Durante il Lucca Comics, grazie alla disponibilità di saldaPress, abbiamo avuto l’occasione di poter intervistare Giuseppe Camuncoli, artista eccezionale, estremamente richiesto anche all’estero dove ha collaborato con le più grandi major fumettistiche, diventando il disegnatore principale di Spider-Man per ben sei anni consecutivi, realizzando Hellblazer, Batman: Europa, Green Valley e molto altro.

Classe 1975, Cammo esordisce nel mercato fumettistico con Bonerest, realizzato su i testi di Matteo Casali. Approda in DC sulle pagine di Swamp Thing, per poi lavorare su Batman, Hellblazer, Jonathan Hex, Adventures of Superman e molto altro. Inizia a lavorare anche in Marvel su grandi testate come Iron Fist, Incredible Hulk, Captain America, Amazing Spider-Man, Fantastic Four e The Mighty Thor. Per il mercato italiano lavora all’adattamento del lavoro di Luciano Ligabue, “La Neve Se Ne Frega”, al seguito della nota saga di Hugo Pratt, “Gli Scorpioni del Deserto”, ad un Color Fest di Dylan Dog e ad un numero speciale di Diabolik. Nel 2010 fonda l’Italian Job Studio con Diego Malara, Riccardo Burchielli, Francesco Mattina e Stefano Caselli con l’intento di creare un collettivo che spazi, in maniera trasversale, dai fumetti ai videogiochi, fino ad arrivare alla tv e al cinema.

giuseppe camuncoli

Ciao Giuseppe e benvenuto su Fr4med! Innanzitutto ti ringraziamo per il tempo che ci stai dedicando.

Grazie a voi!

Vorremmo iniziare parlando della tua ampia carriera. Hai collaborato con le più disparate realtà, dalle più grandi major americane fino alle case editrici italiane. Quali sono, ad oggi, le esperienze che ricordi con maggior piacere?

Nessuna! (ride n.d.a) Praticamente tutte quante, mi sono sempre trovato bene con tutti e continuo a trovarmi bene con tutti. Io ho iniziato in DC, in America, quindi  è ovvio che l’esordio è una cosa che ricordi più delle altre. È la novità, il fatto di riuscire finalmente a pubblicare con una casa editrice americana, cosa che sembrava qualcosa di impossibile. Ha un sapore particolare, come tante prime volte è qualcosa che ricordi con particolare affetto. Allo stesso modo quando ho iniziato a lavorare in Marvel è stato un altro momento incredibile. Ero già contento di aver iniziato in DC e mi dicevo che sarebbe andato bene fare anche solo un numero e poi passare a fare tutt’altro. Poi continuare a lavorare in Marvel, ed adesso per Skybound, continuare ad essere qui a divertirmi ed appassionarmi è una cosa abbastanza incredibile. Quindi, tutto sommato, mi sono trovato bene un po’ con tutti quanti e continuo a trovarmi bene. Credo che il piacere del disegnare sia legato anche a queste cose, al divertirsi. È un mestiere bellissimo e meraviglio ma anche abbastanza logorante per tanti motivi (ce ne sono di ben peggiori ovviamente!), ma continuare a farlo con l’entusiasmo con cui si è iniziato è uno dei segreti per poter durare.

Proprio in relazione al tuo inizio in DC e al tuo successivo spostamento in Marvel: quali sono le maggiori differenze che si possono notare tra una major e l’altra?

In realtà non ce ne sono un granché perché l’approccio cambia a seconda dell’editor che ti segue. Io ho lavorato con editor in DC che poi sono andati in Marvel, abbiamo collaborato anche lì e l’approccio non era cambiato per niente. Più che la casa editrice cambia l’editor, a meno che non sia un momento particolare dove ci siano imposizioni legate al mercato o a determinate saga. C’è stato un periodo in cui alla Marvel cercavano uno stile di disegno più realistico, simile ad Hitch, mentre adesso hanno diversificato completamente anche per la differenza di target, ci sono molte più lettrici donne quindi lo stile deve essere un po’ meno muscolare. Spesso se ti trovi bene con un editor cerchi di lavorare con quello visto che ti capisce. Io ho lavorato con molti editor sia in Marvel che in DC e mi sono sempre trovato benissimo con tutti quanti, quindi non ci sono grandissime differenze, almeno per quello che mi riguarda.

