Confession Tapes: Marco Nucci e Giovanni Nardone – La storia vera della storia falsa di “Skull”

Grazie a Tunué a Lucca Comics & Games 2019 abbiamo avuto modo di far quattro chiacchiere con gli autori di Skull, Marco Nucci e Giovanni Nardone

 

Ciao ragazzi, grazie del vostro tempo.

Grazie a te!

Skull mescola elementi eventi reali con eventi inventati. Spiegateci un po’ cosa vuol dire la frase che si trova in quarta di copertina La storia falsa della storia vera…

Marco: La volontà iniziale era quella di lavorare su una storia dell’orrore che andasse a toccare le nostre sensibilità comuni legate all’onirico, al perturbante, diciamo al metafisico. Una cosa di stampo kafkiano se vogliamo, che ci permettesse di creare qualcosa di armonico… anche abbastanza ermetico. Men che meno ci aspettavamo di farlo con una storia vera. All’inizio c’era l’intenzione di farlo solo insieme, poi è venuta la storia. Quello che mi ha colpito di questa vicenda, tristemente simile ad altre negli USA, è l’elemento legato agli armadietti. La professoressa di cui leggerete in Skull è esistita davvero. Non tutto quello che c’è dentro è realmente accaduto.Veramente salvò alcuni studenti chiudendoli in degli armadietti, quelli da school americana. Questo elemento ci ha permesso di andare ad approfondire la vicenda per poi dimenticare tutto. Abbiamo così mantenuto uno scheletro e ci abbiamo costruito un’impalcatura onirica che andasse anche dietro al linguaggio del sogno e dell’incubo. Non vogliamo far della cronaca perchè ci pare presuntuoso, in fondo il nostro lavoro è fare del fumetto, intrattenere e se possibile perturbare. Non è un fumetto horror nel senso classico del termine ma rappresenta una coralità lugubre, un balletto della morte e infatti… Quindi da questo desiderio abbiamo raccontato una storia inserendo del falso cercando di mantenere una paura di fondo senza tradirne il cuore. Il fumetto, come dico spesso, si rifugia nell’orrore da B-Movie. Letterario e molto classico con riferimenti a degli elementi alla Dick Tracy degli Anni ’50, per non affrontare un orrore troppo grande, quello di una realtà in cui un ragazzo entra in una scuola armato di fucile a ripetizione e fa quel che fa. Per quello è un fumetto che si nasconde dietro la sua prosaicità, è molto sgangerabile, come il Dylan Dog dell’epoca. Vive molto di scene singole che poi sono tasselli di una storia unica perché ci sono personaggi che ritornano e si rincontrano. Cose già fatte, viste in serie e libri, film ma che noi riproponiamo in questa salsa ipnotica e metafisica che cerchiamo di avvincere in qualche modo se non altro dal punto di vista dell’atmosfera e dell’impatto. In fondo è un fumetto anche ironico e divertente, è molto sotterranea questa vena ma credo ci sia il pattern.

Giovanni: Fondamentalmente il fumetto nasce a livello grafico con delle evoluzioni stilistiche che ho maturato in questo anno e mezzo abbondante di collaborazione. Quando Marco mi ha proposto questa storia, capitolo per capitolo per farmi bollire all’interno della singola parte, abbiamo ipotizzato una grafica molto particolare. Inizialmente il primo lavoro presentato a Tunué a Lucca nel 2016 prevedeva colorazioni molto più acide, tentavamo di fare un gioco molto più sperimentale. Poi ci siamo accorti che la narrazione ha già un suo peso, avevamo pensato di inserirla in un ambiente cromaticamente caldo. Infatti la paletta utilizzata cerca di ammorbidire la storia però mantenendo delle fondazioni oniriche e d’atmosfera perché poi l’immaginario che ho avuto era underground. Mi sono ispirato a Mignola e all’uso sapiente dei neri di Marino Neri. Poi per alcuni tratti del volto ho fatto appello a Alberto Breccia, maestro storico del fumetto. Da qui è venuto fuori questo bel lavoro.

Marco: Spesso mi chiedo Perché raccontare delle storie? Per quanto mi riguarda perché cerco sempre di fare del linguaggio, esplorarlo. Questo è l’unico interesse che ho. Mettere insieme una storia, un racconto attraverso una delle infinite possibili traiettorie narrative che la realtà ci pone, un horror vacui perché questa storia si potrebbe raccontare in altri centomila modi. Noi l’abbiamo impostata così perché ci convinceva di più. Però è interessante quando uno si interroga sul perché si raccontino storie. C’è da impazzire, che poi in parte aiuta a raccontare quindi va bene.

