Confession Tapes: Thomas Campi – Raccontando Joe Shuster

Tra le candidature dei Premi Micheluzzi, per la categoria “Miglior Disegno” troviamo Thomas Campi con il suo Joe Shuster, volume scritto da Julian Voloj ed edito da BAO Publishing. Thomas Campi è un pluripremiato disegnatore italiano, ha collaborato con le più disparate realtà editoriali di svariati paesi, quali Sergio Bonelli Editore, Edicione La Cúpula, LeLombard, Dupuis, Munhakdongne, Coconino, NBM-Papercutz, SelfMadeHero e molti altri. Con queste svariate case editrici ha pubblicato diversi lavori, tra cui Magritte-Ceci n’est pas une biographie, L’éveile e, ovviamente, Joe Shuster. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Thomas, parlare del suo lavoro pubblicato da BAO approfondendone gli aspetti più variegati, dallo studio fatto per lo sviluppo della storia e sullo stile grafico scelto. I ringraziamenti vanno, ovviamente, a Thomas per il tempo dedicatoci e a BAO Publishing.

Ciao Thomas e benvenuto su Fr4med. Innanzitutto ti ringraziamo per il tempo che ci stai dedicando. Sei qui in fiera per presentare il recente volume che hai contribuito a realizzare su Joe Shuster, il creatore grafico di Superman, la cui storia è davvero molto travagliata e tragica. Com’è stato occuparsi di un personaggio così fondamentale per il fumetto moderno e, sopratutto, per quello supereroistico? Insieme a Jerry Siegel, ha dato il via alla Golden Age dei supereroi.

All’inizio avvertii un poco di pressione trattandosi di un personaggio così importante e iconografico per la storia del fumetto. Joe Shuster e Jerry Siegel 80 anni fa crearono il primo supereroe, che fu un’innovazione e un successo tale da diventare l’origine dell’industria del fumetto in America. Confesso di aver provato a immedesimarmi in Joe Shuster e Jerry Siegel, artisti poco più che teenagers, anche se le nostre sono situazioni completamente diverse. Ricordo quando a 20 anni avevo quello stesso fuoco dentro, spinto dalla voglia di fare fumetti, raccontare storie. Io però sono cresciuto in anni diversi, quando l’editoria e i contratti erano più onesti. Ciò a cui ero interessato è la storia di questi due amici e ragazzi, appassionati di fumetti, con il desiderio di raccontare storie, due giovani artisti che volevano semplicemente realizzare i loro sogni, che è, più o meno, quello che tutti vogliamo fare. Loro ci riuscirono, ma purtroppo quel sogno venne distrutto davanti ai loro occhi.

È stato molto interessante vedere come dietro una figura così piena di speranza, come quella di Superman, ci sia tantissimo dramma, in quanto la vita dei due autori è divenuta drammatica dal momento in cui hanno firmato il contratto per cedere i diritti del personaggio, di cui non si sarebbero mai più realmente riappropriati. Come è stato dover illustrare un percorso simile per i protagonisti, rendendosi anche conto di come, spesso e volentieri, le major siano “il male” per un autore, bloccando la sua creatività visto anche quanto fatto con Siegel, a cui non veniva permesso di fare altro, se non produrre storie di Superman come se fosse una macchina?

Il fatto di essere bloccati nella scrittura e nella creazione, era dovuto proprio al tipo di contratto che Siegel e Shuster avevano firmato: cedendo tutti i diritti alla casa editrice, non avevano più nessun controllo, erano diventati due dipendenti della casa editrice, non più i creatori di Superman. In alcune recensioni estere che ho letto, si parla proprio di questa cosa: la major è vista come il cattivo, mentre gli artisti sono succubi, sono i buoni. Io non la vedo nemmeno così, direi che semplicemente non è andata bene: hanno avuto a che fare con persone che si dimostrarono “squali della finanza” e non editori. Era gente che aveva un business e lo trattava come tale. Non erano persone appassionate di arte o fumetto, non gli interessava e probabilmente non rispettavano abbastanza gli autori, volevano solo investire e fare soldi. Penso che in quel momento Joe Shuster e Jerry Siegel fossero due giovani un poco ingenui che arrivati nella metropoli per antonomasia, la New York anni ‘30, furono inebriati dall’idea di successo e che con i primi soldi guadagnati andarono in visibilio, perdendo di vista quello che stava realmente accadendo. Si trattò di un connubio di cose che creò questo disastro. Furono molto molto sfortunati, se avessero avuto internet e la possibilità di ricercare velocemente leggi e contratti, forse non sarebbe andata così (risate nda).

