Confession Tapes: Valerio Schiti & Paolo Villanelli – Di Kaiju, Iron Man e Star Wars, il fumetto moderno a tutto tondo

Lo scorso fine settimana si è tenuta la presentazione di Yamazaki 18 Years – Kaiju Edition presso la fumetteria Antani Comics. Ospiti della giornata erano due autori di calibro internazionale, quali Valerio Schiti e Paolo Villanelli. Grazie alla gentilezza di Francesco Settembre, proprietario di Antani Comics, e degli autori, abbiamo avuto l’opportunità di fare una lunga chiacchierata sul Kaiju Club, i lavori che stanno portando avanti nelle major e, dulcis in fundo, sulla percezione del fumetto nell’attuale scena culturale mondiale. 

Valerio Schiti & Paolo Villanelli

Ciao Paolo, ciao Valerio, benvenuti su Fr4med! Vi ringraziamo per il tempo che ci state dedicando durante una presentazione. Siete qui oggi per promuovere il volume compendium di Yamazaki 18 Years, che contiene tutte le pubblicazioni del Kaiju Club di questa serie. Cosa devono aspettarsi i lettori da questo corposo libro -che, oltretutto, vanta le bellissime copertine di Simone Di Meo, la nuova aggiunta del collettivo-?.

Schiti: Come dicevi, lì c’è tutto il materiale che abbiamo prodotto in questi anni come Kaiju Club. Chi non ha avuto modo di prendere gli altri albi, in quanto li abbiamo sempre presentati durante le fiere e successivamente sono anche andati esauriti, può recuperare tutto in questa edizione deluxe ed in più abbiamo aggiunto dei racconti inediti di otto pagine (dieci quelle di David Messina) che servono come capitolo semi conclusivo della saga di Yamazaki e che sono il vero valore aggiunto di questa raccolta.

Villanelli: Inoltre ci sono tutte le tavole con i nuovi design dei personaggi, che abbiamo rivisto per presentare il volume con un nuovo appeal anche per chi fosse un vecchio lettore, in modo che anche chi ha tutti i volumi pubblicati precedentemente possa avere una ragione per comprarlo.

Schiti: Diciamo che il lavoro è stato anche rivisitato ed alcune parti restaurate.

Valerio Schiti & Paolo VillanelliQual era l’idea dietro qualcosa come il Kaiju Club, che ha messo insieme alcuni tra i più grandi disegnatori italiani? C’era un percorso preciso per quello che poi si è rivelato essere un progetto di così grandi proporzioni?

Schiti: In realtà il Kaiju Club è un collettivo abbastanza anomalo. Noi non lavoriamo propriamente insieme.

Villanelli: Perché ci facciamo schifo (risate nda).

Schiti: Non condividiamo un ambiente di lavoro e quindi non c’è propriamente uno studio. L’idea originale del Kaiju Club era quella di usare questo pseudonimo come valvola di sfogo. Sin dall’inizio l’intento era: “Facciamo storie che ci piace fare, storie che vogliamo fare piuttosto quello che ci fanno fare”. Io, alla fine, ero quello meno entusiasta perché a me piace quello che mi fanno fare (risate nda) ma mettiamoci anche la valvola di sfogo! È nato così, dopodiché è cresciuto; dal primo nucleo originario -che comprendeva me, David Messina ed Emanuel Simeoni- ha iniziato a coinvolgere sempre più professionisti e professionalità nella produzione delle storie. Il primo ad aggiungersi è stato Diego Cajelli, che ha iniziato a scrivere le storie e ad aiutarci nella realizzazione dei racconti che dovevamo disegnare, poi abbiamo coinvolto Rita Petruccioli, Luca Bertelé per la grafica e tutto è iniziato a crescere moltissimo. Emanuel se n’è andato, è arrivato Paolo ed il progetto ha iniziato a prenderci la mano e alla fine si può dire che per noi è diventato un appuntamento fisso. Cerchiamo di far uscire qualcosa sopratutto in occasione di Lucca, e più in generale per le fiere, per portare avanti le idee che ci vengono. È questo il bello di stare in un collettivo, ti confronti, ognuno ha le sue idee, ognuno ha le sue proposte e alla fine hai quasi più progetti in mente di quanti ne riuscirai a mettere in pratica e realizzare.

