Confession Tapes: Jeff Lemire – Una melodia tra supereroi ed intimismo

Grazie a BAO Publishing, Mercoledì 30 Maggio abbiamo avuto il piacere di incontrare Jeff Lemire presso la Feltrinelli di Largo Argentina, in occasione della presentazione dello spin-off di Black Hammer, Sherlock Frankentstein e di Descender 5. Abbiamo parlato del suo lavoro nelle major Marvel e DC, della sua visione dell’industria del fumetto e anche un po’ delle sue passioni e di cosa significhi per lui uscire dalla sua cittadina ed affacciarsi al mondo esterno, combattendo così le sue ansie e le sue paure. 

jeff

Ciao Jeff, grazie per il tuo tempo. Benvenuto su Fr4med.

Grazie a voi!

Sei giunto a questo momento con una gran quantità di lavoro con il tuo nome sopra, tra supereroi e storie più intimiste. Quali sono le influenze più importanti che hai ricevuto per la tua narrativa e stile artistico e come ti hanno aiutato a costruire una tua organizzazione lavorativa?

Ho sempre amato i fumetti. Fin da quando avevo 4 o 5 anni, sono stato ossessionato dai fumetti, con il disegnarli. Credo di aver avuto diversi momenti nella mia vita che mi hanno tenuto impegnato in questa passione. Durante i miei anni di formazione, intorno ai 20 anni, quando stavo iniziando a prendere più seriamente il cartooning ero molto preso da David Lynch, lui è un maestro di influenza. In termini di disegno effettivo, a quel tempo, le persone che mi hanno davvero ispirato sono state Dave McKean, Bill Sienkiewicz, artisti che utilizzano uno stile più espressivo, non tanto di disegno fotorealistico, semplicemente più realistico, più emotivo. Inoltre, ci sono state influenze sudamericane ed europee, come Hugo Pratt. Quindi sì, immagino che queste siano state le mie influenze formative che mi hanno spinto nella direzione che ho intrapreso.

Black Hammer è un lavoro eccellente. Una sorta di dichiarazione d’amore verso la Golden e la Silver Age dei fumetti. Ritrae una sorta di rinascimento del mondo dei supereroi con un tocco più personale. Un titolo nuovo di zecca senza i limiti delle major, in cui è possibile soddisfare la propria fantasia, scrivendo con il proprio stile, come con le storie indie. Com’è stato costruire i vari aspetti della storia e omaggiare la figura del supereroe?

Oh, è stato meraviglioso. L’idea iniziale per Black Hammer mi è venuta 10 anni fa, quando stavo ancora facendo fumetti indie. A quel tempo non avrei mai pensato che avrei avuto a che fare con la Marvel ed i supereroi [ride] così ho pensato: “Beh questo è il mio modo di fare supereroi”, il mio modo indie. Mi è venuta questa idea molto basilare e poi, naturalmente, ho finito per scrivere un sacco di fumetti di supereroi per la Marvel e DC. Il mio punto di vista è cambiato molto sul settore e su come ci si possa trovare. Ci sono stati alcuni vantaggi e svantaggi nell’essere in grado di farne parte. Così, quando sono tornato su Black Hammer nel 2014, avevo una prospettiva più matura rispetto all’idea originale che proveniva da un momento compreso tra il dover ancora iniziare a fare fumetti supereroistici e il crearne di effettivi. È stato un momento interessante per me, perché avrei dovuto lavorare alla DC per 5 o 6 anni sfornando materiale. Questo, dunque, è stato molto divertente per quanto riguardava la mia possibilità di approccio al genere senza restrizioni o limiti. Potevo fare semplicemente a modo mio, senza dovermi preoccupare di aspetti editoriali. Ci si sente a proprio agio. Così, ho avuto questo grande senso di libertà che credo si percepisca nelle pagine. È la mia lettera d’amore a tutti i fumetti di supereroi che ho amato da bambino e che amo tuttora. Posso fare quello che voglio.

Parlando di Royal City, c’è un’osservazione interessante che Patrick fa nella storia riguardo alle due maschere da noi indossate all’interno della nostra città natale e quando si esce fuori allo scoperto nel mondo esterno. Dal momento che anche tu provieni da una piccola cittadina come Patrick, percepisci le sue stesse sensazioni quando magari sei in giro per i tour?