Thomas Campi

Ad oggi quanto accaduto a loro è uno degli aspetti più usuali delle major, nel momento in cui tu crei qualcosa per la casa editrice quei diritti non passano da te, ma vanno direttamente alla stessa. Se crei un nuovo personaggio in Marvel o in DC, vieni accreditato ma il personaggio resta a loro.

Parlando come disegnatore, se lavori per Marvel, nella maggior parte dei casi, stai lavorando su un personaggio creato da qualcun altro ed è così anche nell’animazione. Se non sei il creatore della storia o il character designer, divieni uno dei tanti artisti che lavora a quel progetto, porti un po’ del tuo stile (a volte), ma alla fine devi comunque rientrare in certi canoni estetici e narrativi. Io, ad esempio, per tanti anni ho lavorato su serie Bonelli, poi però ho deciso di fare anche altro. Ho capito che puntavo a raccontare storie a modo mio.

Riallacciandoci a quanto appena detto, tu hai lavorato per diversi mercati, quali l’Italia, Spagna, Francia, ed avrai avuto anche punti di vista differenti. Quali sono le differenze che hai potuto notare tra questi tipi di pubblico, qual è la libertà che si va modificando quando un libro esce in un paese o in un altro? Chi riesce a valorizzare maggiormente l’artista?

È una domanda molto difficile… Dopo anni di lavoro per Bonelli, sono passato al mercato francese con un’esperienza più autoriale – se così vogliamo dire – che è stata diversa anche per l’approccio che editori e il fumetto stesso hanno nei confronti del pubblico. In Francia i fumetti sono considerati sullo stesso livello di qualsiasi arte narrativa, dai romanzi al cinema. Adesso sono rientrato nel mercato italiano, grazie a BAO e Coconino, con diverse graphic novel tra cui c’è “Joe Shuster”. È difficile paragonare questa esperienza a una serie come “Julia”. L’unica cosa che ti posso dire è che il mercato francese è quello che conosco meglio essendo quello in cui ho lavorato maggiormente negli ultimi anni, mi ci trovo molto bene, in Francia sono molto organizzati e c’è una concezione radicata del fumetto come forma d’arte. All’uscita di un mio libro solitamente, l’editore mi invita (dall’Australia, dove vivo), organizza incontri con i giornalisti sia carta stampata che radio e TV, sessioni di dediche in librerie in Francia e Belgio… cambia tutto.

Il volume si differenzia molto a livello grafico a seconda delle linee temporali in cui è ambientato. Nell’inizio vediamo un tratto molto più incerto, che sembra quasi andare a richiamare lo stato fisico e mentale dello stesso Shuster, ormai in età avanzata, quasi cieco e con grandi problemi di artrite. Cambia totalmente nelle parti ambientate nel passato, con l’utilizzo di uno stile che avevi già impiegato su “Magritte. Questa non è una biografia”. Come mai questa scelta, com’è stata maturata? Quali sono, secondo te, gli aspetti più interessanti di proporre una differenziazione così netta tra presente e passato.

