RW Edizioni: Freccia Verde, Vol. 4 – La Macchina Omicida

Dan Jurgens, George Pérez, Ann Nocenti, Keith Giffen. Questi e molti altri erano i nomi che figuravano nei precedenti volumi dell’Arciere di Smeraldo con il compito di riproporre l’eroe di Star City nella – all’epoca nuova – realtà del rilancio editoriale New52. Nonostante non stiamo esattamente parlando di principianti, i tre volumi antecedenti la gestione di Jeff Lemire e Andrea Sorrentino (Il Tocco di Mida, Tripla Minaccia e Harrows) sono la prova di come nomi grossi non siano spesso sinonimo di qualità garantita, soprattutto quando le idee su cosa fare non sono chiare. Per questo non è di certo una sorpresa che la gestione di Lemire su Freccia Verde sia una delle più rinomate del personaggio, dato che il prolifico autore canadese riuscì a darle quel quid in più che i suoi illustri predecessori non erano riusciti a sancire: una direzione.

Gli autori pre-Lemire (chi più, chi meno) hanno dimostrato una impacciata preparazione nei confronti del rilancio di Green Arrow, sfoggiando un disarmante disaccordo su quale aspetto privilegiare dell’arciere. Era chiaro che la DC Comics volesse fare più cose con lui, come arruffianarsi soprattutto i fan della serie tv Arrow che volevano approcciarsi al personaggio dopo aver visto il serial; ma, contemporaneamente, anche non perdere tutto il vecchio pubblico di FV costruito grazie ai Dennis O’Neil, i Mike Grell e i Kevin Smith. Dovendo trovare una soluzione per risollevarsi dopo sedici numeri deludenti, la DC ci mette una pezza d’acero colorata di rosso, bianco e verde. E mai scelta fu più azzeccata di questa.

Analizzando il suo approccio, Jeff Lemire dimostra di aver imparato da storie come Hawkworld di Timothy Truman per il suo Freccia Verde, scegliendo di lavorare più sullo stile, che nella forma. Uscita nel 1989, Hawkworld aveva l’obiettivo di attualizzare la versione di Hawkman che Gardner Fox e Joe Kubert crearono nel 1961. La lungimiranza di Truman fu quella di capire che dei contenuti che narravano l’ascesa di Katar Hol non andava cambiato niente, quanto più, andava cambiato lo storytelling e il tratto dei disegni, decomprimendo il primo e incupendo il secondo. Lemire, pertanto, s’inventa da zero quel tanto che basta per recuperare dinamiche già sperimentate con il personaggio in epoche passate, ma rinarrarle in chiave moderna e con un taglio molto cinematografico.

Per fare un esempio, il leitmotiv su cui si basa la narrazione de La Macchina Omicida – la perdita di tutta la fortuna economica di Oliver Queen  – non è nulla che l’Emerald Archer non abbia già affrontato in passato. La scomparsa di tutto il suo capitale venne affrontata nel 1969 su Justice League Of America #75, cambio di status-quo che poi permise a Dennis O’Neil di prendere FV come “companion” di Lanterna Verde e plasmarlo nell’eroe sociale che oggi conosciamo. Lemire non fa altro che recuperare quella dinamica, spogliarla di tutta la deriva politica (che oggi risulterebbe stucchevole, datata e fuori luogo) e usarla come primo tassello di un diabolico complotto tout-court ai danni di Queen. Così facendo, il verde protagonista viene calato in situazioni che gli permettono di riprendersi caratteristiche che oggi lo rendono un personaggio di serie A, senza però passare per le situazioni naif delle decadi precedenti e  – anzi – narrate secondo i dettami della moderna serialità televisiva.

Infatti, La Macchina Omicida si presenta al lettore come un volume non tanto rivoluzionario, quanto più impegnato a sottolineare e modernizzare gli aspetti principali di Freccia Verde cercando il compromesso tra tradizione e le influenze di Arrow. Ma un’accoglienza così strabiliante non avrebbe sortito lo stesso effetto, se alle matite ci fosse stato qualcuno di diverso da Andrea Sorrentino.