Riguardo idee e cose che arriveranno in futuro: c’è già qualcosa in mente per la prossima Lucca -nonostante ci troviamo a ridosso della conclusione di Lucca Comics & Games 2018-?

Schiti: Ovviamente si! Diciamo che abbiamo, in un certo sento, approfittato dell’ingresso di Simone nel Kaiju Club per chiudere un ciclo. La Kaiju Edition di Yamazaki è stata pubblicata appositamente per concludere, almeno provvisoriamente, quel tipo di storia. Quindi il nostro obbiettivo, ne stiamo parlando anche con Simone e con David, è realizzare qualcosa di un po’ diverso, di nuovo e non necessariamente per Lucca. Impegni permettendo, come al solito… il dramma è sempre quello (risate nda).

Valerio Schiti & Paolo Villanelli

Oltre alla linea Yamazaki, all’interno delle pubblicazioni del Kaiju Club, c’è Apocrypha, un progetto dedicato ai giovani ragazzi esordienti. Cosa potete dirci di loro?

Villanelli: L’idea era di offrire ai ragazzi che frequentavano il master della Scuola Internazionale di Comics, a Roma, un’assaggio lavorativo, facendo vedere come dal corso dei tre anni si passasse ad un corso con un obbiettivo professionale, ovvero arrivare a cosa significa produrre un fumetto realmente. Ovviamente i primi tre anni sono finalizzati all’apprendimento delle tecniche, del processo lavorativo e di come ci si approccia alla pagina, però quello che poi si domandavano molti ragazzi una volta usciti dalla scuola -ed è capitato anche a me- è: per fare un fumetto da dove parto? Questo perché nonostante molti insegnanti lo accennassero e dessero delle indicazioni non c’era un corso strutturato realmente per quello. Il corso di master è diventato quello, un ambiente che potesse far comprendere ai ragazzi cosa significasse avere una sceneggiatura di 20 pagine ed una scadenza, dando come obbiettivo la pubblicazione, dove l’insegnante diventa quasi un editor, in quanto fa da filtro tra il disegnatore e lo sceneggiatore, ti coordina e ti organizza. Inoltre sei anche all’interno di un team che comprende altre persone che stanno realizzando altre storie, in tal senso è diventata anche l’occasione per creare una partnership con i ragazzi del corso di scrittura della Scuola Internazionale di Torino e, per l’appunto, con il Kaiju Club. Noi abbiamo messo a disposizione il mondo narrativo, abbiamo creato un campo da giochi che si chiama Yamazaki, ed abbiamo offerto ai giovani sceneggiatori e disegnatori l’opportunità di divertirsi creando delle storie che poi avessero una collocazione all’interno dell’universo. Quello che è successo nei vari volumi prodotti negli ultimi anni dai ragazzi della Scuola è tutto in continuity con quello che succede dentro Yamazaki.

Schiti: Questo è quello che intendevo poco fa quando ho detto che questo progetto “ci ha preso la mano” (risate nda).

Villanelli: Ci ha preso un po’ troppo la mano (risate nda).

Schiti: Abbiamo iniziato questa cosa per divertirci ed in tre anni è diventato un multiverso.

Valerio Schiti & Paolo VillanelliCon Yamazaki, come dicevamo, vi siete sbizzarriti sotto qualsiasi aspetto. Si tratta di una lettura inaspettata in cui da una parte puoi trovare Babbo Natale e dall’altra Hitler!

Schiti: Si, perché all’inizio è proprio nato tutto basandoci sulla domanda: “Cosa vogliamo disegnare?”. Ognuno ha detto la sua senza freni e, quasi, anche senza logica. Io, ad esempio, ho detto che mi sarebbe piaciuto disegnare una storia citazionista con rimandi agli anni ’80, una cosa postatomica, David aveva in mente una storia che voleva raccontare da tempo, ed ognuno è stato accontentato. Tutte queste cose hanno poi trovato un ordine nel multiverso di Yamazaki.

Rimanendo nell’ambito delle complessità che un progetto simile può portare con sé, quanto è difficile procedere con la produzione di questo materiale andando di pari passo con gli altri impegni lavorativi che avete nelle major?

Villanelli: Tantissimo (risate nda)!

