La mistificazione della figura supereroica è un procedimento che va avanti da tempo. Ormai questa tipologia di fumetto sembra essere divenuta, per coloro che si professano reali amanti della nona arte, il male incarnato, rappresentando tutta quella deriva mainstream che tanto danneggia l’arte sequenziale. Perché con i personaggi dalle tutine aderenti e sgargianti non si ragiona, le produzioni a loro legate sono pattume, storie trite e ritrite, che tra un reboot ed un retcon fagocitano tutta l’industria, svendendone anima e corpo per pochi (si fa per dire) spiccioli.

In molti lo pensano ma non Jeff Lemire. Jeff i supereroi li ama e li ha sempre amati, ed anche ora che è un semisconosciuto autore indie del Grande Nord non può fare altro che adorare le loro avventure e tutti gli ideali che incarnano. Jeff ama la Golden Age e la semplicità che la contraddistingueva: personaggi al di là dell’umana portata che, tuttavia incarnavano ideali tangibili, nobili e di primo ordine. Eroi per un mondo che non sapeva più a quali entità rivolgersi e che (timoroso della bomba) creava superuomini di carta dalle qualità tutte umane, riversando in pagine e pagine di carta stampata tutta quella spensieratezza e quella speranza che nel mondo reale sembravano non trovare più spazio.

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Così Jeff decide che un giorno realizzerà una propria interpretazione dei supereroi e del loro mondo, unendola al suo spirito indie e ai suoi interessi narrativi personali, orientati più verso racconti intimisti sulla rurale provincia americana ed i rapporti umani, sopratutto all’interno di un circoscritto nucleo familiare.

Si, un giorno lo farà e forse lo disegnerà anche di proprio pugno.

Questa è la gestazione iniziale di Black Hammer, che ci porta qui oggi, con l’opera finalmente pubblicata ed ancora in corso, anche se con qualche piccola modifica. Ad esempio sono passati più anni del previsto: i primi germogli di quest’idea vennero gettati tra il 2007 ed il 2008 e l’effettiva pubblicazione avverrà solo nel 2015. Inoltre Jeff non avrà modo di realizzare Black Hammer come autore unico, coinvolgendo il particolare tratto di Dean Ormston, matita poco avvezza allo stile supereroistico che crea un contrasto netto, rendendo il lavoro ancora più riconoscibile.

Lemire durante questo periodo ha la possibilità di maturare, affinando idee e scartandone altre. Quella finale è quella di omaggiare i supereroi che lo hanno accompagnato sin da giovanissimo, creando, tuttavia, un universo di matrice propria che si potesse sposare con le tematiche più care alla sua produzione.

Il decostruzionismo adoperato dall’autore è meno sfarzoso rispetto a quello di più illustri colleghi, agisce su piani maggiormente basilari e  comprensibili, ma non per questo meno pregni di significato. Lemire prende una serie di personaggi, declinazioni di storici eroi Marvel e DC  (e non solo) e li trasporta in una condizione amena, ponendo una semplice quanto geniale domanda: quale condizione vivrebbero i più grandi eroi che il mondo abbia mai visto se non avessero più un futuro per cui battersi?

Black Hammer si basa sulla disillusione di chi il sogno dovrebbe incarnarlo.

Abraham Slam, Golden Gail, Barbalien, il Colonnello Weird, Talky-Walky, Madame Dragonfly e Black Hammer sono i più grandi supereroi che Spiral City abbia mai visto. Dopo una vita passata a combattere il male, come scopriremo nel secondo volume, sembrano essere arrivati ad un punto determinante della propria vita: il mondo è cambiato con loro e forse in questo futuro non c’è più spazio per alcune vecchie glorie, mentre le battaglie dei novelli si fanno più dure giorno dopo giorno. La disillusione sembra farla da padrone ancor prima che le cose precipitino: nel momento più particolare della loro vita, quando le decisioni più complicate stavano per essere prese, qualcosa accade, e gli stanchi eroi sono costretti ad unirsi un’ultima volta.

L’Anti-Dio, una sapiente unione di Darkseid, l’Anti-Monitor e Galactus, è pronto a portare la distruzione definitiva. La più classica delle battaglie finali impazza, ma non si conclude con la tipica vittoria del bene. Qui entra in campo l’inventiva di Lemire che trasporta tutti i personaggi in quella che sembra essere una dimensione inconoscibile, che non possono lasciare in alcun modo, previa la morte. Se sia un un universo tascabile, una dimensione alternativa o un’allucinazione collettiva non è chiaro, ciò che i protagonisti scoprono ben presto (e a caro prezzo) è che questo luogo non può essere lasciato, in alcun  modo. Così quella che apparentemente  sembra  essere una tranquilla ed isolata provincia americana diviene una prigione a cielo aperto a cui questi personaggi non possono sottrarsi.

Da qui assistiamo al declino, o meglio, arriviamo a declino già avvenuto. La narrazione si apre dieci anni dopo l’arrivo e ciò che ci troviamo ad osservare sono eroi decaduti, che si sono arresi ed hanno smesso non solo di lottare ma anche solo di tentare. Quella che osserviamo è vera disillusione supereroica, di chi, pur avendo i poteri per fare qualsiasi cosa non può compiere le uniche azioni che davvero vorrebbe. Ogni personaggio vive un diverso dramma che non riesce ad affrontare ma con cui non ha nemmeno imparato a convivere. Gail sperimenta una doppia prigionia, intrappolata prima in un corpo che non le appartiene più e poi in un luogo che odia. L’aver assaporato l’amore giusto prima di scomparire ha lasciato la Fidanzatina d’America completamente svuotata. Barbalien tenta di vivere la propria condizione di alieno ed omosessuale con normalità nonostante la società retrograda e repressa con cui si deve rapportare tenti di affermare il contrario.

