First Man

First Man – Il primo uomo: La lunga strada per la luna | Recensione

Damien Chazelle entrò nel mio radar un paio d’anni fa, quando per la prima volta vidi Whiplash. Rimasi incantato e, forse per la prima volta, sentii il bisogno di parlare di un film. Quello che mi ritrovo a fare in questo momento, insomma. Poi, ebbi la fortuna di vedere La La Land al cinema e Chazelle mi stregò ancora una volta, regalandomi un’autentica perla di film. E’ così che, annunciato l’arrivo di First Man – Il primo uomo, fui immediatamente incuriosito da cosa sarebbe potuto uscire fuori dalla seconda collaborazione tra Chazelle e Ryan Gosling. Ebbene, andiamo con ordine.

First Man

Aspettando l’uscita del film, continuavo ad avere un dubbio: come avrebbe gestito Chazelle una narrazione su scala così grande? Mi spiego meglio: sia Whiplash che La La Land funzionano alla grande poiché presentano storie altamente contenute (rispettivamente un conflitto tra maestro ed allievo ed una storia d’amore), mentre in First Man vediamo la storia scriversi di fronte ai nostri occhi. La missione Apollo 11 è senza dubbio uno dei punti di svolta della storia contemporanea, e sono felice di dire che First Man rende totalmente onore a questo importantissimo momento. Il film copre la vita di Neil Armstrong dal 1961 al 1969, partendo dalla perdita della giovane figlia e finendo al ritorno dallo sbarco sulla Luna. Nella lunga e tortuosa strada verso il 16 Luglio del 1969, First Man procede in due strade parallele: da un lato vediamo l’intenso addestramento di Neil e dei suoi colleghi, mentre dall’altro vediamo le pressioni e le paure che questo percorso comporta sulle famiglie degli interessati. Personalmente, pur capendo la necessità di spostare il focus dal personaggio principale per concentrarsi su ciò che lo circonda (è una mossa che aiuta a diluire la narrazione, offrendo allo stesso tempo un punto di vista più comune, più vicino allo spettatore), non ho particolarmente apprezzato le lunghe sezioni dedicate alla moglie di Neil, Janet. Pur esprimendo chiaramente il peso di una vita simile, con la costante paura di perdere la persona che si ama di più, Janet non offre nulla di nuovo al genere biopic, andando a ricoprire lo stesso ruolo di Felicity Jones ne La Teoria del Tutto e di Tatiana Maslany in Stronger, tra gli altri innumerevoli esempi. E’ un meccanismo piuttosto abusato che, ormai, offre davvero poca innovazione sul tema.

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A ciò si contrappone la storyline di Neil: per tutto il suo tempo su schermo, Gosling interpreta un uomo devastato e terrorizzato che cerca di mantenere il controllo, tirando avanti solo grazie alla sua passione. La mimica facciale dell’attore è perfetta per questo ruolo: abbiamo sempre l’immagine di un Armstrong sul punto di crollare di fronte alla pressione, nonostante il volto gelido e privo di emozioni. E, vedendo come il film gestisca le missioni Gemini ed Apollo, non possiamo dargli torto: First Man ci presenta il volo spaziale come qualcosa di caotico, instabile e, francamente, terrificante. Ogni volta che ci ritroviamo nel pieno dell’azione, Chazelle lascia andare la cinepresa fuori di testa, sballottando lo spettatore senza pietà e facendolo sentire tanto spaesato quanto gli astronauti coinvolti. A ciò, aggiungiamo un sound design pauroso, che lascia parlare i moduli attraverso cigolii sinistri, tremori fuori controllo ed allarmi isterici, aumentando esponenzialmente la claustrofobia della scena ed il coinvolgimento dello spettatore. Lo sforzo di Chazelle per il realismo si può notare, inoltre, nello stampo semi-documentaristico del film, che si esprime attraverso primi piani esagerati e momenti che vogliono emulare il feel di un filmino amatoriale. A ciò si aggiunge una fotografia sporca e granulosa che vuole mandare alla mente l’effetto della pellicola del setting temporale in questione. In breve, First Man ha uno stile unico e facilmente riconoscibile, oltre che assolutamente azzeccato per il tipo di film in questione.

First Man

Chi conosce i lavori di Chazelle sa che il meglio viene risparmiato per gli ultimi minuti (il folle assolo di batteria di Whiplash ed il devastante montaggio finale di La La Land ne sono un chiaro esempio), e First Man non fa eccezione: lo sbarco sulla Luna, dopo il delirio del viaggio fin lì, è delicato, solenne, bello. La scelta di maggiore impatto è, senza ombra di dubbio, quella di abbandonare la recitazione di Gosling e lasciare la parola alle vere registrazioni del momento (compresa la famosissima frase d’impatto pronunciata da Neil appena sceso dal modulo). La scelta è stata fortunatamente mantenuta nel doppiaggio italiano, con improvviso cambio di lingua e comparsa dei sottotitoli. Un tocco di classe che non fa che sottolineare il taglio documentaristico dell’opera.

In conclusione, nonostante qualche limite imposto dal genere stesso, First Man fa un lavoro assolutamente adeguato, trattando questo momento storico con il rispetto necessario, offrendo allo stesso tempo una visione realistica delle missioni Gemini ed Apollo e facendo riflettere sul costo umano dell’atto di scrivere la storia.

First Man

Mite ragazzo di classe ‘96, appassionato di lunga data di gaming, si dimostra un precursore quando, nel lontano 2000, viene trovato a strisciare le carte di credito dei genitori sulla PsOne per comprare un migliaio di gemme su Spyro 2. A questo incontrastato e patologico amore per le microtransazioni, si affianca l’amore per il cinema d’autore. In nome di questa passione, si imbarca in un viaggio mistico fra India, Nilo e Miami alla ricerca della vera essenza dei Cinepanettoni: è qui che, ispirato dalle note di Scatman, decide che la missione della sua vita sarà quella di scrivere il film che riunirà Boldi e De Sica. Fino ad allora, l’entusiasmo del lavoro in Fr4med sarà solo la maschera che nasconde il profondo trauma per questa atroce separazione.