RW Lion – Grandi Opere DC: Wild.C.AT.s di Alan Moore

Il titolo con cui RW Lion presenta questo lavoro di Alan Moore -e disegnatori assortiti- si palesa al lettore in maniera sicuramente forviante, poiché l’interpretazione dei WildC.A.T.s del Bardo di Northampton, di grande, ha solo le dimensioni del proprio fiasco. Prima di addentrarci meglio nella recensione, è bene fare un ripasso della storia dei WildC.A.T.s, in quanto avere ben chiare le origini editoriali del gruppo sarà anche utile per capire come un rinomato maestro del fumetto sia riuscito a fallire con i protagonisti di uno dei mensili più rappresentativi della scena fumettistica degli anni ’90.

Creati nel 1992 da Jim Lee e Brandon Choi per la neonata Image Comics, per poi essere acquistati dalla DC Comics nel 1998 e usati per creare le fondamenta del Wildstorm Universe, i WildC.A.T.s sono tra i maggiori rappresentati dello stile conosciuto come extreme. Lo stile extreme era un movimento artistico in voga negli ’90, chiamato in questo modo perché il suo obiettivo era quello di rendere aggressivo e agguerrito ogni dettaglio del fumetto supereroistico USA, dalle storie ai disegni. E’ soprattutto attraverso il tratto dei disegnatori che questo stile diventò, per i motivi sbagliati, famoso tra i lettori e oggetto di numerose critiche e prese in giro per l’interpretazione ipertrofica e anti-anatomica che i rappresentati di questo movimento erano soliti conferire ai propri soggetti. Giusto per fare qualche nome e dare una idea generale del livello di quei tempi, “Rob Liefeld” dovrebbe dire tutto.

Il gruppo di Lee/Choi nasceva il quel periodo, un periodo dove non era necessario concepire un concept di chissà quale profondità per dare vita ad una ongoing series, visto che era sufficiente che quest’ultimo fosse extreme, ovvero appariscente nella forma e accattivante per qualche design particolarmente dei personaggi. I WildC.A.T.s si presentano come la punta di diamante di questa scuola, poiché la squadra – analizzata nel profondo –  è  un puro concentrato di overdose di attitude. Basti guardare il membro più famoso di questa squadra, Grifter. Chi non avrebbe comprato un numero delle creature di Choi/Lee giusto perché attratti dalla sua maschera? Anche se gli autori cercheranno di dar loro una profondità e di rendere le loro storie drammatiche, quello che ci si troverà tra le mani sarà sempre e solo un prodotto di pure e semplice intrattenimento, e non di narrativa fumettistica.

moore

Della cosa se ne accorgeranno anche gli stessi Lee e Choi dato che, dopo il nono numero della prima serie, la coppia di creatori darà in gestione questi plagi degli X-M… i loro pupilli ad altri scrittori. E non parliamo di esordiente, ma fuori classe come Chris Claremont, Erik Larsen, James Robinson e lo stesso Alan Moore. Le cose non sono andate molto meglio, ma non perché questi illustri nomi del fumetti non siano capaci a scrivere, ma perché le caratteristiche stesse del gruppo impediscono a qualsiasi scrittore di lasciarsi ispirare dalla loro caratterizzazione e sfornare storie che vadano al di là delle soliste trame action trite e ritrite prevedibili, schematizzate e tipiche di un qualsiasi shonen manga da autogrill.

L’errore più grande è stato quello di cercare di creare una mitologia laddove non ci dovrebbe essere e laddove non può crescerne una, perché i WildC.A.T.s non possono offrire narrazione, ma solo intrattenimento. È come cercare di coltivare un orto nel deserto: è impossibile, il terreno non ha le proprietà adatta per riuscire al meglio in questa impresa. Alan Moore questa cosa l’aveva capita e, per tanto, applica il detto: “se non puoi combatterli, unisciti a loro” per due motivi.