Molto di Patrick in Royal City è basato sulle mie sensazioni, paure e ansie. Così, molto di quello che dice è sicuramente influenzato da quello che provo io. Come lui, anche io sono cresciuto in una piccola città, e credo che quello che abbia cercato di fare con quel personaggio, sia stato proiettare una versione di me stesso nel caso in cui, nel corso della mia vita, avessi fatto tutte le scelte sbagliate… Magari con la mia carriera, prendendo un’altra strada o se mi fossi autodistrutto prima del tempo, quindi è un po’ come se fosse la versione da incubo di me stesso. Per certi versi è un mio opposto ma, ripeto, sono due facce della stessa medaglia perché vi sono molti aspetti in comune tra i due. È difficile per me separarli.

jeff

Uno degli elementi ricorrenti che possiamo trovare nei tuoi lavori è l’hockey. In molte occasioni però questo sport ha un altro valore, di carattere metaforico, che mette in risalto il calore popolare che trasmette con il clima rigido del Canada. Come ti relazioni ad esso?

Beh, quando si cresce in Canada, l’hockey è una grande fetta della nostra cultura e infanzia. Non so quale sia l’equivalente in Italia, forse il calcio. Sin da piccolo,sei circondato dall’hockey. È sempre stato una parte di me, ma ero più interessato, da artista, a vederlo come una metafora per altre cose, come elemento che può unire la comunità o magari essere un terreno di prova per il singolo per far vedere che tipo di persona sia veramente. Usare quello che lo sport può mostrare attraverso i compagni di squadra intesi come fratelli ed altre metafore del genere. Ho ritenuto potesse essere un elemento interessante da esplorare nei fumetti, in Canada. Sono stati scritti molti romanzi utilizzando l’hockey in maniera più letterale, ma non c’è mai stato veramente un fumetto come Essex County, così ho pensato che fosse una possibilità per qualcuno di fare finalmente un grande fumetto canadese. Adoro questo sport, quindi è naturale che continui a comparire nelle mie storie.

La prossima domanda riguarda un consiglio che hai ricevuto da John Totleben, il disegnatore di Swamp Thing di Alan Moore, che possiamo leggere alla fine del primo numero di Royal City, nelle note. ‘Componi la musica che ti piace comporre’. Ne hai fatto la tua filosofia di vita e lavoro?

Assolutamente sì. Quando si cerca di avere successo, in qualsiasi cosa, c’è sempre la tentazione di provare a sentire ciò che le altre persone vogliono che si faccia, ciò che è popolare in un determinato momento e che si possa in qualche modo emulare. Tale tentazione è maggiore rispetto al dire: “Ma quali sono le storie che voglio raccontare?” anche se non sono popolari, anche se non importa a nessuno, e attenersi a tale ottica. Questa è la strada più coraggiosa e pericolosa, ma è quello che ho sempre tenuto a mente, ho sempre cercato di raccontare le storie che volevo e di cui ero entusiasta, anche se pensavo che a nessuno potesse importare. Come ho detto, se ti piace quello che fai, se sei veramente appassionato, il tuo lavoro parlerà per te e le persone se ne accorgeranno. È quando cerchi di essere qualcun altro o di creare qualcosa di artificiale che il tuo lavoro non riesce a creare un legame con il pubblico. Devi credere che se stai vivendo una particolare emozione e riesci ad inserirla nel tuo lavoro allora qualcun altro riuscirà a viverla.

jeffMoon Knight è stato uno dei tuoi lavori più importanti per la Marvel. Una serie che è riuscita a ridefinire completamente un personaggio, raggiungendo nuovi standard. Come è stato lavorare su una testata Marvel avendone il pieno controllo?

È stato incredibile. Si tratta di un personaggio per cui ho sempre avuto molto rispetto per la sua storia, dagli anni ’70 sino a quando me ne sono occupato io, ha avuto grandi momenti grazie a team creativi davvero sorprendenti facendo un ottimo lavoro, da Bill Sienkiewicz e Doug Moench… Prima di me c’erano Warren Ellis e Declan Shalvey. Quindi c’era uno standard elevato da rispettare, ma anche ho potuto pensare alla storia del personaggio e sfruttarla nel mio lavoro in un modo davvero interessante. È stato davvero emozionante e, per quanto dica spesso che fare Black Hammer sia stata la mia possibilità di fare supereroi senza restrizioni e cose del genere, ci sono state esperienze molto valide in Marvel e DC. Moon Knight è stata un’esperienza molto positiva. Ho avuto redattori meravigliosi che erano grandi sostenitori della mia visione della storia. Ad Axel Alonso e Nick Lowe, gli editori, è subito piaciuta la mia intenzione e non vi hanno messo mano. È stato un po’ come dire: “Lasciami perdere, lascia fare a me” e una volta che si ottiene questo tipo di fiducia da parte loro, si ottiene più sicurezza in sé stessi che si riversa poi nel lavoro. Insomma, qualsiasi cosa che riguardi i fumetti, specialmente quando scrivo per altri disegnatori, si riduce tutto all’impatto visivo e alla persona con cui si sta lavorando, non importa quanto bella possa essere la storia, se i disegni non vanno bene rimarrà sempre un fumetto mediocre. Sono stato fortunato ad aver avuto Greg Smallwood e Jordie Bellaire per i colori, il mio entusiasmo si è arricchito grazie a loro. È stato uno di quei fumetti dove tutto ha funzionato. Moon Knight è stato sicuramente uno di quei progetti dove tutto è stato costruito perfettamente. A dirla tutta non ho faticato minimamente.