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Con il Capitano Weird si apre tutta quella folta coltre di misteri che ammanta l’opera, andando contestualmente a pescare dallo Sci-Fi anni cinquanta e nell’horror tipico del tempo con la figura di Madame Dragonfly. I due sembrano nascondere molto di più di quanto vogliano lasciare effettivamente intendere, rivelandosi presto come personaggi chiave per scoprire cosa sia realmente accaduto.

Solo Abram appare intenzionato a continuare con la propria esistenza. La realtà della fattoria e della piccola provincia sembrano molto allettanti per un uomo che nel vecchio mondo iniziava ad essere fuori tempo massimo, inadeguato per la lotta al crimine, evolutasi rispetto ai gloriosi anni ’50. Ed è cosi che Abram trova la propria dimensione lontano da tutto e tutti, occupandosi della fattoria e coltivando quei rapporti che per tanti anni ha messo in secondo piano. Tuttavia il fantasma dei tempi andati è sempre presente per il vecchio Slam, il quale sembra vivere intrappolato in due epoche differenti.

Come già detto ognuno vive il proprio personale inferno e Lemire è eccezionalmente bravo nell’amalgamare i diversi linguaggi dei personaggi, ognuno dei quali rappresenta una differente incarnazione dei principi supereroici, seguendo però tempi e messaggi diversi. Il canadese riesce a modificare la narrazione a proprio piacimento inserendo elementi apparentemente impossibili da legare fra loro, quali il linguaggio didascalico tipico della Golden Age con implicazioni filo-morali e l’abbattimento della quarta parete.

Le parti migliori di oltre settant’anni di fumetto di genere vengono sapientemente selezionate ed unite, con l’archetipo di famiglia tanto caro a Lemire a fare da collante per ogni aspetto della storia. Procedendo con la narrazione il titolo, pur prendendosi i propri tempi, muta e si amplia, arricchendosi di colpi di scena grazie all’inserimento, a cavallo tra il primo ed il secondo volume, di Lucy Weber, reporter e figlia di Black Hammer. La ragazza è il primo personaggio a compiere il salto consapevolmente ed appare decisa a sbrogliare il bandolo dell’intricata matassa che avvolge la sparizione degli eroi, approfondendo così i misteri che si annidano nella singolare e sinistra cittadina.

Nel secondo volume, in maniera ancora più netta, è percepibile la dicotomia tra presente e passato (espressa egregiamente dalle tavole di Ormston) che punta a marcare, con un taglio ancora più netto, la decostruzione dei personaggi, mostrati come pallide copie carbone, costrette a combattere villain ben diversi dal passato: laddove un tempo il rischio era incarnato da singolari scienziati pazzi ora troviamo annidarsi istinti suicidi ed autolesionismo.

Lemire ci accompagna, attraverso un fine lavoro di citazioni ed omaggi, nel mondo di questi eroi in cui tutto, dalle strade di Spirale City che diviene una novella Metropolis (di Fritz Lang), da una sensazione di déjà-vu, lasciando, allo stesso tempo, interdetti tanta è l’innovazione in una così semplice idea. La figura del supereroe viene estrapolata per essere posta in un contesto più provinciale rispetto alle mirabolanti saghe galattiche. Inaspettatamente potrebbero essere necessari sforzi ben maggiori per far ragionare una famiglia disfunzionale piuttosto che per abbattere l’ennesimo supercriminale.

Ovazioni per Dean Ormston che si rivela essere un vero fiore all’occhiello per la serie. Il suo stile, completamente opposto a quello dei più classici autori visti passare negli anni in DC e Marvel, crea un contrasto estremamente affascinante. Le pose plastiche della Golden Age si sposano con l’approccio più indipendente e moderno, seguendo una classica impostazione delle tavole con gabbie sobrie, ad esclusione dei numeri dedicata al Colonnello Weird, che fornisco l’impatto diretto pensato originariamente da Lemire. Lo scrittore canadese ha sottolineato più volte come Black Hammer non sia il tipico titolo dedicato ai supereroi e l’impostazione grafica di Ormstom (che crea un connubio così accattivante e stupefacente ma comunque singolare e distante dalle altre produzioni) è la summa perfetta. Inoltre, il tratto, scelto con una soluzione più scarna, risulta estremamente espressivo, facendo trasparire pensieri, emozioni e paure dei personaggi, basati proprio su principi intimisti.

I colori di Dave Stewart sono il tocco finale che fornisce al lavoro la definitiva interconnessione. La palette accesa ed i toni maggiormente caldi danno un effetto patinato che presenta i disegni in una veste ancor più unica.

Ineccepibile come sempre la Bao che si riconferma come garanzia di qualità nella fattura dei volumi cartonati, realizzati sempre con materiali pregevoli, una cura per i dettagli e gli approfondimenti davvero encomiabile.

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Che dire di Black Hammer, quindi? In poche parole: leggetelo.

Non privatevi di una delle migliori letture dell’anno passato (ed anche di questo, si spera) per meri preconcetti o semplice pigrizia. Black Hammer è un lavoro pieno e complesso, che punta alle corde più intime del lettore, con analisi umane di problemi umani portate avanti da personaggi surreali. Vediamo archetipi, decostruzione e ricostruzione, con la messa a nudo di una società che, seppur fittizia, rispecchia la reale condizione delle province americane, tra ignoranza e pregiudizi. Un mondo ostico da affrontare e da cui fuggire… ma per andare dove?

C’è ancora dell’effettivo spazio nel mondo per i supereroi?