La Neve di Stalingrado – Il retaggio che lasciamo

“Da questa maledetta città ti ho già scritto ventisei volte e tu mi hai risposto diciassette lettere. Ora ti scrivo ancora una volta e poi mai più. Ecco, l’ho detto, ci ho pensato a lungo cercando la maniera di formulare questa frase così importante e dirti tutto in modo, però, da non farti tanto male.

Questo mese arriva l’ultimo numero della collana ‘Un Eroe Una Battaglia‘ edito da Editoriale Cosmo. Il panorama è Stalingrado. Siamo a cavallo tra il 1942 e il 1943. Le forze tedesche proseguono il secondo conflitto mondiale con la tattica della Blitzkrieg (‘guerra lampo’). O almeno tentano di farlo. Perchè mentre sul fronte occidentale l’armata nazista non ha avuto rivali riuscendosi, in poco tempo, ad espandere su tutta l’Europa, sul fronte orientale li aspetta la loro più grande sfida… e disfatta.

Mi congedo da te, perché la decisione è stata presa già da stamattina. Non voglio toccare nella mia lettera l’aspetto militare della questione: è un fatto che riguarda solo i russi. Si tratta soltanto di vedere per quanto tempo ancora noi dureremo: ancora un paio di giorni o un paio di ore. Abbiamo davanti agli occhi la nostra vita. Ci siamo rispettati e amati e abbiamo atteso per due anni.

Davide La Rosa e Valerio Befani sono alle redini di questo ultimo e toccante episodio. Ogni pagina spezza il fiato e lo fa, come solito, senza troppe parole ma semplicemente con l’immagine, lo strumento di verifica più potente e spietato che possa esserci. La Neve di Stalingrado non è la storia o l’esaltazione di una grande strategia, ma un manifesto sanguinoso ed estremamente cruento di quello che ci siamo lasciati alle spalle. Mentre scrivo stento a nascondere parole di eccessivo elogio per una pocket-opera assolutamente degna di collezione. Stalingrado è la prova finale di una collana simil documentaristica che in soli quattro numeri ha conquistato uno spazio nella libreria dei suoi lettori. Storie che non avremmo mai dovuto leggere ma che, purtroppo, fanno parte del rivoltante orrore che l’uomo è in grado di portare su questa terra.

E’ stato giusto, in un certo senso, che il tempo ci abbia diviso: ha aumentato il desiderio di rivederti, ma ha pure facilitato di molto il distacco. Ed è il tempo che può rimarginare la ferita per il mio mancato ritorno. In gennaio avrai ventotto anni, è ancora un’età molto giovane per una donna tanto bella, ed io sono contento di averti potuto fare questo complimento. Sentirai molto la mia mancanza, ma non sfuggirai gli altri per questo.

Non c’è gloria, onore o vittoria in questo epilogo. La città russa è teatro dell’annientamento del genere umano. Soldati mandati a morire senza avere alcuna idea del motivo per cui si combatta, civili che si rifugiano tra le macerie, vagiti di neonati dispersi. Il freddo. Il gelo. Quando il corpo va in cancrena, si inizia a perdere la sensibilità. Prima alle estremità, finchè non raggiunge gli organi e il dolore muta in lance che dilaniano dall’interno, finchè della persona non restano che brandelli di carne ricoperti dalla neve che, inesorabile ed incurante, fa il suo corso. Gli spari e le urla vengono coperti dal vento torbido della tormenta. Di fronte ad uno scenario del genere, gli schieramenti perdono di significato. Tutto lo fa. Quelle uniformi non sono più riempite da nessuno se non delle parole e dell’idea di un folle.

Lascia passare un paio di mesi, ma non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli, non darti troppa pena per il loro padre. I bambini dimenticano in fretta, soprattutto alla loro età. Guarda bene all’uomo che scegli, sta’ attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa.

I giorni si susseguono. Lo sceneggiatore La Rosa non risparmia niente e nessuno. D’altronde perchè dovrebbe. Noi non l’abbiamo fatto. L’elemento femminile da lui inserito simboleggia bene il tipo di sacrificio e coraggio richiesto al popolo spettatore. Probabilmente le possibilità di uscirne vivi da rifugiati erano molto più basse delle aspettative di vita di un soldato. Chi può dirlo. Noi possiamo solo immaginare, per fortuna. Non siamo stati nella Casa di Pavlov. Anche qui, come ne ‘Le Nebbie di Caporetto‘, i silenzi dominano la scena. La camera dello sceneggiatore si sofferma sui pochi momenti di quiete che ci sono, veri messageri di una realtà sconcertante. Attraverso la sua scelta narrativa, La Rosa instaura un potente processo empatico con il lettore che, pagina dopo pagina, può solo pregare di giungere il prima possibile alla fine di tale scenario.