Il primo, come già detto, Moore capisce che non potrà tirarci fuori niente di così eclatante, così fa proprio il minimo indispensabile, rinunciando addirittura a trattare temi a lui cari, tra cui demoni lovecraftiani, culti religiosi e misticismi di vario tipo.  I lettori dei WildC.A.T.s si aspettano una sola cosa dalla serie, e Moore gliela da senza troppe storie; anche perché, a costo di essere ripetitivi, cos’altro avrebbe potuto dare? Il secondo, è per esperienza. Come scritto in un’intervista pubblicata sul volume Le straordinarie opere di Alan Moore riguardo alle storie brevi che aveva scritto per i mensili britannici di Star Wars in un periodo di ristrettezze economiche:

«Cercavo di divertirmi il più possibile con personaggi che non mi attraevano affatto, ma a quei tempi era una strategia assai comune […] Non rifiutare niente. Se si tratta di qualcosa che non è di tuo interesse, allora usalo per creare qualcosa di intelligente che possa diventarlo»

Per questo motivo, non è nemmeno un mistero che sia stato lo scrittore post-Lee/Choi a firmare la run più duratura, dal #21 al #34 della prima serie (nel volume RW Lion, raccolta solo fino al #27). Per fortuna qualcosa di buono c’è e Moore riesce a trovare degli spazi dove potersi esprimere oltre la pochezza del team protagonista e sceglie degli episodi in cui fruire la narrazione tramite il punto di vista dei personaggi Mister Majestic e poi Spartan. Protagonisti rispettivamente di due numeri, quegli episodi contengono dialoghi e monologhi molto ben costruiti e che, più volte nello stesso episodio, raggiungono agilmente vette non si dice di poesia, ma poco ci manca. Il fatto è che entrambi i personaggi hanno una componente che ricorda Superman e quindi il Bardo ha preso la palla al balzo per poter scrivere l’Uomo D’Acciaio senza effettivamente scriverlo.

MoorePer il comparto grafico, ci troviamo invece davanti a risultati altalenanti, in quanto non tutti i numeri raccolti nel volume presentano gli stessi disegnatori.

La maggior parte dei disegni porta la firma di Travis Charest, disegnatore perfettamente in linea con lo stile degli anni ’90 e totalmente omologato al movimento extreme. Forse è il meno peggio dei suoi “illustri” ed “estremi” colleghi, ma questa non deve essere la scusa dietro le sue tavole dallo stile così bislacco, plastico, approssimativo e che scimmiotta in tutto e per tutto Jim Lee, come molti degli esordienti in quegli anni erano soliti fare (es: Whilce Portacio). Nei numeri successivi il suo tratto è ridefinito da Dave Johnson, ma la situazione non migliora, anzi, le anatomie si faranno sempre più spigolose e più simili ad un manichino di un negozio di abbigliamenti, che ad una persona. Fortuna che qualche gioia per gli occhi c’è e – in un numero a testa – il lettore può annusare profumo di aria fresca grazie alle matite di Kevin Maguire e Kevin Nowlan.

Mentre Maguire appare già consolidato nel suo stile e in via di maturazione – anche se svilito da una colorazione troppo satura e un insieme di colori male assortiti – Nowlan utilizza questio piccolo spazio come palestra per dare il via a quello che sarà il tratto con cui è più famoso oggi, avvantaggiato (rispetto a Maguire) di trovarsi un colorista in grado di valorizzarlo utilizzando colori più accesi e vivaci. Grazie a questi due disegnatori anche la trama più insulsa acquista interesse per un maggior realismo e accuratezza delle fattezze dei personaggi, oltre che una disposizione delle tavole e dell’azione generale della storia un po’ più impegnativa e lontana anni luce da un qualsiasi tipo di schematizzazione semplicistica della tavola.

Moore

Grandi Opere DC: WildC.A.T.s di Alan Moore è l’ennesima prova di come, anche gli universalmente riconosciuti geni della scrittura, non possono nulla contro un concept assolutamente povero di contenuti e privo di qualsiasi direzione convincente, se non essere il triste verso degli X-M… di personaggio più famosi, calati in storie senza identità ed emozione.

Classe '90, comasco. Ama così tanto la Nona Arte, che il suo corpo è fatto di carta patinata ed inchiostro, condizione fisica che l'ha sempre costretto all'ospedale. Cresciuto a pane e fumetti (e lavande gastriche) in età anagraficamente, ma non mentalmente, adulta ha sentito il bisogno di esternare i suoi pensieri riguardo la sua passione per i fumetti - ma anche cinema, serie tv, libri, musica e la pizza - attraverso la scrittura: anche se diverse ordinanze restrittive glielo impediscono legalmente. Non sa fare, quindi insegna Inglese. Ha scritto per RecenSerie, OverNews Magazine, Quarta Di Copertina e Geek Area.