Quindi si può dire che lavorare per la Marvel e DC sia stato un esercizio utile per maturare la tua preferenza per i lavori autoriali.

Sì, è interessante. Prima di iniziare a lavorare per la DC avevo lavorato solo sul fumetto indie, dove non si vive l’esperienza mensile. Non sai quanto possa essere impegnativo e come le scadenze possano essere rigide. Bisogna schiarirsi velocemente le idee. Non ridarei indietro la mia esperienza per nulla al mondo, farlo per 5/6 anni stimola e spreme la creatività per produrre nuovo materiale e lavorare a più progetti contemporaneamente. Posso prendere questo bagaglio, portarlo alla Image e fare Descender, Black Hammer, Plutona e tutti gli altri. Ho continuato a seguire la stessa tabella di marcia, con il mio materiale stavolta, e ciò mi ha aiutato molto a costruire una carriera al di fuori delle due grandi major. Non sono state tutte belle le esperienze che ho avuto con le due compagnie ma ho incontrato delle bellissime persone. Mi sono divertito molto a scrivere i personaggi con cui sono cresciuto, quindi alla fine di tutto è stato molto positivo per me lavorarci. Ho imparato così tanto, sono molto riconoscente per aver avuto questa possibilità.

In più di un’occasione, hai detto che il disegno ti prende molto più tempo rispetto alla sceneggiatura. Come hai maturato il tuo stile di disegno?

Ho trascorso molto tempo disegnando fumetti. Tra il 1999 e il 2000 ho iniziato a prenderla più seriamente e ho cominciato a disegnare ogni giorno dalle 6 alle 8 ore per circa 5 anni, periodo in cui ho prodotto materiale molto scadente. Le piccole cose di quei lavori, che funzionavano e su cui ci si aggrappa, sono state, lentamente nel corso degli anni, gli elementi che ho tenuto con me e che hanno iniziato a far virare il mio stile. Non mi sono mai formato accademicamente, sono un autodidatta quindi anche gli errori e le mancanze hanno fatto parte del mio stile, unico e rappresentativo. Se fossi andato a scuola, probabilmente avrei sì corretto gli errori ma il mio stile non sarebbe stato più così particolare. Credo sia interessante il fatto che gli errori diventino parte di te. Non troppo tempo fa lessi, ma potrei sbagliarmi, una frase di Neal Adams che diceva qualcosa tipo: “Se vuoi un’immagine perfetta puoi fare una fotografia. Sono gli errori a creare il tuo stile”. Questa era una frase perfetta per me poiché io non me la cavo per niente bene sull’anatomia o il fotorealismo e se mi avessero insegnato a farlo probabilmente non avrei più osato. Sapere che sbagliare potesse far parte di uno stile individuale mi ha motivato ad andare avanti. I miei punti forti sono lo storytelling e il trasmettere emozione, per cui ho accolto questi aspetti, dopodiché, nel corso degli anni, si lavora sui punti deboli.

Ultima domanda … Jeff Lemire si prende mai una vacanza?

È questa in Italia! Lavoro molto perché amo quello che faccio, e questo è quello che vorrei fare se dovessi fare un altro lavoro. Ogni giorno sono molto contento di svegliarmi e trascorrere la giornata a raccontare storie e disegnarle. Lo adoro. Questa è la mia vacanza. La vacanza è il lavoro. Quando lavoro sono felice.

Ok Jeff, grazie mille per il tutto tempo e goditi la fine del tour in Italia!

Grazie, è stato incredibile!

jeff

Il primo numero di Royal City, in originale, ed il relativo sketch sono disponibili sul nostro giveaway che potete trovare qui. Fate il vostro gioco! 

La foto di copertina è stata scattata da Fred Lum per ‘The Globe and Mail’.