Schiti: È  tremendo (risate nda)! Noi cerchiamo, il più delle volte, di organizzarci in maniera razionale, partendo per tempo, però, purtroppo, tutti noi, compreso anche Diego Cajelli -lo sceneggiatore, che ringraziamo sempre-, abbiamo molti impegni. Diciamo che i ritardi iniziano dal giorno uno, quando, nella giornata successiva alla fine del Lucca Comics, decidiamo di fare una riunione… già li iniziano i problemi (risate nda) e la riunione slitta. Tutti noi abbiamo una/due serie da portare avanti ogni volta, quindi diventa difficile. Io per fortuna non ne porto mai avanti più di una alla volta anche perché lo odio, non sono minimamente multitasking, preferisco fare un progetto per volta. Mentre, per esempio, Davide e Simone fanno anche quattro cose contemporaneamente -e non capisco come facciano- ergo se ci aggiungi anche Yamazaki diventa davvero complicato. Per me l’unico modo è organizzarmi dividendo le giornate: faccio una scaletta e fino a tale giorno lavoro su un progetto specifico -quest’anno era Iron Man- poi mi tengo due/tre giorni che dedico a Yamazaki, torno su Iron Man per le chine e mi sposto nuovamente su Yamazaki. L’unico modo, per me, è muovermi in compartimenti e dividere in scaglioni per uscirne vivo. Oltretutto qui ci sono i due membri del Kaiju Club leggermente più quadrati… noi in confronto agli altri lavoriamo alle poste (risate nda)! Sai tutte quelle cose tipo “l’artista che lavora di notte”? Ma quando mai, io alle 18.30 stacco e mi metto sul divano (risate nda).

Villanelli: muoversi così è l’unico modo per vivere anche con il resto del mondo, perché spesso ci si dimentica che ci sono persone al di fuori di questo mondo con cui dobbiamo rapportarci. Ci sono amici, parenti, compagni e compagne e se devi organizzarti per fare un lavoro in casa o una qualsiasi cosa non puoi pretendere che gli altri seguano i tuoi ritmi. Gli altri hanno dei ritmi normali, sei tu che hai dei ritmi strani.

Valerio Schiti & Paolo Villanelli

Spostandoci sui lavori che state portando avanti singolarmente, tu, Valerio, sei su Iron Man e stai anche lavorando a qualche design per i Fantastici Quattro, sempre scritti da Dan Slott con Sara Pichelli ai disegni. Come è stato ritrovarsi su Iron Man e prendere in consegna un personaggio così importante per la Marvel?

Schiti: La prima reazione è stata quella di un incosciente, quindi entusiasmo (risate nda). Nel senso che ero molto contento che mi avessero proposto questo progetto, avevo finalmente, tra virgolette, la possibilità di lavorare con un personaggio di Serie A, una parte della triade Marvel che è formata da Capitan America, Thor ed Iron Man. Incosciente perché lavorare su un personaggio come questo porta delle responsabilità, c’è un numero di lettori più grande e la testata è più in vista. Sopratutto dopo i primi scambi con Dan Slott, ho capito la malparata, in quanto mi ha spiegato le idee che aveva in mente per questa serie. L’idea di base è quella di spostare l’attenzione non soltanto sull’armatura ma su una comunità, di conseguenza Iron Man non è semplicemente Iron Man ma Tony Stark e tutta la Stark Unlimited, la società che gestisce. C’è un teamwork, un vero e proprio lavoro di squadra, di conseguenza l’armatura perde un po’ d’importanza. In tal modo, in ogni numero, potremo vedere una o più armature diverse… idea molto bella, se non fosse che qualcuno deve disegnarle queste armature (risate nda)! Quindi, oltre al lavoro sulle tavole classiche dell’albo, c’è anche un lavoro di design dietro che è veramente impegnativo. Per ogni armatura che voi troverete, per ogni nuovo cattivo, per ogni cambio di design dei personaggi che entrano ed escono ce ne sono almeno quattro o cinque scartati e di norma sarebbero anche di più ma, ovviamente, abbiamo i tempi di un mensile, quindi le proposte non possono essere più numerose. Sono comunque tante, io sto raccogliendo tutto… chissà che un giorno non tiri fuori uno sketchbook intitolato “The Art of Iron Man” (risate nda). Però sono veramente tante cose, in quanto cerchiamo di reinterpretare ogni personaggio che entra nella storia. Alcuni li abbiamo creati ex novo, ci sono diverse new entry, altri sono stati reinterpretati, mentre altri non sono stati reinterpretati all’inizio, come Jocasta… poi ci ha preso la mano e sta cambiando anche lei. È diventato un lavoro veramente impegnativo ma sempre molto divertente. Ad esempio tu citavi i Fantastici Quattro, ecco, a me piace moltissimo fare il redesign dei personaggi, disegnare costumi, con quello mi hanno invitato a nozze.

