Hill House

[ANTEPRIMA] Netflix: Hill House – Semplicemente wow | Recensione

Ero ancora molto piccolo quando lessi per la prima volta Orrore ad Amytiville. Decisamente non una scelta di libro convenzionale per un ragazzo di dieci anni, ma qualcosa in quella narrazione così calcolata, quell’escalation di paranormale che stravolge una quotidianità inizialmente normale ed il delirio rappresentato dagli ultimi capitoli fece sì che il testo di Jay Anson diventasse, negli anni, uno dei libri ai quali amo di più tornare. Vera o no che fosse la storia (spoiler: non lo è), si tratta di un classico dell’horror moderno che da un’interpretazione più o meno attuale (parliamo comunque di 40 anni fa ormai) di un’esperienza poltergeist. Solo recentemente mi sono imbattuto in un documentario che ha sollevato il velo su tutta una nuova serie di aspetti che, solamente dal libro o dai film che ne sono derivati, non potevano essere affrontati: si trattava di una lunga intervista ad uno dei bambini, oramai un adulto burbero e carico di rabbia, che si ritrovò a vivere quelle traumatiche esperienze e che, crescendo, si ritrovò a dover sopportare il circo mediatico voluto dai suoi genitori assieme al ricordo della componente paranormale che, seppur in maniera più ridotta rispetto al libro, era ancora ben presente a parer suo. Per la prima volta mi chiesi come potesse essere sopravvivere ad un’esperienza simile nel mondo odierno. Fortunatamente, Hill House ha bussato alla mia porta offrendomi una risposta a questa domanda.

Hill House

La serie Netflix, che sarà disponibile sulla piattaforma dal 12 Ottobre, si basa molto liberamente sul romanzo di Shirley Jackson arrivato in Italia col titolo “L’incubo di Hill House“. Il testo ha già generato degli adattamenti, ultimo dei quali quell’ Haunting – Presenze di Jan de Bont che poco aveva convinto gli spettatori, nonostante la presenza di nomi del calibro di Liam Neeson, Catherine Zeta-Jones ed Owen Wilson. L’Hill House che state per vedere, tuttavia, ha poco a che fare con la storia originale. Pur condividendone il nome ed una grossolana visione d’insieme della trama, la serie tratta una storia assai diversa, seppur con fugaci rimandi al testo della Jackson.

Netflix ha affidato la regia di questa nuova trama a Mike Flanagan, già regista di alcuni dei fenomeni horror più convincenti degli ultimi anni: abbiamo in primis Oculus – Il riflesso del male, così come Il Terrore nel Silenzio ed il più recente Il Gioco di Gerald. Il regista ha già avuto modo di lavorare con il colosso dello streaming statunitense, tornando con gran confidenza dietro la macchina da presa e portandoci dieci bellissimi episodi nel quale la sua mano si fa sentire, riempiendo di vita le vicende su schermo grazie ad inquadrature che raramente mancano il colpo, gestite bene sia nei momenti più dinamici che in quelli più tesi e calcolati. La sua presenza si nota anche nel cast: tornano infatti moltissimi attori, sia adulti che non, dalle sue produzioni precedenti. Abbiamo infatti Kate Siegel, già vista ne Il terrore nel Silenzio, Henry Thomas da Ouija – L’origine del male e la stupenda Carla Gugino che, dopo Il Gioco di Gerald, torna a dare tutta sé stessa in un ruolo affascinante quanto complesso.

Hill House

La trama di Flanagan ci fa conoscere la famiglia Crain in due momenti ben distinti: abbiamo un arco narrativo che li vede arrivare ad Hill House nel 1992 ed un secondo, più ampio, che segue la vita adulta degli stessi personaggi negli anni che vanno approssimativamente dal 2014 ad oggi. La narrazione procede sconnessa, catapultandoci avanti ed indietro nel tempo in un simil-flusso di coscienza che, mano mano, getta luce sulla reale natura degli eventi accaduti. Ognuno dei sette personaggi principali ha una puntata ad esso dedicata, con le tre puntate rimanenti che si focalizzano, invece, sull’intera famiglia e sulle dure interazioni che, alimentate da anni di rancori e scelte questionabili, sfociano spesso nella rabbia. La scelta, non totalmente originale per una serie tv, fa sì che il tempo della narrazione si dilati: l’intera serie si svolge, infatti, nell’arco di tre o quattro giorni (flashback esclusi), con le prime cinque puntate che ci offrono un punto di vista differente sull’evento scatenante della trama ambientata ai giorni nostri. Questo ci permette di conoscere ogni sfaccettatura dei personaggi con i quali avremmo a che fare nella seconda parte della serie, ma può prendere alla sprovvista, dando l’impressione che la trama stenti a cominciare.