Addentrandoci nei vari progetti a cui hai lavorato: Batman Europa è stato un prodotto molto importante, con una gestazione abbastanza travagliata. Le prime idee risalgono addirittura al 2004 quando Jim Lee, Brian Azzarello e Matteo Casali si accordarono per realizzare questo progetto.

giuseppe camuncoliSi, si, c’ero anche io in realtà ed è stato un progetto nato a tavolino da un ex editor Panini che lavorava per Panini Germania, la quale deteneva i diritti della DC. Disse a Jim se aveva voglia di realizzare una storia di Batman ed alla fine mettemmo su questo gruppo di lavoro dove ci siamo spartiti le storie. È nato tutto a tavolino, l’idea era quella di pubblicare la storia in Germania e successivamente la DC avrebbe provveduto a renderla disponibile per tutti gli altri paesi. Nel momento in cui Jim ha accettato di disegnare un numero la DC ha, giustamente, scelto di pubblicarlo prima in America, lasciando poi la possibilità a tutti gli altri di prenderne i diritti. Infatti per po’ ci furono diversi pareri sulla pubblicazione italiana: teoricamente la Panini, pur non avendo i diritti per la DC in Italia, aveva comunque voce in capitolo per la pubblicazione essendone stata l’ideatrice del progetto. È stato un lavoro molto lungo perché c’erano diversi autori coinvolti e Jim è un autore estremamente impegnato. Ha avuto dei momenti in cui ha dovuto dare priorità ad altre cose ed anche altri disegnatori, a livello di incastri, non sono riusciti a mettersi al lavoro. Però alla fine è uscito!

Ti volevamo proprio chiedere com’è stato lavorare ad un progetto che aveva così tante aspettative. L’attesa era cresciuta moltissimo ed immagino ci fosse anche una discreta pressione. 

Guarda, alla fine la pressione c’è un po’ su tutto. Non credere che lavorare ad un numero  X di Spider-Man ne abbia meno. Quando abbiamo lavorato agli Scorpioni del Deserto di Pratt ho sentito la stessa pressione, adesso che faccio Darth Vader la sento anche lì. La pressione di passare a lavorare su Star Wars e magari non riuscire ad interpretare lo spirito dell’universo Lucas c’è. Insomma un po’ di pressione c’è sempre.

È una costante che accompagna il lavoro!

Si, dura poco, per fortuna. Ogni tanto l’avverti, poi, lavorando con professionisti, ti rendi conto di non essere da solo a remare contro le onde del destino. La percezione e la dimensione di star facendo bene te la da anche il gruppo di lavoro. Quando il tuo editor ti da un parere positivo, e ti rendi conto che non è una cosa detta per incoraggiare ma perché il prodotto è veramente buono, ti tranquillizzi e speri che il materiale abbia un buon impatto, visto che sicuri non lo si è mai. Mi sarebbe dispiaciuto lasciare il lavoro (Batman Europa n.d.a) incompiuto perché era veramente una bellissima storia. Io ho fatto un numero completamente dipinto. Ho avuto Gabriele Dell’Otto ad insegnarmi un po’ di tecniche perché non sapevo dipingere, tutto sommato ho fatto un corso accelerato per riuscire a realizzarlo. Ci ho messo una vita perché comunque dipingere è un processo molto più lento e ci tenevo molto che le tavole uscissero. Quando del materiale rimane nel cassetto è sempre incompleto, anche se pagato. Il riconoscimento più bello è vivere il lavoro con la gente, sentire gli apprezzamenti e anche le critiche di chi ti dice che il lavoro non è piaciuto. Fa parte del gioco.

Riguardo il tuo rapporto con Matteo Casali: il vostro è un sodalizio di lunghissima data, in quanto avete iniziato a collaborare nel 1997.

giuseppe camuncoliSi, vent’anni fa proprio a Lucca esordivamo con Bonerest, ma in realtà noi ci conosciamo dal 1991 dato che abbiamo fatto un piccolo corso di fumetto insieme tenuto da Onofrio Catacchio e Otto Gabos. Da lì è nata l’idea di collaborare. Lui all’inizio era anche un disegnatore, poi ha iniziato a specializzarsi nella scrittura. Io non so scrivere quindi abbiamo pensato di iniziare a proporci insieme. Con Matteo ho lavorato a tante cose, Batman Europa è un bellissimo esempio di quello che siamo riusciti a fare anche per il mercato americano, cosa difficilissima per uno sceneggiatore. Io a Matteo devo molto perché all’inizio girare in fiera per me non era semplice. Ero molto piccolo e forse non avrei trovato di far vedere le mie tavole a nessuno, invece Matteo, che era sempre stato un treno, diceva “Adesso andiamo là, facciamo che le fai vedere”, poi chiaramente negli anni è cambiato. Io a lui devo tanto, è stato ed è tuttora un compagno di viaggio e di lavoro importantissimo per me.