Il nuovo design del Baxter Building, poi utilizzato nella variant cover di Fantastic Four #5, da te firmata, è davvero bellissimo.

Schiti: Ti ringrazio. Calcola che della Stark Enterprises ti posso dire come sono fatti gli uffici all’interno (risate nda). Ho realizzato le sezioni architettoniche del palazzo, so dov’è il Museo Stark -che nelle storie ancora non c’è e chissà se ci sarà, in quanto è una cosa mia-, ciononostante io so già dove piazzarlo. L’ho anche detto a Dan che secondo me ci starebbe bene! Sappiamo dov’è geograficamente a New York, l’abbiamo studiato perfettamente. Poi c’è il Manticore… non faccio spoiler per i lettori italiani che ancora non ci sono arrivati, dico solo una frase: il Manticore funziona (risate nda). Esiste un modello 3d del Manticore che è trasformabile… ci potremmo fare i giocattoli volendo!

Valerio Schiti & Paolo VillanelliDan Slott è da tutti definito come uno sceneggiatore estremamente alla mano, che tende molto a mettere a proprio agio i disegnatori con cui collabora. È stato lo stesso anche per te, sopratutto se posto in relazione agli altri sceneggiatori con cui hai lavorato nella Casa delle Idee?

Schiti: In realtà si. Questo rapporto molto tranquillo lo avevo avuto, a sorpresa, con Brian Michael Bendis. Su ogni sceneggiatura era specificato che se avessi voluto cambiare qualcosa sarei stato libero di poterlo fare. Dan è ancora più tranquillo per due motivi: in primo luogo perché scrive le sceneggiature quasi con il metodo Marvel Style, quindi anziché mandare la sceneggiatura completa, vignetta per vignetta con i dialoghi, lui manda un soggetto più tranquillo ma comunque divide la narrazione in vignette, quindi non è Marvel Style puro. Al Ewing usava quel metodo quando lavoravamo insieme ed avevo la possibilità di scegliere l’utilizzo di splash, la divisione della pagina e delle vignette, dopodiché lui interveniva sulle tavole disegnate da me ed inseriva i dialoghi, completando il tutto. Nonostante Dan divida già la narrazione mi lascia libero di modificare qualora reputi che ve ne sia bisogno. In secondo luogo è uno sceneggiatore che ti scrive moltissimo, mentre con gli altri parlavo quasi solo via e-mail. Mi scrive spesso su Messenger dandomi le preview di cose che probabilmente accadranno tra due anni. Io so cose che voi umani non potete nemmeno immaginare (risate nda). All’attuale stato delle cose non so neanche come riuscirà ad introdurre quello che ha in mente ma ha le idee ben chiare per almeno altri due/tre anni.

Vista la sua lunga esperienza su Spider-Man non stentiamo a crederlo.

Schiti: A me questa cosa ha sorpreso, lui non naviga a vista, ha ben chiaro dove stiamo andando e ci sono vari step che verranno rispettati. La storia avrà un suo sviluppo, che già so, e che lui mi racconta quasi settimanalmente su Messenger, tra l’altro in orari assurdi, è sveglio quando in America sono le 4 del mattino. Lavora tanto e tutto è molto ponderato e ragionato.

Valerio Schiti & Paolo Villanelli

Parlando di splash page e double spread: leggendo il primo numero che abbiamo potuto vedere in anteprima a Lucca grazie alla Panini -la quale riducendo ancora di più i tempi di pubblicazione rispetto agli Stati Uniti ci ha permesso di averlo in quattro mesi- è possibile vedere come sia quasi totalmente strutturato in double spread molto articolate anche a livello di vignette, un qualcosa sempre molto piacevole da vedere in un titolo mainstream. È un qualcosa di voluto da Dan oppure c’è il tuo zampino in questa impostazione grafica molto dinamica?