Nel fumetto si evince una visione piuttosto apocalittica del mondo. Da dove deriva? 

Marco: C’è un film che si chiama My son my son what have you done, mi sono accorto ora che questo libro deve molto a quel film dal punto di vista della struttura ma non ci assomiglia per niente. Descrivere un accadimento così fuori dal mondo che è come se fosse post umano, e quindi equipararlo,mettere dei segnali qui e lì che se accade qualcosa del genere in un mondo significa che il mondo è finito. Avviene tutto tramite segnali. C’è il disvelamento apocalittico che quello che vedono gli occhi del bambino sia troppo.

Come è nato il vostro rapporto? 

Giovanni: La nostra collaborazione viene da una fiera che lui organizzava, Crime City Comics a Castiglione dei Pepoli. Partecipai per tre volte e vinsi la prima volta. Ci siamo dunque conosciuti lì e Marco mi ha fatto queste avance dicendo che il mio stile lo aveva colpito parecchio e aveva voglia di fare una storia con me. Dopo allora mi ha poi mandato i primi due capitoli di Skull che poi abbiamo modificato pochissimo. Abbiamo portato avanti l’idea di creare una storia con un impatto grafico potente.

Cosa consigliereste a chi vuole intraprendere la vostra stessa carriera? 

Giovanni: C’è stato un periodo della mia formazione artistica in cui ho letto pochissimi fumetti. Il problema è essere troppo influenzati da artisti che ti piacciono tantissimo. Il livello di maturità emerge però quando ne leggi tanti e cerchi nei tuoi artisti le diverse soluzioni che adoperano risolvere una difficoltà. Quando fai un fumetto ci sono problemi grafici immensi che vanno dalla regia all’inquadratura, a come l’artista ha immaginato quella data immagine, quel tipo di narrazione con la forza grafica e visiva delle vignette e dell’impostazione grafica, del montaggio. Questo si risolve solo leggendo tantissimo. Da un parte cerchi di allontanarti dall’autore che ti piace ma allo stesso tempo lo tieni sempre presente quando devi risolvere dei problemi di natura grafica e narrativa. Per esempio Breccia, era un ottimo disegnatore, un narratore eccelso.

Marco: Se decidete di fare questo lavoro, perché è molto difficile, fatelo solo se siete sicuri di avere storie che valga la pena raccontare, con un motivo di esistere. Scrivete e riscrivete, non vi accontentate mai. Siate critici fino a diventare scemi come me e Giovanni perchè la bellezza si nasconde dentro sassi durissimi.

E questa massima finale direi sia ottima per salutarci. Grazie del vostro tempo! 

Assolutamente! Grazie a te. Ciao! 

tunué

Effettivamente leggendo Skull non si possono non riscontrare gli aspetti ermetici ed onirici citati nell’intervista. La storia è curata nei minimi particolari e alla fine della lettura si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un lavoro autoriale molto curato e ricercato in ogni aspetto della tecnica narrativa e grafica. Skull è una storia che non si risparmia e tira fuori tutta la passione ed il talento di due autori che hanno dimostrato di essere un team creativo pazzesco e scomodo. In una realtà illusoria carica di perbenismo infatti, Skull arriva netta e affilata come una ghigliottina che non risparmia niente e nessuno, nonostante già di per sé parta da un evento piuttosto forte. Da apprezzare, al di là di una narrazione ben congegniata con inquadrature che giocano bene l’elemento supsense e dei disegni che chiaramente profumano di Mignola in una maniera incredibile passando perfettamente il messaggio dello sceneggiatore, è dunque la schiettezza. La graphic novel riesce ad essere un esperimento tanto pericoloso quanto riuscito e ad arricchire il catalogo Tunué ed il panorama italiana di una storia a mio avviso necessaria. Quindi per rispondere a Marco e Giovanni direi che si, c’era bisogno che questa storia venisse raccontata.

 

Classe'93, romano. Fondatore e redattore di Fr4med, a causa di un'amicizia sbagliata si mette nei guai intorno ai 10 anni. Tra un disturbo di personalità e manie ossessivo-compulsive, si laurea in Psicologia confermando perfettamente gli stereotipi di facoltà. Ha scritto per le redazioni di Geek Area e NerdM0vie Productions. Ha un debole per l'Africa.