Voi avete realizzato insieme due adattamenti, La Neve se ne Frega e Gli Scorpioni del Deserto, di Pratt. Qual è il rapporto che avete tra sceneggiatore e disegnatore? Seguite un iter lavorativo preciso che si è sviluppato nel corso degli anni?

È sempre stato tutto molto naturale ed è nato in maniera spontanea. Avendo lavorato un po’ insieme anche tra “i banchi di scuola” ci è venuto spontaneo fare l’uno l’editor dell’altro. Lui anche quando scriveva storie che non erano rivolte a me come disegnatore mi chiedeva sempre qualche consiglio. Stessa cosa facevo io quando c’erano da realizzare delle tavole di prova; lui era quello che mi diceva cosa modificare e cosa andava. Quando abbiamo lavorato insieme il metodo è stato lo stesso: io gli facevo le pulci e lui le faceva a me. Condividiamo un po’ tutto, se io mi sento di suggerire una modifica alla storia lo faccio in maniera molto spassionata, stessa cosa lui per il disegno. In realtà questo metodo lo applico un po’ anche quando lavoro con gli altri. Ci sono disegnatori, per esempio, che condividono le tavole solo con l’editor, perché alla fine è l’unico che ha potere decisionale su quello che fai. Io cerco di tirare dentro anche lo sceneggiatore perché è un lavoro di gruppo ed è importante per me che tutti siano coinvolti. Così come io mi sento libero di poter suggerire qualche modifica anche lo sceneggiatore deve potermi dire quando c’è qualcosa che non corrisponde alla sua visione. Questo metodo è molto semplice e per me funziona ma potrebbe essere disfunzionale per altri. Tutto è avvenuto in maniera molto spontanea, come quando chiacchieri o sei a fare una jam session. È, di fatto, una condivisione.

giuseppe camuncoliParlando di Spider-Man: tu sei arrivato in un momento di grandi cambiamenti in quanto la run di Superior è stata abbastanza complessa, dando effettivamente vita ad uno starting point per ripartire con diversi aspetti del personaggio. Cosa pensi della gestione di Dan Slott e qual è stato il tuo approccio a questo lavoro? Hai avuto modo di introdurre qualche elemento personale all’interno della run?

Ho adorato lavorare su Spider-Man, sono stati sei anni bellissimi. Con Dan mi sono divertito tantissimo e, onestamente, avrei anche continuato. Non avrei mai pensato di durare così tanto e non mai fatto qualcosa che durasse così a lungo ( a parte Costantine, ma anche lì credo sia durato per cinque anni). Pensavo di stancarmi molto prima visto che a me piace molto cambiare, invece Spider-Man è un personaggio talmente bello e variegato, con un cast di comprimari pazzesco, che così non è stato. Dan, secondo me, ha infilato cicli su cicli di storie potentissime ed io avrei continuato volentieri. Ovviamente sono molto contento di fare Darth Vader, è stato comunque un bellissimo cambio. Superior Spider-Man è stato per certi versi l’highlight del mio ciclo. È stato un momento di terrore e fermento interno perché nessuno sapeva come avrebbe reagito la gente. Quando mi hanno detto quello che sarebbe successo anche io ho pensato fossero impazziti. Dopo, sapendo come procedeva la storia, ho iniziato a capire che aveva senso, e più progrediva più era bella. Ti permetteva di vedere dei lati del personaggio che non erano mai stati visti ed il fatto di avere Octopus nella sua testa è stato qualcosa di veramente forte. Secondo me sarebbe dovuta durare un po’ meno mentre invece è finita per durare di più perché a livello di richieste ha avuto un riscontro più forte del previsto. Un sacco di gente ha iniziato a leggere fumetti con Superior Spider-Man, non Marvel nello specifico ma proprio fumetti in generale. Poi c’è stato anche Spider-Verse, altra cosa epica. Certe singole storie per me sono state molto belle, quelle dove ho lavorato con Klaus Janson, con De Matteis per il numero 700 o Sal Buscema, per esempio. Basterebbe una roba del genere per poter dire che ne è valsa la pena. Sono molto curioso di vedere dove andrà a parare questa sequenza di storie, tra un po’ dovrebbe esserci il numero 800 tra l’altro. Per quanto riguarda quello che io ho portato… è difficile dirlo a livello personale. Ho sempre letto Spider-Man da piccolo, non ero sicuro di riuscire a rendergli giustizia ma pare ci sia riuscito. Ho cercato di rendere giustizia il più possibile a quest’eroe molto tragico e molto umano, con un sacco di difetti e che si rialza sempre, tentando di raccontare al massimo le storie che mi venivano fornite.