Quello che mi importa di più quando inizio un nuovo libro è proprio la storia e il modo in cui raccontarla: il disegno, il colore, lo storytelling, la scelta delle vignette e l’impostazione della pagina. Tutto è basato su come possa sposarsi al meglio con la storia. L’espediente narrativo in “Joe Shuster“ consiste nel partire dal suo presente e poi raccontare la sua storia attraverso i flashback con cui affronta la nascita e la crescita di Superman. È vero che la linea nervosa e tremolante vuole raccontare il momento di disagio che sta vivendo nella vecchiaia, mentre nei primi flashback lo stile diventa leggermente più edulcorato, più delicato grazie alle scelte cromatiche. Una cosa che credo nessuno abbia notato, è che dall’inizio dei flashback andando verso la fine le pagine diventano leggermente più dettagliate, proprio perché prima i ricordi sono quelli di un bambino piccolo e man mano si arriva a quelli più vicini alla sua età adulta, quindi più chiari nella sua memoria.

Thomas Campi

Leggendo il volume, sopratutto approfondendo la parte finale in cui sono presenti moltissime note, si vede che c’è stato un lavoro davvero ampio di ricerca riguardante la vita dei due autori, le cause e le beghe legali. Per quanto riguarda il tuo aspetto di disegnatore, che tipo di ricerca è stata fatta sulla vita dei due autori?

La ricerca c’è stata un po’ su tutto a dire il vero, non solo su di loro. Abbiamo attraversato moltissimi anni di storia e ho dovuto documentarmi su diverse cose, come si vestivano le persone negli anni ’30, ’40, ’50 e così via, le acconciature, l’arredamento, il tipo di mobilio che avevano e che colori prediligevano, le auto e le architetture… Ho avuto non pochi problemi quando ho dovuto disegnare New York, volevo cercare di rappresentare la città esattamente per come era al tempo. Avevo fatto un paio di panoramiche e le abbiamo fatte vedere ad un amico di Julian, un vero newyorker e storico della città che ci ha segnalato quali elementi eliminare perché non presenti al tempo, in modo da poter essere più fedeli alla storia della città. C’è stato un grande lavoro di ricerca da parte di entrambi. Per quanto riguarda il mio disegno, non amo l’eccessivo dettaglio, non è quello che mi interessa, era più importante per me riuscire a restituire l’impressione di quegli anni, le atmosfere ed i sentimenti.

Come avviene il tuo processo creativo? Come ti muovi quando devi approcciare un nuovo lavoro, quali sono le scelte che preferisci adoperare, c’è un qualche particolare rito che segui?

L’unico rito che seguo è fare molti schizzi su uno sketchbook per cominciare a capire come disegnare, senza stare a pensare o pianificare troppo. Non è un processo razionale, disegno finché non vedo qualcosa di interessante e penso che i personaggi stiano prendendo vita. In questo caso i personaggi erano reali, ma come si può notare non ho tentato di mantenere una somiglianza da ritratto. Che si tratti di personaggi realmente esistiti o meno, il processo è quello di disegnarli, modificarli e ridisegnarli, come se tentassi di conoscerli e capire come sono, finché non diventano “miei amici”, persone che so come reagiscono a determinate situazioni, so come camminano, come parlano, come sorridono. Quando ho raggiunto il livello di espressività che li rende riconoscibili, in quel momento so di aver trovato il loro punto di forza e la loro identità. Questo è il processo che seguo per quasi tutti i libri. A parte la caratterizzazione dei personaggi, “Joe Shuster” è stato molto naturale nella scelta stilistica e dei colori. L’altra fase su cui passo molto tempo sono gli storyboard, perché è la parte narrativa e secondo me la più importante.

Poco fa mi dicevi che recentemente sei rientrato un po’ di più nel mercato delle produzioni italiane, hai intenzione di restarvi nell’immediato futuro oppure hai già progetti in ballo con l’estero?

Mi piacerebbe rimanerci! Adesso sto lavorando a un altro libro per Delcourt, un importante editore francese e spero anche che venga tradotto in italiano. Però non dipende da me, dipende dal mercato e dalla ricezione del libro.

Thomas ti ringraziamo, e ringraziamo ovviamente anche BAO, per il tempo che ci hai dedicato, è stato un vero piacere.

Grazie mille a voi!

Thomas Campi

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.