Schiti: In parte si ed in parte no. Chiaramente, come dicevo prima, la suddivisione delle pagine è voluta da Dan, ed anche quella delle vignette. Quindi se quella serie di vignette va su una doppia pagina è specificato in sceneggiatura. Poi io tendo a prediligere una o due vignette massimo in ogni coppia di tavole quando c’è la doppia e lì “carico”. Di conseguenza ci sono delle grandi vignette verticali o orizzontali che mi consentono di far vedere gli interni della Star Unlimited o come sia fatta la Fonderia e come sia strutturata. A me piace dare un po’ di visione d’insieme, di allargare l’inquadratura, di far vedere le cose in scala, nel primo numero in particolare si nota vista la presenza di mostri e macchinari.

È molto Kaiju questo numero!

Schiti: Si esatto! Proprio per questo serviva questo tipo di regia. Non sarà sempre così, in quanto non sempre riusciamo ad inserire queste grandi doppie double spread.

Valerio Schiti & Paolo VillanelliQuesta domanda è per Paolo e riguarda l’universo di Star Wars, che è dove ti abbiamo recentemente trovato. Successivamente all’acquisizione dei diritti da parte della Disney del materiale Lucas, ed il rilancio di quello che è l’universo fumettistico di Star Wars, abbiamo potuto vedere la completa esclusione di alcuni prodotti minori, ora non più canonici, ed un grande successo del nuovo corso. Tu hai avuto modo di lavorare su diverse serie, tra cui anche la mini dedicata a Lando Calrissian. Qual è l’approccio della Marvel a queste produzioni e come è stato poter lavorare su Lando?

Villanelli: In realtà la miniserie di Lando è stata molto divertente da realizzare, questo perché di base l’unica cosa che avevamo del mondo classico di Star Wars erano gli Stormtrooper e Lando. La miniserie racconta un’avventura di Lando che porterà poi il personaggio dove lo troviamo nel film Solo, quindi in realtà è tutta ambientata in posti che non sono mai stati visti in Guerre Stellari, tutti da creare appositamente per l’occasione. Questo vuol dire che c’è solo da rispettare il canone generico del brand, deve essere quell’immaginario ma non c’è più di tanto da seguire, ciò significa avere la possibilità di divertirsi nel creare cose nuove che non sono mai state provate. Ci sono pianeti, personaggi, razze aliene, astronavi, tutto che deve essere in linea, ma in generale è tutto nuovo. È stato molto divertente perché ha lasciato molta libertà a me come disegnatore e anche a Rodney Barnes, lo sceneggiatore, che, tra l’altro, sta lavorando alla serie tv di American Gods. È stato molto divertente perché Barnes è stato molto comunicativo ed aveva anche piacere di lasciarmi molta libertà su come realizzare molti personaggi, situazioni. Lui non scrive con il Marvel Style, tuttavia se c’erano cose che secondo me potevano funzionare in maniera diversa rispetto a come erano scritte in sceneggiatura non c’era nessun problema a discuterne e parlarne. La Lucas Film ha avuto un ruolo molto marginale, in quanto se non c’è da toccare personaggi o situazioni chiave sono molto tranquilli. Poi leggere e mi direte cosa ne pensate!

Qualche giorno fa Valerio ha scritto un post sul proprio profilo Facebook, successivamente alla scomparsa di Stan Lee. Nel post esaminavi come fosse complesso ritrovarsi a lavorare su Iron Man proprio nel momento della dipartita del suo creatore e come, effettivamente, quelli fosse i primi passi senza di lui, sottolineando quale grande responsabilità fosse. Com’è vivere quest’esperienza?

Schiti: La riflessione era onesta, si è trattato di un qualcosa che mi ha molto colpito, di cui mi sono reso conto improvvisamente. Chiaramente Stan Lee non si occupava più dei fumetti da moltissimo tempo, non credo abbia nemmeno mai visto l’Iron Man realizzato da noi, ciononostante il punto rimane, il personaggio è sopravvissuto al suo creatore ed è in perfetta salute… e non solo Iron Man. Qualsiasi altro personaggio Marvel creato da Stan Lee è fortemente seguito, con un grande numero di lettori, film al cinema ed altri in sviluppo. Si tratta di vere e proprie icone e questo da la dimensione dell’intuizione e del genio creativo -non so quanto volontario ma di fatto reale- di un personaggio come Stan Lee, qualcuno che è riuscito a lasciare un’impronta così importante nell’immaginario collettivo e nei media. Molte persone che non hanno mai letto fumetti sono state colpite dalla sua morte. Mio padre, che è la persona più lontana possibile dal mondo del fumetto, mi ha telefonato per chiedermi se avessi saputo cosa era successo. Questo la dice lunga sull’impatto avuto da Stan Lee, sulla sua grandezza e sulla grandezza di ciò che ha creato.

