Confession tapes: Capitan Artiglio – The sound of (Kids and) Guns

Durante l’edizione 2018 del Lucca Comics and Games, grazie a BAO Publishing, abbiamo avuto il piacere di intervistare Julien Cittadino, aka Capitan Artiglio, autore di Kids With Guns (qui la nostra recensione). Abbiamo parlato di musica, del processo creativo, di quello che accadrà nel prossimo volume della trilogia e naturalmente di dinosauri.

Nel giro di pochissimo tempo sei passato dai social, sui quali hai riscosso un discreto successo per le tue illustrazioni, alla pubblicazione di un volume con una casa editrice. Questo modus operandi non è qualcosa di nuovo per l’editoria del fumetto italiana che sempre più spesso punta sugli outsider, e questo ha consentito a molti artisti di passare dal web alla carta stampata. Tu come hai vissuto questo passaggio?

Abbastanza bene. È vero, molte case editrici fanno scouting sul web, ma in realtà non è stato il mio caso. Io ho portato il mio proposal cartaceo alla BAO e mi hanno scoperto così, anche se effettivamente avevo già riscosso un po’ di successo e raggiunto un piccolo seguito. Il web sicuramente è una palestra perché riesci a pubblicare il tuo lavoro da solo, quindi hai già un riscontro da parte del pubblico che ti segue. Questo ti dà modo di migliorare e di lavorare sul quello che può essere il tuo mondo, il tuo stile e tutto il resto. Il mio percorso è stato un po’ strano: studiavo pittura all’Accademia di Belle Arti e avevo solo un corso di fumetto, poi ho lasciato l’Accademia ma quel corso che avevo fatto mi ha aiutato molto perché mi ha dato gli strumenti per creare questo primo libro. All’inizio ho presentato alla BAO solo il primo capitolo, poi abbiamo iniziato a discutere e da lì è nato tutto il resto.

Una singola illustrazione pubblicata sul web può essere autoconclusiva e scardinata dal resto della produzione di un’artista, mentre con “Kids with Guns” hai doppiamente alzato l’asticella: non solo ti sei cimentato nella creazione di una corposa storia a fumetti, ma anche nel primo capitolo di una trilogia.

Effettivamente sul web pubblico sempre e solo illustrazioni (una minima parte di quelle che faccio), mentre tutta la parte narrativa rimane inedita. Quindi sì, elaborare una narrazione è qualcosa che sapevo fare, ma che ho rivelato dopo. Scegliere di costruire una trilogia è sicuramente stata una grossissima sfida, però mi sento più a mio agio a raccontare storie lunghe e in questo caso lavorare a tre volumi mi permette di dare più spazio all’universo che ho creato.

Tra l’altro, di recente hai ammesso di sentirti maggiormente attratto dal processo di scrittura piuttosto che dal disegno. 

È tutto il processo di creazione che mi appassiona, anche quegli aspetti legati al disegno (come disegnare un nuovo vestito o un nuovo personaggio) che in qualche modo sono legati anche alla narrativa, però quello che mi affascina di più è il costruire storie e creare l’aspetto psicologico dei personaggi.

Quindi il tuo contributo su Sappy, una serie pubblicata dall’etichetta digitale Wilder e della quale curi i soli testi, rappresenta un passo avanti nel tuo percorso di evoluzione artistica?

Esatto. In questo caso i colori sono di Albhey Longo e i disegni di Oscar Ito, che di recente ha pubblicato Gurt con Panini in collaborazione con Isaak Friedl. In pratica il processo di lavorazione di Sappy era particolare: ogni mese ci trovavamo a dover scrivere una ventina di pagine e quindi si creava una sinergia molto simile a quella di una band musicale, per cui uno scrive un pezzo di batteria e l’altro ci suona sopra un riff di chitarra. La prima stagione sta per finire, e a dicembre ci sarà una sorta di epilogo di quello che è stato Sappy. Speriamo di continuare con la seconda stagione.

Parti dal character design, dalla trama o lavori su entrambi gli aspetti contemporaneamente?