Spostiamoci, invece, su una delle novità di questo Lucca Comics, Green Valley, che è stato portato in anteprima. Si tratta di una novità sia da un punto di vista editoriale, visto il formato americano e la pubblicazione onnicomprensiva, che a livello di genere per te, in quanto è il tuo primo contatto con il fantasy. Green Valley è un ottimo esperimento che convoglia elementi futuristici con quelli fantasy ma che, visto da fuori, potrebbe spaventare proprio per tali motivi. Qual’è stato il tuo approccio a questa novità?

Sono stato contattato da Skybound con l’idea di collaborare su qualcosa. Mi avevano proposto un paio di serie regolari ma lavorando fisso su Spider-Man non riuscivo ad affrontare una cosa del genere. Ad un certo punto mi dissero che c’era questa miniserie scritta da Max Landis e con una miniserie ce la potevo fare. Mi hanno dato comunque tempo, ci ho lavorato per un paio d’anni e sono riuscito a diluire le consegne in modo da poter fare entrambe le cose. Mi hanno raccontato l’idea e sembrava favolosa, ho letto tutta la sceneggiatura ed ho deciso che la volevo fare. Il fantasy mi piaceva da piccolo, leggevo Il Signore degli Anelli e giocavo a giochi di ruolo, ma non lo avevo mai disegnato. Ero contento di poter fare un fantasy figo visto il rischio di imbattersi in qualcosa di debole, come succede anche con i supereroi. Avendo poi questi elementi molto esterni al genere mi è sembrato un mix fantastico: mi vedevo alcune scene in testa e volevo disegnarle! Quando senti questa sensazione sei più sicuro che, se quel prodotto è nelle tue corde, venga bene. In America è andato molto bene, i primi numeri sono stati tutti ristampati, ora vedremo quale sarà l’accoglienza qui. L’idea che ha avuto saldaPress di fare questo formato stile “netflix”, con tutti i numeri singoli, secondo me è molto bella. Anche loro ne vedranno i risultati e spero saranno premianti!

giuseppe camuncoli

Sei docente alla Scuola Internazionale di Comics. Intervistando Jason Howard abbiamo parlato della possibilità che il fumetto possa essere anche un elemento formativo da inserire all’interno delle scuole, in quanto ci ha detto che un suo lavoro, Super Dinosaur, è riuscito ad essere utilizzato nell’esperienza formativa di alcuni giovani ragazzi. Secondo te questo, traslato ovviamente nel panorama italiano, potrebbe essere possibile?

Io me lo auguro, a me piacerebbe molto. Ho fatto qualche workshop con delle classi elementari sul fumetto ed i bambini lavoravano come delle macchine. Le maestre dicevano di non aver mai visto i bambini così contenti di fare qualcosa, compresi quelli più lavativi che si erano messi a produrre. Questo perché è anche un metodo ludico, al di là del fatto che c’è chi è più o meno bravo a disegnare. Creativamente parlando è un qualcosa che ti lascia molto libero. Per certi versi anche il gioco di ruolo potrebbe essere molto formativo, se visto da un determinato punto di vista. Io me lo auguro, credo possa essere difficile ma è uno strumento che potrebbe insegnare tanto. Magari ne andremo a parlare con il ministro dell’istruzione cercando di fare quello che hanno fatto in America (ride n.d.a).

giuseppe camuncoliSe potessi dare un consiglio al te stesso del passato, prima di addentrarti nella carriera, quale sarebbe?

Non lo so, perché non so come l’avrebbe presa il me stesso del passato. Mi rendo conto che noi attraverso il percorso americano siamo stati molto pionieristici, in quanto non si sapeva nulla e ci siamo creati questo solco da soli. Abbiamo avuto il nostro modo di lavorare che comprendeva andare in America, andare a San Diego. A vent’anni sei molto diverso rispetto a quando nei hai quaranta, c’è molta meno esperienza, anche come essere umano oltre che lavorativamente. Poi io ho sempre fatto tutto in maniera molto appassionata ed anche gli errori sono serviti per arrivare da qualche altra parte. Forse mi darei una pacca sulla spalla e non farei nient’altro.

Ringraziamo nuovamente sia Giuseppe Camuncoli, per la gentilezza e la disponibilità dimostrate, e la saldaPress, la quale ci ha permesso di condurre questa intervista, che speriamo possa risultare interessante. In calce vi lasciamo lo sketch realizzato da Cammo mentre rispondeva alle nostre domande:
giuseppe camuncoli
Il Ragno Rosso richiesto dalla redazione al Cammo