Tra l’Italiano e il Canadese si può subito notare la nascita di una sinergia che tanto ricorda l’affiatamento creato tra dream team ormai scolpiti nella storia del fumetto, come quelli tra Tim Sale/Jeph Loeb, Brian Michael Bendis/Alex Maleev e molti altri. Questo permette a Sorrentino la creazione di tavole incredibilmente ispirate, insieme ad un migliormento del suo stile di numero in numero, lasciandosi guidare dall’intesa creata con lo sceneggiatore e la passione verso l’Arciere. Difatti, se con i suoi testi Lemire dimostra di poter reintrodurre i tratti caratteriali distintivi di Freccia Verde sulla lunga distanza, Sorrentino, al contrario, restituisce immediatamente le cupe proprietà grafiche del mythos di FV, dipingendo una Seattle sporca, rancida e prossima alla decadenza sociale ed urbanistica. Anche le fattezze dei personaggi – per sottolineare la cupidigia spirituale e architettonica della metropoli  – mostrano tratti fortemente realistici, quasi come se il disegnatore stesso stia facendo un ritratto in sequenza di un episodio che sta vivendo sul momento.

La cosa che però lascia davvero sbalorditi nei disegni de La Macchina Omicida (e che dovrebbe essere motivo di orgoglio personale anche per Sorrentino), è la velocità con cui il disegnatore sboccia ed esplode nel corso dei numeri, diventando una conferma del comicdom proprio grazie alla sua splendida condotta mostrata in questa saga e nelle successive. Tenendo presente che il volume raccoglie i numeri #17-#24 e #23.1 della serie USA, se si confrontano i primi numeri raccolti nel TPB (circa il #17-#18) con quelli finali (#23.1-#24) c’è un salto di qualità enorme, dove i primi mostrano delle tavole dal promettente approccio scolastico, mentre i finali sono decisamente il prodotto di un artista maturo e padrone dei propri mezzi, ma anche curioso di sperimentare e spingersi oltre i limiti imposti. Ed è questa caratteristica il (forse) vero punto di forza del disegnatore.

Prendendo ad esempio questa immagine, notare come i due draghi sullo sfondo siano realizzati a matita e pastello per dare l’impressione che queste due creature siano la personificazione dell’aura guerriera dei due personaggi che rappresentano. Questa tavola sicuramente non è la “tavola madre” della storia e di certo non è quella che rimarrà più in testa al lettore, ma quasi sicuramente è quella che più rappresenta la voglia di Sorrentino di non escludere nessuna tecnica di disegno e nessun approccio grafico, usando – ovviamente con sapienza – tutte le armi a disposizione. Addirittura, in certi numeri, adotterà colorazioni monocromatiche su sfondi bianchi per far risaltare un dettaglio in quel momento importante; oppure, giocherà con le disposizioni della griglia delle vignette, facendo diventare protagonista e importante strumento di narrazione della storia anche l’impostazione dei suoi disegni.

Con questi semplici – ma efficaci ed intelligenti – stratagemmi, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino firmano La Macchina Omicida, quarto volume dell’Era New52 che uccide soprattutto i dimenticabili numeri precedenti. La triplice alleanza tra Canada-Italia-Seattle riesce nella titanica impresa di presentare un prodotto nuovo senza però cambiare nulla del suo originale background, confezionando una storia che rinnova restando fedeli alla tradizione. Il tutto, impreziosito con dei disegni che vanno oltre alla semplice funzioni di accompagnare i testi, ma anche di far vivere al lettore ciò che legge come se fosse direttamente coinvolto nell’azione.

Classe '90, comasco. Ama così tanto la Nona Arte, che il suo corpo è fatto di carta patinata ed inchiostro, condizione fisica che l'ha sempre costretto all'ospedale. Cresciuto a pane e fumetti (e lavande gastriche) in età anagraficamente, ma non mentalmente, adulta ha sentito il bisogno di esternare i suoi pensieri riguardo la sua passione per i fumetti - ma anche cinema, serie tv, libri, musica e la pizza - attraverso la scrittura: anche se diverse ordinanze restrittive glielo impediscono legalmente. Non sa fare, quindi insegna Inglese. Ha scritto per RecenSerie, OverNews Magazine, Quarta Di Copertina e Geek Area.