È una domanda complicata. Spesso mi è capitato di costruire un personaggio e solo dopo pensare a che tipo di trama potesse avere, altre volte invece capita il contrario. Dipende, non c’è una regola. Il processo creativo è difficile da etichettare, di solito uso schemi ad albero: ci sono i punti a cui voglio arrivare e a mano a mano sviluppo altri segmenti.

Certi personaggi però erano in cantiere già da prima.

Sì, il Cherubino del Golgota è nato prima come personaggio, così come il Reverendo Spezzaossa e anche i tre fratelli e la bambina. Alle volte capita che, quando costruisci bene un personaggio, la sua storia sembra già scritta, devi solo seguirlo, fa lui le regole.

In Italia abbiamo dei chiarissimi esempi di opere western, non solo dal punto di vista cinematografico, ma anche nella nona arte. Quest’anno, anche a Lucca, si celebra il settantenario di Tex, ma possiamo pensare anche al Cocco Bill di Jacovitti. Come ti poni rispetto a questa tradizione? 

Sono un appassionato di spaghetti western, da Sergio Leone a Sam Peckinpah. Mi sono avvicinato al western perché mi appassionava la figura del cowboy, in particolare del bandito solitario. Trovo che questo sia un archetipo che rispecchia anche aspetti della società moderna, un cowboy può essere anche una specie di rockstar. I miei personaggi sono banditi, ma con un aspetto pop che non c’è negli spaghetti western. Trovo che i cowboy si adattino a molti tipi di immaginario.

Parlando di influenze diverse, Kids with Guns è un titolo ispirato all’omonima canzone dei Gorillaz. Ti va di parlarci del tuo rapporto con questo brano?

Sono fan dei Gorillaz da sempre. In sostanza è una canzone contro la guerra e in Kids with Guns una bambina che non parla ed è costretta a sparare per difendersi viene catapultata in un universo completamente folle in cui subirà un processo di spersonalizzazione all’interno di una società che le è del tutto estranea. Il titolo si prestava all’uso anche perché ci sono diversi bambini nella storia.

Se Kids with guns avesse una colonna sonora quale sarebbe (esclusi i Gorillaz)?

Ti do Benz Truck di Lil Peep, Cemetery Gates dei Pantera, The order of the death dei PiL, Moonlight di XXXTentacion, Afghamistam dei Botch e infine Do you love me part 2 di Nick Cave e Descending Angel dei Misfits che sono anche citate nel libro.

Se fossi un dinosauro, come ti disegneresti?

Non lo so, forse sarei un triceratopo, che è quello che mi piace di più. È tranquillo, erbivoro, uno sulle sue.

Kids With Guns

Quest’anno sei stato candidato con “Kids with guns” al Premio Boscarato come autore rivelazione. Che effetto ti ha fatto?

È stato strano, mi ha fatto molto piacere era la prima nomina ufficiale. Non me l’aspettavo e non era scontato, spero di averne altre in futuro.

Sappiamo che sei già a lavoro sul secondo volume della trilogia, che è atteso per il 2019. Qualche anticipazione?

Il titolo non ce l’ho ancora, ma ci sto lavorando. La ragazzina Senza Nome si troverà a far parte di una gang e quindi avrà altri personaggi con cui rapportarsi. Non ci sarà più quella sensazione di essere da soli con lei, ci saranno meno pagine completamente mute. Ho lavorato sul character design di nuovi personaggi, si vedranno gli altri membri della banda del Mucchio Selvaggio, altri dinosauri e novità ancora più grosse.

Classe '92, redattrice. Si avvicina al giornalismo a quindici anni perché è la professione prediletta dei supereroi, o almeno di quei pochi che hanno bisogno di lavorare. Dopo gli studi in Lettere e Linguistica, però, comincia a lavorare nel marketing e diventa un temibile villain. Ironia della sorte. Nel tempo libero ascolta prog e gioca a D&D. Ha scritto per: VelletriLife, Civonline, La Provincia, International Tour Film Festival, Geek Area, With Style, Investor Visa Italy