La scelta di Valerio Befani, come partner nei disegni, si rivela essere vincente e molto efficace. I suoi disegni parlano per la maggior parte del numero, diventando così testimonianza di quell’annullamento di identità che ha caratterizzato non solo i due eserciti protagonisti, ma altri prima e dopo di loro.  Anche qui la collaborazione con il lettering di Maria Letizia Mirabella è necessaria e stretta, per garantire un impatto emotivo ancora più agghiacciante e letale.

Una cosa soprattutto: educa i bambini a diventare gente che può camminare a testa alta e che può guardare in faccia a tutti. Ti scrivo queste righe col cuore pesante. Del resto tu non mi crederesti, se ti dicessi che mi è facile scrivere così, ma non ti preoccupare, non ho paura di ciò che avviene. Ripetilo sempre e continuamente, e anche ai bambini, quando saranno più grandi, che il loro padre non è mai stato un vigliacco e che anche loro non dovranno esserlo mai”.

La lettura in corsivo che finora vi ha accompagnato, è una lettera tratta dal libro ‘Ultime Lettere da Stalingrado‘, una raccolta di lettere scritte dai soldati tedeschi durante l’ultimo periodo della battaglia (Dicembre 1942).  Il motivo per il suo inserimento all’interno di questa recensione vuole essere uno spunto di riflessione. Troppo spesso diventa facile puntare il dito e generalizzare. Senza conoscere i fatti, le ragioni sociali, psicologiche, economiche o culturali, tutti possiamo parlare del “tedesco” e rivolgerci a lui come un “porco nazista” o ad un russo come un “comunista“. Questo non vuole essere un mero tentativo di giustifica, me ne guardo bene dal renderlo tale, ma per noi posteri è quasi impossibile immedesimarsi in quel che fu nella mente dei soldati dell’epoca. Un’era in cui l’abilità nella retorica creò mostri al servizio del male. Figure che fecero perdere la fede, o anche solo l’idea che potesse esistere un essere sovrannaturale. Poichè quello che accadde, nessuno lo meritava. E dunque l’estratto che avete letto, è la richiesta di un uomo semplice, abbandonato dal suo stesso ideale, alla sua amata, di prendersi cura di figli che non vedrà mai più perché la guerra porta via tutto e tutti. E ad innescarla, siamo proprio noi.

La censura tedesca sequestrò ben sette pacchi di lettere con l’intento di conoscere lo stato d’animo dei soldati impegnati nella battaglia di Stalingrado:

– favorevoli alla condotta della guerra: 2,1%
– dubbiosi 4,4%
– sfiduciati, contrari 57,1
– decisamente contrari 3,4
– senza opinione precisa, indifferenti 33,0%

Ovviamente la divulgazione di tali testi venne soppressa sotto stretto ordine di Joseph Goebbels, responsabile dell’ufficio propaganda. Ne ordinò la distruzione e le poche che si sono salvate sono contenute tutte quante nel libro sopra citato.

Qualche dato sulla battaglia di Stalingrado.

Forze effettive

Germania:  1500 000 uomini (forze complessive dell’Asse); circa 1500 mezzi corazzati.
URSS: 1800 000 uomini; 3512 carri armati.

Perdite

Germania: oltre 1 milione di perdite totali tra morti, dispersi e prigionieri; circa 1100 carri armati.
URSS: 478 000 soldati morti e dispersi; 650 000 feriti; 2915 carri perduti.

 

Per concludere, va detto che la collana non avrebbe sortito lo stesso effetto senza le cover mozzafiato e suggestive di Elia Bonetti. In redazione speriamo vivamente che questo sia un semplice “Arrivederci”.

 

Classe'93, romano. Fondatore e redattore di Fr4med, a causa di un'amicizia sbagliata si mette nei guai intorno ai 10 anni. Tra un disturbo di personalità e manie ossessivo-compulsive, si laurea in Psicologia confermando perfettamente gli stereotipi di facoltà. Ha scritto per le redazioni di Geek Area e NerdM0vie Productions. Ha un debole per l'Africa.