La giustizia non fa ascolti. La giustizia non interessa a nessuno.

Questa citazione è il punto cruciale attorno cui tutta la pellicola ruota. Semplice, chiara e spietata. L’adattamento cinematografico del romanzo thriller di Donato Carrisi si fa portatore di una verità tanto scomoda quanto necessaria. Il suo protagonista l’ispettore Vogel, interpretato da un teatralissimo Toni Servillo, è l’incarnazione della volontà popolare. Lui non vuole il colpevole, cerca UN colpevole. Non importa chi sia o se sia innocente. L’importante è che faccia notizia e incrementi lo share di servizio in servizio. Carrisi dunque crea un personaggio moralmente rivoltante e meschino che svolge la funzione di paladino dei media, pianificando una metodologia d’indagine non propriamente ortodossa e canonica. Tra scambi di favori e 25 minuti di vantaggio sulla concorrenza Vogel si rivela lentamente per l’impostore che è. Ciònonostante, il caso della scomparsa di Anna-Lou, lo porterà a confrontarsi con i suoi demoni interiori e con il cinismo spregevole che lo contraddistingue.

Donato Carrisi diventa a tutti gli effetti padre di un’opera completa, interpretando il triplo ruolo di autore, sceneggiatore e regista. Mescola abilmente la cinematografia italiana con quella americana, intrecciando elementi dei seriali polizieschi italiani con un Fargo o un Twin Peaks. Un paesino sperduto in mezzo alle montagne rappresenta l’esperimento perfetto per coadiuvare in 127 minuti influenze artistiche diverse. L’intenzione è buona, ma la realizzazione ne risente a causa di una timeline fastidiosamente disordinata e saltellante.

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A questa si aggiungono delle ambientazioni e dialoghi eccessivamente tenebrosi e solenni che spesso stonano con il ritmo poco chiaro il quale, scena dopo scena, si va a delineare. Un film che, a tratti, perde la sua identità confondendo lo spettatore. Personaggi come lo psichiatra, interpretato dal celebre Jean Renò, o il poliziotto interpretato da Lorenzo Richelmy, perdono di significato. Non sembrano mai entrare propriamente nella parte, non tanto per una loro difficoltà, quanto per il poco spazio dedicatogli, motivo per cui il finale può lasciare perplessa una buona fetta di pubblico.

A spiccare tra tutti, c’è la performance di Alessio Boni, interprete del professore di letteratura. Possiamo identificarlo come il portavoce delle parole di Carrisi. Abilmente sfruttato dal regista per narrare la sua storia, Boni regala al pubblico un personaggio complesso e ricco di sfaccettature che non verrà mai compreso fino in fondo. Enigmatico ed allo stesso tempo ingenuo, sarà un’incognita fino alla fine. Carrisi lo usa per mettere in scena il suo teatro psicologico e mediatico.

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Personalmente, ho molto apprezzato il vero focus della pellicola, la percezione popolare del colpevole. Un tema che riguarda tutti e ci rappresenta nelle cronache di tutti i giorni. Si tratta di un semplice meccanismo psicologico e sadico. Avuta la vittima, ci serve il colpevole. Più è lunga la caccia, più ci prendiamo gusto. A quel punto il beneficio del dubbio scompare e ci trasformiamo negli animali ignoranti e primordiali che cerchiamo di tenere sopiti per tutto l’arco della nostra esistenza. Il moralismo e la razionalità fanno spazio alla sete di giustizia che rastrella ogni possibilità di dimostrarsi innocenti.

Carrisi riesce, dunque, a rendere la spettacolarizzazione di un crimine un tema interessante ed affascinante da affrontare, ma lo fa con tempistiche troppo lunghe ed un pelo disordinate. Ciò che si evince da questa pellicola è il fatto di volersi far prendere molto sul serio sia da un punto di vista narrativo che tecnico (l’uso di una fotografia cupa e ricca di primi piani), quando in realtà lo è già senza ulteriori paragoni esageratamente filosofici o apocalittici. C’è il caso e ci sono gli attori, altro non serve.