiche salienti di un personaggio di notevole rilevanza storica. L’interpretazione di Gary Oldman nei panni del Primo Ministro è indiscutibile. Il personaggio lo fa suo, con le parole, i gesti, e anche la sua camminata un po’ goffa e personalizzata. La macchina da presa si focalizza sui corridoi e le stanze claustrofobiche della sua stazione operativa che diventa un via vai di generali, politici, segretarie. Proprio tra queste, vi è Elizabeth Layton (Lily James) che, grazie anche all’aspetto aggraziato dell’attrice, trasmette tutta l’innocenza e la delicatezza di chi non vive il conflitto bellico in prima linea. Rappresenta tutti i “cari” rimasti a casa che, tra una comunicazione via radio e un bombardamento, restano in trepidante attesa di notizie. Anche Elizabeth, come molti, ha un motivo per sperare ancora, e questo sarà fonte di grande spinta emotiva per la  decisione finale di Churchill. Accanto a lui, però, si manifesta un’altra figura femminile, la moglie. Clementine Churchill (Kristin Scott Thomas) che, consapevole oramai da tempo di aver messo da parte le aspirazioni per una vita “normale”, riesce, con pochi dialoghi, a trasmettere il profondo amore e rispetto verso un marito che, nonostante i numerosi difetti, la ricambia pienamente, pur non potendo vantare una presenza costante. Il perfetto esempio di “gran donna” che elogerebbe Virginia Wolf.

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Per concludere, Darkest Hour è uno straordinario elogio della retorica che, parola dopo parola, riesce ad accattivare totalmente l’attenzione dello spettatore, quasi a volerlo coinvolgere nella campagna iniziale di resistenza. Goldman, aiutato da un trucco impeccabile, è irriconoscibile ed a un passo dalla statuetta d’oro. Interpreta la crisi di un uomo che dinanzi ad un conflitto di tale portata, non è altri che un semplice passante. La potenza e la carica che infonde nella sua interpretazione è impressionante. Joe Wright dunque, insieme allo sceneggiatore Anthony McCarten, confeziona un prodotto deciso, sicuro di un cast che non delude, in grado di tenere lo spettatore incollato allo schermo, senza mai rischiare di cadere nell’oblio tedioso.

Il film è candidato agli Oscar 2018 per Miglior Film, Miglior Attore Protagonista (Gary Oldman), Migliore Fotografia (Bruno Delbonnel), Migliore Scenografia (Sarah Greenwood e Katie Spencer), Miglior Trucco (David Malinowski, Lucy Sibbick e Kazuhiro Tsuji) e Migliori Costumi (Jacqueline Durran).