Valerio Schiti & Paolo VillanelliA questo mi volevo ricollegare con un fatto recente, ovvero le dichiarazioni fatte da Bill Maher sulla morte di Stan Lee e sul media fumetto. Oltre a quanto detto nell’articolo pubblicato sul proprio blog, il comico ha recentemente rincarato la dose durante un’intervista al Larry King Now ha affermato di non conoscere Stan Lee in maniera approfondita e che tali affermazioni erano rivolte esclusivamente alla cultura fumettistica da lui definita, e cito testualmente, come “cultura idiota”. Nonostante il fumetto abbia raggiunto uno stato di grande riconoscimento sociale nell’ambito sia culturale che letterario -sopratutto oltreoceano- perché secondo voi si tende ad avere ancora un certo tipo di mentalità, con la concezione che il fumetto sia “cultura bassa”?

Villanelli: Si tratta di una domanda da un milione di dollari. Io credo che sia principalmente perché siamo abituati ad approcciarci al mondo del fumetto da bambini e quando si cresce si tende a sminuire, quando in realtà è sempre uno strumento di comunicazione e di cultura, per certi versi. Credo che si soffra di questo fatto.

Schiti: Il fumetto è un media complesso e la cosa stupida è parlare di “fumetto” in generale, quando, in realtà, sono tante cose. Esistono fumetti stupidi come esistono fumetti geniali, così come il cinema, la letteratura, il teatro ed ogni espressione artistica. Pensare di definire tutto il mondo del fumetto come stupido è sbagliato, in quanto si varia da caso a caso. Ci saranno fumetti stupidi e fatti male come altri realizzati eccezionalmente. Ad esempio io non mi nascondo dal dire che faccio un tipo di fumetto che è quasi totalmente intrattenimento e credo che abbia la sua dignità e la sua difficoltà, in quanto anche intrattenere le persone non è qualcosa di affatto banale. La vera stupidità dell’affermazione è fare di tutta l’erba un fascio.

Valerio Schiti & Paolo Villanelli

Maher ha tenuto ha specificare che il fumetto per lui è un qualcosa che va abbandonato con la crescita, quando si passa a leggere “i libri senza le figure”.

Schiti: Probabilmente perché le figure non le ha mai disegnate (risate nda)

Villanelli: O forse non ha mai letto i fumetti giusti, principalmente credo sia quello. Se non hai avuto occasione di approcciarti a prodotti a fumetti che magari hanno un impatto culturale un po’ più elevato non hai criterio per poter giudicare. Sarebbe come giudicare tutta la letteratura solo perché da piccolo hai letto un libro su Pierino. Oltretutto è una cosa stupida perché molti degli sceneggiatori che lavorano nel fumetto, lavorano anche per televisione e cinema ed è lo stesso anche per i disegnatori che magari lavorano per studi di animazione, videogiochi e molto altro. Additare quella cultura semplicemente come “bambinesca” significa insultare il lavoro di tutte queste persone.

Schiti: Fermo restando che, anche se fosse, la cultura per bambini è una delle più difficili da realizzare. Anche in questo senso ci sono autori grandissimi che hanno fatto cose per bambini e rimangono dei geni indiscussi. Inoltre i supereroi, in particolare quelli della Marvel e di Stan Lee, sono comunque portatori di valori e morale, e, se vogliamo, possono portare ad un’educazione di fondo. 

Villanelli: È come chi ti dice che i videogiochi rendono violenti, il principio è lo stesso.

Perfetto, noi vi ringraziamo per il tempo che ci avete gentilmente dedicato. È stato un vero piacere poter fare questa lunga chiacchierata. 

Schiti & Villanelli: Grazie a te!

Classe ’95, ternano. Fondatore e redattore di Fr4med. Finisce per incastrasi, sin da piccolissimo, in un vortice fatto di musica rock, fumetti, libri e film. Si immola per la patria intraprendendo il cammino degli studi classici da cui viene cambiato nella mente e nel corpo… almeno così dice. Saccente, indisponente e presuntuoso sembra abbia anche dei difetti, di cui, tuttavia, nessuno risulta essere a conoscenza. Ha scritto per Metallized e Geek Area.