Proprio quando questo sospetto arriva nella nostra testa, tuttavia, Hill House preme sull’accelleratore e ci catapulta verso il finale. Il pregio di questa scelta è che, quando sopraggiungono gli eventi più traumatici, noi spettatori abbiamo una conoscenza approfondita del cast in tutte le proprie sfaccettature ed in tutte le ferite che il primo incontro con Hill House ha lasciato su di loro. Ogni loro scelta ha senso, ogni loro errore è comprensibile ed ogni loro ferita fa male. Per far sì che ciò accada, ognuna di quelle prime cinque puntate ha un’identità ben marcata che riflette il mondo del personaggio in questione. Si parla di negazione, di lutto, del chiudersi in sé stessi, della dipendenza da droghe e della depressione, temi importanti sul quale fermarsi a riflettere, almeno una volta in vita nostra, è inevitabile. Hill House pondera su tutto ciò con una grande malinconia che a tratti vuole mozzare il fiato (riuscendoci a pieno): volendo parlare terra terra, si tratta di una storia triste che proietta sugli spettatori più empatici tutta la rabbia, la frustrazione e la disperazione derivata dal vivere in qualcosa che non può essere compreso a pieno. Ma, scavando sotto la superficie, è facile trovare un barlume di speranza e di gioia che esplode nell’ultimo, bellissimo episodio, andando a gettare una nuova luce su quello che abbiamo assistito in un trionfo di emozioni di rara bellezza. Hill House ha una filosofia affascinante e sorprendentemente rassicurante che vale la pena esplorare a fondo.

Hill House

E con questo, occorre specificare un aspetto chiave della serie: Hill House non è puramente un horror. La componente sovrannaturale è dispensata con parsimonia all’interno di situazioni e contesti che servono ad enfatizzare il mood e la sovracitata filosofia. Questo non significa che Hill House non fa paura. Anzi, mi sono ritrovato più di una volta ad imprecare contro lo schermo per qualcosa di disturbante. La cosa migliore è che non stavo imprecando per dei jump-scare: la serie non ricorre spesso ad improvvisi attacchi all’apparato cardiaco dello spettatore, ma preferisce prendersi il suo tempo, studiando il modo migliore per insinuarsi sotto la nostra pelle e talvolta riempiendo lentamente lo schermo con qualcosa che si rivolge indirettamente a noi che ci troviamo dall’altra parte. Può sembrare un discorso astratto, ma che vi sarà improvvisamente chiaro nel finale dell’episodio pilota, durante il primo degli innumerevoli twist presentati dalla serie. La componente sovrannaturale esiste infatti per creare e sottolineare questi colpi di scena articolati, apparentemente fuori di testa e del tutto inaspettati che solo in un contesto horror possono esistere. Qui si tratta di saper utilizzare un genere, e Flanagan torna a mostrarci la sua bravura nel farlo.

Hill House

Ogni tot di anni, il mondo si ritrova alle prese con un fenomeno televisivo o cinematografico che si può ritenere responsabile per i futuri passi in avanti nel genere al quale appartiene. Hill House è, a mio avviso, uno di questi fenomeni: prendendo una tendenza ormai ben salda nell’horror odierno, ovvero quella di guardare ai grandi classici del genere per trovare l’ispirazione, questa serie ci offre un punto di vista alternativo, meno pessimista e più confortante. Qualcosa di approssimabile all’approccio dei due capitoli di The Conjuring, ai quale Hill House deve molto. La serie mi ha preso alla grande, portandomi alla puntata finale nell’arco di un weekend ed entrando, senza dubbio, nella mia personale lista di serie tv preferite. Spero che molti altri spettatori la penseranno come me, una volta che la serie sarà disponibile allo streaming: al giorno d’oggi, in questo confusissimo decennio, è bello potersi perdere in qualcosa scritto, diretto ed interpretato così bene e capace di farci credere che, per quanto le cose possano mettersi male, c’è ancora una parvenza di ordine nel caos, una brillante luce alla fine del tunnel.

Hill House

Mite ragazzo di classe ‘96, appassionato di lunga data di gaming, si dimostra un precursore quando, nel lontano 2000, viene trovato a strisciare le carte di credito dei genitori sulla PsOne per comprare un migliaio di gemme su Spyro 2. A questo incontrastato e patologico amore per le microtransazioni, si affianca l’amore per il cinema d’autore. In nome di questa passione, si imbarca in un viaggio mistico fra India, Nilo e Miami alla ricerca della vera essenza dei Cinepanettoni: è qui che, ispirato dalle note di Scatman, decide che la missione della sua vita sarà quella di scrivere il film che riunirà Boldi e De Sica. Fino ad allora, l’entusiasmo del lavoro in Fr4med sarà solo la maschera che nasconde il profondo trauma per questa atroce separazione. AGGIORNAMENTO: Dopo la spontanea riappacificazione di Boldi e De Sica, vive una profonda crisi mistico-spirituale. Arriva quindi a definirsi “profeta”, abbracciando lo stile di vita da eremita. Se lo cercate, lo troverete in una remota grotta, mentre si nutre solo di muschio e condensa ed estorcendo la modica cifra di 500€ ad ogni visitatore per delle infondate e truffaldine previsioni del Superenalotto.